Amber

Pubblicato: 2 dicembre 2022 in Uncategorized

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Foto Flickr: https://flic.kr/p/8HCvfQ

Racconto apparso anche su Caffè Letterario

Testo della trasmissione Mess is more del 2/12/2022 su Libertalia Radio.

Playlist Spotify della trasmissione

Panorami che rapidamente scorrono oltre il vetro impolverato del finestrino. Meyer li osserva fintanto che la messa a fuoco gli consente di delineare le figure, gli oggetti che ingombrano la scena. Eppure lo distrae quell’odore che da ore lo accompagna in quel viaggio. Dovesse definirlo direbbe solo sentor di rotaia, ma lui e il suo lavoro non possono fermarsi a quello, meritano una formulazione minuta di ingredienti, dosi, diluizioni. È la lucida scoperta di una immagine ben precisa, di un luogo vissuto in prima persona. Quando? Dove?
Roma gli viene di rispondere. Sì, è un ragazzino e le lenzuola usa e getta sono ancora arrotolate alle gambe. Fa caldo e il treno sta correndo, mentre fuori da poco albeggia. La sua cuccetta è la più alta, gli altri a veder bene dormono o almeno fanno finta. Hanno comunque gli occhi chiusi e alcuni stanno in allerta, l’orecchio teso a sorvegliare la porta. Se si apre potrebbe essere un ladro, aveva detto la signora bella che ha di fronte. Nella penombra nota che ha la camicetta mezza aperta, il seno ingabbiato dal pizzo bianco si muove docile al ritmo del fiato lento del dormiveglia. La gonna corta giace in quell’angolo vicino ai piedi. Il lenzuolo la copre, seppur riveli molto delle sue forme incautamente poco nascoste.
Meyer si guarda intorno, pensa che oltre all’odore qualcos’altro deve avere acceso i suoi sensi. Tre file avanti i capelli lunghi raccolti in una coda rivelano la donna che nel corridoio, due fermate prima, deve aver colpito il suo immaginario. E ancora una volta prova a rintracciare il profumo di quella scena per raccontarne la storia. Una fragranza che sembra mescolarsi all’aroma di rotaia, che persistendo discreta illumina brani di una vita che negli anni lo avevano legato a donne anche non troppo avvenenti, ma intense nel loro modo di profumare i corpi e le notti. Aveva un nome per lui quel profumo, solo uno.
Amber gli affiora in mente. Quel nome. Mi chiamo Amber, le aveva detto la donna quando lui l’aveva chiamata signora. Lei aveva steso le gambe e chiuso gli occhi, ma povero lui che doveva andare in bagno. S’era trattenuto per quasi un’ora e alla fine doveva andare. Così s’era deciso a chiedere permesso. Scusi signora, ma devo passare. Amber aveva sorriso. Mi fai sentir vecchia, ho un nipote della tua età in fondo e mi chiama Amber anche lui. Passandole accanto pensò che Ambra era esattamente il nome adatto a quel profumo e al colore della pelle liscia che il sistemar le gambe fece balenar ai suoi occhi.
Meyer si alza per guadagnare qualche fila e osservare meglio la donna. In realtà più della figura vuole percepirne il profumo, ma la rotaia, il pietrisco arido tra le traversine arse, copre troppo, ingombra l’olfatto, confonde. Dovrebbe avvicinarsi ancora, ma è tutto occupato intorno. Il treno fa una curva molto larga, piega quasi di novanta gradi la sua traiettoria. La sua testa asseconda il moto, si poggia dolcemente al finestrino, lui chiude gli occhi. Una vita la sua a provar di ricreare quel profumo. A mescolare essenze che mai avevano riprodotto quel movimento, quel fruscio di pelle che d’un tratto aveva scostato il telo bianco ed esposto le gambe al suo sguardo. Quell’ambra che mai aveva più percepito in una donna. Lei aveva sorriso appena, non vista anche dai suoi occhi, scostando ancora un po’ il lembo rozzo del telo, mostrando un’ombra d’inguine appena.
Una galleria, meglio, una sequenza di gallerie, accende e spegne il mondo fuori dal vagone, annega nel frastuono di ferraglia il rumore discreto di chi discute per ammazzare il tempo. Un sentore umido si mescola ancora nell’aria che si raffredda di colpo ogni volta che il treno si tuffa nei tunnel, evaporando subito dopo l’uscita. Un uomo lascia il posto accanto alla donna per prepararsi alla prossima fermata. È il momento pensa. Posso? Le dice Meyer. Che star seduto contromano mi disturba. La donna scosta un poco le gambe per farlo passare, ma rimane assorta sullo schermo acceso del cellulare.
Sembra non accorgersi Amber che i suoi occhi sono aperti nella penombra della cuccetta e seguono le sue mani scorrere su quella pelle, accarezzare con lentezza l’interno coscia, prima di riprendere la gonna dal suo angolo e con destrezza indossarla. La sua cura è posta nello spostar fuori dal lenzuolo la gamba più vicina alla parete che dal basso poco o nulla mostra. Dal basso. Ma dal suo punto d’osservazione ogni mossa, ogni piega di pelle sulla lingerie avorio, scorre con una lentezza che intiepidisce il suo basso ventre e dilata pupille e narici. Ecco ora, ora lui finalmente percepisce il profumo.
Chiude gli occhi Meyer e concentra ogni sua energia vitale su quella fragranza. È volontà di vita la sua, è sopravvivenza animale più che desiderio. E finalmente, giusto mentre la donna con un gesto innocuo carezza una gamba sfregando appena sul nylon della calza, proprio ora due ingredienti si materializzano nei suoi ricordi. Due mescolanze che sono esattamente nella domanda: che profumo è? La donna quasi colta in fragrante lo osserva perplessa. Che profumo è, ripete Meyer, la prego.

Amber. La donna lascia in bilico quel nome. Di Venchyé ripetono insieme. Lei e Meyer, insieme.

Due anni fa, dice Meyer, lo creai per la nuova linea. La donna ora lo guarda ammirata. Lo ha fatto lei? Chiede. Davvero? Chiede. Meyer fa un gesto con la testa, un sì. Ma non è solo questo che adesso si sente. Non solo. C’è dell’altro che non capisco, che non ho mai capito. La donna sembra stupita. Prende dalla borsetta un flacone bruno e lo mostra a Meyer. Ma è questo, è proprio l’Amber. Dice, e spuzza sulla mano di Meyer un piccolo alone umido. Lui lo osserva, come se nelle tenui gocce ci fosse scritto un ricordo e lo annusa. E no, pensa, la sua pelle ruvida mescola il sentore di uomo maturo a quel vecchio amico di infanzia. Manca la pelle della donna, la carezza sull’ansa dell’inguine al chiarore dell’alba nella cuccetta di seconda classe in viaggio verso Roma. Manca il sussulto, quando s’accorge d’essere visto mentre Amber si riveste, con malizia estenuante e voluta. Ma sorride la donna. E sorride al ragazzino di fronte, scoperto dai loro sguardi a scrutare le forme di Amber, che si muove in quell’ombra, diventando profumo di rotaia essa stessa.
La donna si alza, si liscia la gonna che lo star seduta ha tirato un po’ su. Sono molto contenta di aver conosciuto chi ha creato il profumo che adoro, dice a Meyer. Davvero contenta, spero in futuro di provarne degli altri. Raccontano ricordi, giusto? Meyer sorride, mestamente in realtà, poi guarda il ragazzo di fronte arrossire quando con un gesto per nulla materno la donna gli carezza una guancia, scivolando sinuosa verso l’uscita.

Sorride Meyer, guarda Amber rivestirsi nell’ombra e capisce che quel profumo non potrà esistere mai.

[NOTA]

Amber in armeno (ahm-be’r) significa nuvole. Come facevamo da bambini quando ascoltavamo i brani in inglese non comprendendo le parole, l’ho inserito perché mi piaceva l’atmosfera. Come facevamo da bambini ho appiccicato a qui suoni in armeno la storia di un bambino che inizia a guardare le donne e che quello sguardo prova a custodire invano in un profumo.

In realtà il testo del brano parla d’altro. Purtroppo.

Elvis has left the building

Pubblicato: 4 novembre 2022 in Uncategorized

Racconto apparso anche su Caffè Letterario

Testo della trasmissione Mess is more del 4/11/2022 su Libertalia Radio.

Playlist Spotify della trasmissione

Elvis has left the building.
Nora rimaneva sempre qualche minuto ad ascoltare quella frase svanire nell’aria, frantumata tra il vociare calante della folla che fintamente delusa dall’annuncio riprendeva la via di casa.
Elvis has left the building.
C’era una melodia in quelle poche parole che doveva significare qualcosa di importante per lei. Perché le prendeva un groppo in gola e il cuore faceva un piccolo balzo, un extra battito che le accorciava il fiato e le imporporava le gote. Ci aveva pensato tante volte: perché e cosa le ricordava quella frase. Cosa? Ma niente, rimaneva così, incantata e senza fiato.
Spostò in avanti il secchio e immerse lo spazzolone nella schiuma ancora candida. Nel corridoio stretto che portava ai camerini la scia umida sul pavimento si raggrinziva velocemente in isole liquide, che la seconda passata provava a distendere e asciugare. Qualche volta si era sporta alcuni minuti prima e l’aveva anche visto Elvis, il re, che lasciava l’edificio. Più che camminare si trascinava poggiato a due bodyguard. Gonfio, grondante di sudore. E quella sera, sì, quella sera l’aveva anche guardata e le aveva sorriso. O forse era lei che si era immaginata che le sorridesse. Forse era una smorfia, il dolore che divampava in viso. Però che l’aveva guardata quello sì. E Nora si era sentita imbarazzata, come se di colpo si fosse scoperta nuda, in mezzo alla folla. Già, si era trovata senza protezione, inerme.
Alla fine del corridoio la porta di metallo azzurra era chiusa. Lo spazzolone aveva indugiato sfiorandone la sagoma opaca. Da lì, scendendo la scala che si mostrava poco dopo, e seguendo il muro con le foto dei personaggi importanti che si erano esibiti lì, si arrivava sul lato destro del palco. Un piccolo andito, con un pesante telone cremisi tra chi lo affollava e il palco. Stava alcuni istante lì Elvis prima di andare via. Guardava le luci indugiare su quello spazio ormai vuoto. Poi delle mani gli si poggiavano addosso, spingendolo velocemente via.
Elvis has left the building.
Chissà se l’aveva mai ascoltato quell’annuncio. O magari ogni volta lo perdeva, già immerso nelle luci tenui della sua limousine con i vetri oscurati. Gli occhi che osservavano le ombre del mondo fuori, uomini e donne ancora in attesa che una sorpresa lo riportasse lassù, davanti al pianoforte a cantare un ultimo brano. Respirava a fatica e pensava come sarebbe stato bello infrangere quella regola e tornare dentro, invece di correre via verso il nuovo concerto.
E invece, Elvis has left the building.
Nora, scostò il telo, il palco era solo illuminato da due luci fioche che a mala pena fornivano un chiarore lunare alla scena. Da piccola Nora avrebbe voluto cantare. Il reverendo Hamilton l’aveva pure selezionata per il coro, ma sua madre era stata inflessibile. Nella loro famiglia già ne avevano avuto uno di artista. Lo diceva con il tono di disprezzo che usava per il suo datore di lavoro e per John. Il suo datore era un filibustiere che rifilava hamburger pessimi ai ragazzini delle scuole. E John era il padre di Nora, un bassista che era sparito prima che lei nascesse e che di tanto in tanto si presentava in casa per non farsi trovare dagli sbirri. Un bell’uomo John, che le aveva insegnato a suonare prima di svanire per sempre ingoiato da chissà quale mare lontano da casa.
Nora mosse due passi per vedere meglio. Su un lato una rastrelliera con una sola chitarra rossa era rimasta ad occupare lo spazio del re. I tecnici dovevano essersi presi una pausa e il palco deserto appariva anche un po’ lugubre: un corpo violaceo, cadavere lentamente svuotato di vita e di senso. Qualche passo ancora e Nora ebbe chiaro il panorama sulla platea vuota che si dispiegava enorme davanti alla scena. Provò a immaginare la folla e le urla eccitate delle fans. Stentava con quella luce fioca a percepire le file più lontane, ma proprio lì vicino, sulle prime poltrone notò un’ombra, che sembrava osservarla.
Fece qualche altro passo e l’ombra rivelò il volto di un ragazzino. Nora pensò che quello sguardo doveva averlo visto da qualche parte. Sì, ma dove si chiedeva. Dove poteva essersi impresso in quel modo lo sguardo di un ragazzetto bianco.
«È finito tutto?», strillò dalla prima fila.
«Sì, ma da un po’. Anche tu dovresti tornare a casa. Aspetti i tuoi?», fece Nora avvicinandosi quasi al bordo del palco per vedere meglio.
«Sono solo e non credo che mi serva più una casa dove tornare.» poi indicando il teatro, «questa alla fine è la mia casa.»
«Ma qui non c’è più nessuno»
«Quella è rimasta», disse il ragazzo indicando la chitarra.
«La porteranno via a breve penso»
«È una Hagstrom»
«Non ne capisco niente di chitarre»
«Sai suonare?»
«Strimpellavo da piccola, mio padre suonava Jazz.»
Il ragazzo fece un segno di assenso con la testa. Poi si mise in piedi e si avvicinò al palco. Poggiò, rigirandosi, la schiena al bordo rivestito di legno.
«Sai cosa non mi piace dei teatri?»
«Cosa?»
«Visti da fuori non sai mai cosa c’è davvero dentro. È tutto rigido, solido. Una scatola che pretende di essere il contenuto. Capisci?»
Nora disse che no, non capiva proprio e tra sé si domandava anche dove diavolo aveva visto quegli occhi. Un ragazzino che parlava in quel modo poi. Una strana serata quella, forse doveva andare via in fretta e finire il turno. Infilarsi di nuovo tra la folla della metro e tornare dritta a casa. Ma stava lì, nella penombra, ammaliata dalla voce del ragazzo.
«Come quella chitarra lì. Dentro quelle corde ci stanno infinite note. E stanno lì pronte a dire delle cose a chi le ascolta.» S’interruppe per girarsi e guardarla. Nora pensò che sì, questa cosa la capiva. Quando John, suo padre, suonava da quelle corde lei sentiva arrivare un piccolo tepore, una tempesta di fulmini gentili che le raccontavano della vita e dell’amore e del fatto che ci sono padri che devono sparire per dire che vogliono bene alla propria figlia. Era tutto lì dentro e lei lo sapeva da sempre. Non sapeva come dirlo al mondo, ma lo sapeva.
«Ma quando stai su quel palco allora è il teatro a decidere. E non vale che è tutto studiato per i tizi che si sono piazzati su quelle dannate poltrone. Staccano il biglietto, pagano e poi si seggono e diventano un pezzo del teatro. Come i mattoni, i lampadari e le ringhiere delle scale. Quelle note possono rimanerti dentro, perché il teatro, la scatola, l’edificio, tollera solo la sua facciata e quei suoni che il teatro ha pagata. E per questo ti paga, per sentire quelle note lì e basta.»
Nora ascoltò queste ultime parole farsi gravi, una tonalità che le sembrò di conoscere, ancora una volta, ma che no, dai, chissà come era ancora lì. Nell’aria del teatro. Doveva essersi incastrata nelle pieghe di velluto delle poltrone e ora si mescolava con il silenzio della sala vuota.
«C’è quel momento però, che quel bambino che voleva solo cantare, non ce la fa più. Sta dentro una scatola pure lui compresso dagli estratti conto delle banche, dalle clausole degli avvocati. E vuole uscire fuori quel bambino. Che ne sapevo io che un teatro, che un albergo, una donna, una vita, un corpo fosse così impenetrabile. Ci vuole un terremoto per farne crollare almeno un’ala. E senza terremoti rischi di rimanerci per sempre lì dentro.»
Nora si ricordò che una volta l’aveva sentita una scossa, di notte, ed era corsa dalla madre.
«Quando sei piccola pensi che un adulto può salvarti da tutto. Pure da un terremoto», disse senza pensarci Nora.
Il ragazzo la guardò, «sai a cosa servono i terremoti? A scappare dagli edifici. Crollano muri e tetti e allora puoi, anzi devi, fuggire via. E portare fuori le note che ami, almeno per un’ultima volta, almeno davanti le macerie. Non te lo dicono gli adulti perché sono ormai loro stessi degli edifici. Degli assurdi, ridicoli edifici sigillati. E hanno il terrore che da una crepa, di colpo, si scopra ciò che tengono dentro, il loro sogno segreto da bambini.»
Poi il ragazzo si girò e lentamente si avviò all’uscita.
«La Viking è una bella chitarra, sai? Peccato non poterla suonare più, ma sta dentro l’edificio oramai e io come hai capito devo lasciarlo, il prima possibile.»

Nel dire questo si girò a guardarla e lei, Nora, ebbe chiaro di chi erano quegli occhi. Li aveva visti sorriderle qualche ora prima nel corridoio e no, non poteva sbagliare. Quegli occhi erano stati su quel palco e avevano guardato la gente lì davanti; ed erano orgogliosi quegli occhi perché c’era riuscito il ragazzo a cantare, liberandosi dal corpo flaccido e gemente, comatoso e dolente. Così corse dentro Nora, si cambiò d’abito e fuggendo, di corsa riuscì a prendere il treno di mezzanotte. Appena in tempo per arrivare ancora sveglia a casa e buttarsi a letto vestita così com’era. Aveva acceso la radio Nora e una voce affranta aveva detto quello che alla fine già sapeva: il re era morto, sfinito da quella stessa vita che lo aveva reso un edificio ingombrante, un corpo inutilizzabile per il ragazzo lì dentro che voleva solo cantare.
Pensò al ragazzo che finalmente si era liberato da quell’enorme prigione/teatro che gli aveva tolto anche il fiato. E Unchained melody si era diffusa nella piccola stanza di Nora, mentre stanca chiudeva gli occhi nel sonno. Sulla sponda del letto si accomodò John, il padre, con la sua camicia a scacchi e l’anello vistoso al dito. Le fece una carezza, mentre una voce in testa ripeteva senza sosta:

Elvis

has left

the building.

Fogli bianchi

Pubblicato: 3 ottobre 2022 in Uncategorized

Writer's Block / il blocco dello scrittore
Foto Flickr:https://flic.kr/p/R6yqZW

Spesso serve avere fogli bianchi ai quali affidare le parole che nessuno in realtà vuole davvero ascoltare.
La paura di ascoltarle e quella di pronunciarle.
Che strana fatica è la calligrafia ricercata di chi forse non vuole più la vita.

Don’t look up

Pubblicato: 22 luglio 2022 in Uncategorized

Planet Honeycomb And The Fossil Asteroid
Foto Flickr: https://flic.kr/p/rv72mq

Alzerei però un attimo la testa, evitando di pensare al limitato panorama italiano.
La politica delle democrazie occidentali è in profondissima crisi, ovunque, perché non ha risposte da dare e forse non ha ben chiare nemmeno le domande.
Prova a medicare con vecchi farmaci pensati quando il nuovo millennio non era ancora entrato in circolo nelle vene della storia.
La macchina ha già preso il sopravvento. I ritmi e il tempo sono quelli della macchina. Se non accesi e produttivi il tempo umano è inutile. E questo è il segno della macchina e dell’industria: o sei acceso e in produzione o sei un peso. Digitale: on/off.
Dieci miliardi di persone non possono stare tutti accesi. Non c’è che fargli fare davvero e l’impronta ecologica totale di dieci miliardi di individui accesi è insostenibile per il pianeta, che prova a ridurla secondo natura con lo sterminio. Nessuna specie può occupare tutti gli spazi senza eutrofizzare il suo habitat e quindi estinguersi. Homo sapiens lo sa, il fatto che se ne freghi non muta il corso delle cose.
La religione liberista degli economisti è giunta al capolinea e procede per roghi e autodafé: anche solo ipotizzare la stagflazione appare una eresia e il dogma della crescita sbandierato come TINA.
Vista la valenza planetaria nessuna delle domande può essere rivolta a un governicchio di uno staterello sovrano di stampo ottocentesco. Una dimensione continentale è già modernariato novecentesco, buono per arredare una guerra mondiale, quanto difficile da manutenzionare a causa della necessaria obsolescenza programmata.
In tutto ciò le forze politiche conservatrici riescono al più a rintracciare singoli individui della curia con ancora voce per ripetere i salmi della liturgia ortodossa. Draghi è il miglior officiante in questo ambito e se non abbiamo altre idee (e non ne abbiamo) alla fine è l’unico che somiglia a un premier novecentesco.
La sinistra si spera che stia covando qualche idea, ma in questo momento è nascosta bene, tanto che nemmeno il Webb telescope è riuscito a rilevarla in questo universo. Che sia impigliata nel metaverso e non abbia segnale per farsi sentire? Speriamo di avere un contatto in fretta, ma diciamo la verità, nessuno di noi è disposto a rinunciare a un grado di condizionatore e un centimetro di confine nazionale. La vedo difficile.
La destra prova disperatamente a distinguersi dai conservatori e sposta la discussione su argomenti ottocenteschi. Se andrà al governo (come alla fine sadicamente mi auguro perché altrimenti coltiveremo all’infinito il dubbio che ci sia qualche cosa da ascoltare) cancellerà d’ufficio i gay, l’aborto, i migranti, il divorzio, il cognome delle donne, le frontiere aperte, la cannabis, l’eutanasia. Tutte azioni che non serviranno a niente, faranno male a tutti e soprattutto disegneranno staterelli autoreferenziali che da soli non potranno nemmeno tenere accesi i ventilatori e gonfiare i salvagente con le temperature e i mari che si innalzano.
Il problema che vedo è che somigliamo ai dinosauri (troppi) che guardano stupiti la scia dell’asteroide in rotta di collisione. Ma noi abbiamo neuroni in grado di veicolare uno step evolutivo che mitighi le condizioni dopo l’impatto. Alla fine la natura lo farà comunque e già una volta dagli enormi dinosauri ha fatto evolvere le galline. Un successo (ne alleviamo tra 30 e 50 miliardi) secondo solo al Covid che in una paio di anni ha colonizzato un intero pianeta e al contrario delle galline gode di ottima salute.

Nel frattempo don’t look up.