Archivio per la categoria ‘Micro’

Nascondere

Pubblicato: 4 maggio 2018 in Micro

E poi il buio

Foto Flickr di Nico Piotto: https://flic.kr/p/6iZmM2

Cammina piano, lento, non farti spaventare dal buio che mi nasconde alla fine del lungo corridoio. Quando hanno abbandonato tutto, solo io sono rimasto. Hanno lasciato tutto in asso,  anche la polvere e i resti di cibo e di vita ovunque. Improvvisamente si sono detti su! andiamo e sono andati, tutti e incuranti di ciò che lasciavano dietro di loro: vite, destini, fotografie di madri e padri che tanto avevano lavorato per costruire ogni cosa, compreso questo edificio dove io e tanti altri bambini, finché lo sono stati si intende, hanno costruito futuri belli o brutti. Perché i futuri non lo sai mai come vanno a finire, alle volte partono spediti e sembra che non si fermeranno per nessuna ragione, ma invece dopo un po’ crollano in un burrone e non li vedi più, senti solo il tonfo sul fondo e pensi a quanto sei stato fortunato per il tuo semplice non considerare il domani. Non ci pensavamo allora noi piccoli e stavamo in fila, nei nostri grembiuli neri, con i fiocchi azzurri, in tanti slacciati, a rispettar le voci stridule di maestre rigide e alcune materne, ma sempre ordinate nei loro lindi vestiti di lavoro.
Poi puff! di colpo tutti via, in perfetta sincronia. Tutti, tranne me che non avevo nessuno che mi svegliasse in quella notte, nessuno che volesse spendere un solo minuto per cercarmi e raccontarmi cosa stava accadendo. E così sono rimasto ignaro di quella fuga improvvisa e al mattino, appena alzato, sono andato in giro per le strade vuote, sino alla scuola, con il mio solito grembiule nero e il fiocco azzuro slacciato, perché nessuno lo aveva saputo annodare.
Ho sofferto? Non saprei, non mi sono mai chiesto se di dolore si può parlare quando di colpo perdi tutto, ma ti accorgi che di fatto nulla avevi prima. Forse sono stato triste, ma ora se vuoi davvero vedermi, segui il pavimento divelto di questo corridoio sino in fondo, oltre la fila d’attaccapanni vuoti in disuso, lì dove la luce delle grandi finestre stenta ad arrivare. Vieni facendo rumore che tanto nessuno, a parte me s’intende, ti sente. Vieni, non avere paura, che basta quella mia a riempire questo spazio perennemente vuoto nel quale io, ma non ti chiedere da chi, mi sono per sempre nascosto.

Annunci

Silenzio

Pubblicato: 29 aprile 2018 in Micro

Silenzi...

Foto flickr di Paolo (Willy) Cornacchia: https://flic.kr/p/6CQhQf

A Sarina piaceva quel momento. Più spesso s’era alla fine della domenica, ma capitava anche in altri giorni. E quando capitava stava immobile in quell’attimo e ascoltava.
Lei prima d’andare via rassettava i banchi e le sedie lasciate scombinate dai fedeli, muovendosi con i passi minuti che l’età e l’educazione le consentiva. Tendeva però l’orecchio e alle volte, non sempre, lo sentiva arrivare per interrompere tutto, anche il flusso del tempo. E proprio per questo lo aspettava felice, perché quella manciata di attimi erano oltre la sua vita, non stavano nel conto inesorabile dei suoi giorni, erano un dono. Si sedeva allora, con le mani in grembo e tratteneva il respiro, finché non era piena di quel silenzio. Nulla si sentiva, nemmeno gli scricchiolii delle tavole consunte, il frusciare dei tarli, i suoni ovattati del mondo fuori. Nulla e i timpani, vecchi per carità, stavano così, immoti, nel vano cercare una vibrazione ancorché fossile proveniente da chissà quale mondo antichissimo, echi di gesta epiche rimbombate per tutto il creato.
Poi un refolo di vento, riportava il tempo nel suo flusso. E stormiva un po’ il salice mentre Sarina girava le vecchie chiavi rugginose nella serratura. Infine attenta al suolo per non sgarrare il passo tornava a casa e i lampioni, delicatamente, iniziavano a ingiallire di luce la sua breve strada.

La notte

Pubblicato: 26 aprile 2018 in Micro

Notte

Foto da flickr di Salvo Gattuso: https://flic.kr/p/EyKny4

La notte in estate si usciva fuori per guardare le stelle. Ci muovevamo in silenzio sino al muretto di recinzione. E poi aspettavamo. Cosa? Forse di capire cos’era diventare grandi o di ricevere un qualche messaggio, una rivelazione. C’erano stelle, una miriade di stelle e nuvole che s’illuminavano alla luce della luna. Ma di più c’era un silenzio così intenso che ti sentivi solo, guardavi tutto quell’universo davanti a te e ti chiedevi come avesse fatto un unico padreterno a costruire tutta quella roba dal nulla. E tutto da solo per giunta.
La prima che parlava era sempre Marietta, si metteva con quel suo filo di voce e s’inventava delle storie sugli alieni che arrivavano da questa o da quella stella.  Noi lo sapevamo che erano favole, ma che vi devo dire, davanti a quel silenzio quella voce sembrava non poter mentire e così ci guardavamo intorno attenti a ogni piccolo luccichio che potesse svelare una delle astronavi.
E una volta Luca la vide pure schizzare via nel cielo un scia brillante e per poco non cadeva giù dal muretto tanto si era preso uno spavento.
Poi venne un inverno lunghissimo che non era una faccenda di temperatura e di pioggia. Era un gelo fatto di guerra e di adulti che piangevano e scomparivano per sempre. Le stelle e tutto il resto erano sempre lì e forse anche gli alieni con le loro astronavi. Noi no, noi stavamo tappati nelle case per paura che una di quelle pattuglie che circolava la sera ci prendesse e ci portasse via. E una notte, una di quelle terse che potevi vedere fino al fondo dell’universo, arrivarono fin dentro le case del borgo le pattuglie. E si sentiva urlare e bestemmiare e piangere. Si sentivano esplosioni e spari, così decidemmo io e Luca di correre fuori, sino al muretto, che alla fine era l’unico posto che conoscevamo noi due. Sopra ci stava già Marietta, che però era di un colore strano, quasi sbiadita, forse per la strizza che gli uomini della pattuglia le dovevano aver procurato. Guardava le stelle come al solito e come al solito si mise a parlare con una voce minuscola e lontana, quasi fosse partito quel suono dal fondo di quel bellissimo universo. E infatti nè io nè Luca capimmo una virgola, solo alla fine un ciao e un abbiate cura di voi. Poi volò vià, ma davvero eh, come se gli alieni la tirassero via dal nostro pianeta con una specie di raggio invisibile. Noi rimanemmo lì a guardarla fluttuare per un po’ sulle nostre teste. Dietro quasi tutto bruciava, si sentivano spari lontani e bestemmie di uomini senza un domani.

Stanchezza

Pubblicato: 22 aprile 2018 in Micro

Stanchezza

Foto flickr di Giovanni Salinardi: https://flic.kr/p/vGTa5b

E così alla fine accostavano e si sfioravano la fronte. C’era stanchezza in quel gesto lieve, un’antica immane stanchezza, come se il mondo l’avessero costruito loro due a mani nude. Prima non doveva esserci stato niente, tutto magma e gas, disordine e inesattezza, poi erano arrivati quei due e in un sol giorno s’erano messi all’opera e avevano sistemato ogni cosa. Avevano inventato tutto, ma proprio tutto, le montagne, il mare, i cieli tempestati di stelle,  le nuvole luminose sul mare, i fiumi, i laghi, ogni singola pietra bella o brutta nei greti, gli alberi, le bestie feroci e quelle mansuete. E anche quel posto con quel rifugio nel punto più alto della scogliera, dove per andarci dovevi rischiare la pelle. Perché alla fine chi ci capitava aveva solo quello di suo, la pelle e basta, puntava i piedi indeciso su quello sperone di roccia e rimaneva a guardare attonito tutta quella esorbitante bellezza. Alle volte c’era tempesta, di quella che ti spruzzava vento e schiuma d’acqua salata in faccia e allora era una benedizione entrare in quella bettola e ascoltare il vento fuori, mentre ti versavano un nuovo giro di rum o chissà che altra diavoleria nei loro improbabili bicchierini di consumata ceramica azzurra. Qualcuno, non importava se bravo o cane, faceva musica, dolce, che teneva compagnia e alle volte faceva venir voglia di piangere, ma di allegria che sapeva di tazze bollenti tenute in mano, davanti a tramonti troppo infuocati, seduti vicini a donne troppo belle con i capelli lunghi tormentati dal vento e voci basse, una tonalità sotto il rumore delle anime perse per sempre su quel pianeta immenso. A tutti in quelle sere sembrava di essere da qualche parte al sicuro, anche se vinti da tremenda, infinita stanchezza. Così ci si adattava a restare lì tutta una notte o anche giorni interi e ogni volta che sorgeva un sole si faceva festa, ci si dava grandi pacche sulle spalle per ricordarsi che c’eravamo da un altro giorno. E si danzava, oh come si danzava, fino a sfinirsi, fino a cadere a terra felici e finalmente stanchi.