Mattia

Pubblicato: 3 novembre 2017 in Uncategorized

Credo d’aver compreso un aspetto importante della differenza tra racconto e romanzo. Me lo ha spiegato Mattia. Ieri sera in una pagina che provo a scrivere da tanto, ha alzato lo sguardo, osservando una frase messa giù di getto. Nella storia stava andando via con la madre. Proveranno qualcosa per salvarlo o per farci salvare. Non esisteva quasi nella storia, era solo un nome, un corollario alla presenza della donna in quel posto preciso, un pretesto. Eppure ha alzato gli occhi e si è messo a raccontare la sua storia. Non mi aspettavo questa cosa, Mattia si è fatto scrivere il suo spot luminoso e si fatto guardare, all’improvviso.Nel racconto giochi sul tempo, fotografi la scena e fuggi. La illumini e la ritocchi, ma infine è statica, ne hai il totale controllo essendo finita e circoscritta. Devi essere bravo a trasferire la suggestione che hai in mente nel gioco di parole.

Il romanzo forse no, ha la dinamica della vita, la stai osservando in vitro ok e le singole scene sono statiche, fotografie che devi rendere i fotogrammi di un film. Così accade che i personaggi inizino come Mattia a voler vivere nella trama, ti spiegano loro dove vogliono andare e perché. Perché esistevano nella mezza paginetta scritta, ma erano una idea che ancora non avevi pensato, stavano in attesa che la giusta concatenazione di parole ti facesse percepire il loro sguardo. 

Ora però è difficile, Mattia vuole essere seguito nel suo silenzio, racconta muto e so esattamente che la suggestione che vuole narrare è la sua contronatura. Ogni bambino della trama vuole essere contronatura e lui è il secondo. Devo starlo a sentire, e questo mi turba, perché adesso anche la bambina che non ha nome, che non ha ancora parlato proverà a farsi sentire. Adesso ho capito che sono loro, i personaggi ad avere il controllo. Non è più un racconto, non narrano me, ragionano sulla natura e sui suoi esperimenti crudeli che anche in vitro sono terrore asettico.

Provo ad ascoltarti Mattia, ma non ti assicuro nulla, perché per me questo mondo è nuovo. Troppo nuovo.

Annunci

Mittenti ignoti

Pubblicato: 30 ottobre 2017 in Micro

Ogni volta che Giulio transitava davanti alla cassetta della posta ci guardava dentro. Pensava che sarebbe stato bello ricevere una lettera e, in mancanza, s’immaginava a rovistare la tasca per cercare le chiavi o mentre apriva lo sportellino ruotandolo verso l’alto, con una certa lentezza, per evitare che la busta liberata scattasse fuori come una molla. Alle volte si convinceva che stesse accadendo davvero producendosi in uno moto brusco per afferrare l’involucro, prima che planasse invisibile verso il pavimento. Inutile però, perché nella realtà c’era solo lui, l’ingresso deserto e la cassetta vuota.
In casa smetteva di pensarci sino al dopo pranzo; rassettava il piccolo angolo cottura e passava un panno umido sulla superficie azzurrina in plastica del tavolo. Sporgendo la testa dava sempre un’occhiata alla cromatura rovinata dei piedi di metallo. Non fosse stato solo in casa l’avrebbe mandato a sistemare, ma per lui andava bene così, picchettato di ruggine bruna. Riposava sempre sulla poltrona coperta dal drappo finto indiano rimediato su una bancarella del mercato, con Oscar, il gatto, ai piedi e raramente in grembo. Guardava la parete, la carta incollata decenni prima, ingiallita dalla luce, segnata dal tempo e ragionava su un altro tipo di foglio ripiegato in quattro o in tre, dentro una busta bianca con il suo nome in inchiostro nero o blu.
Fu un martedì, aveva piovuto di notte e l’aria era investita da un gelido torpore. Sulle prime una mattina come tante, solite incombenze artificiali per giustificare l’uscita da casa. Passava davanti alla buca dell’ufficio postale e a dir la verità non seppe mai dire cosa lo colpì. Mi raccontò solo che aveva avuto la certezza che doveva esserci qualcun altro in giro come lui. Ne era sicuro. Disse così, «deve esserci un altro me in giro che desidera ricevere una lettera, ma non lo conosco.»
Così ogni giorno, per mesi, infilò in quella apertura decine di buste affrancate, evitando di annotar sopra il mittente. Gl’indirizzi li prendeva dai rari elenchi che reperiva nei bar, vicini al telefono grigio alla parete, in un un angolo riparato del locale. Li prendeva da lì a caso e li annotava in una vecchia agendina nera di tre anni prima. Dopo pranzo rimaneva sul tavolo della cucina a scrivere lettere a quegl’ignoti. Non mi disse mai di cosa parlava nelle sue missive e io per pudore mai lo chiesi.
Quando prima di andar via da questo borgo mi raccontò la sua storia io ero seduto davanti a lui in un baretto del centro. Non ci conoscevamo, ma avevamo entrambi bisogno di parlare. Non importava di cosa, serviva fiato e suono e orecchie per raccoglierlo. Una storia come un’altra di vita ordinaria, noia reiterata, amore. Andavo via per un po’, a cercare qualcosa, forse per sempre. Lo salutai con cortesia e presi uno degli ultimi treni che andava verso la città. Una donna di mezz’età, molto bella e probabilmente triste per qualche accidente a me ignoto, prese il posto accanto a me. Dalla borsa, una volta partiti, tirò fuori una busta già aperta, dentro un foglio, ripiegato in quattro, con sopra una calligrafia ordinata, una paginetta di parole scritte, in blu. Avrei voluto chiederle tante cose mentre la riponeva in borsa, ma lei adesso sembrava in un certo senso felice. Voltai lo sguardo invocando almeno una lacrima, ma io andavo via per quello. E così fuori il mio mondo rimaneva indietro. Per fortuna.

Elogio della contraddizione

Pubblicato: 26 ottobre 2017 in Opinioni


Fonte: moviejuice.com – File:http://moviejuice.com/wp-content/uploads/the-entire-snider-family.jpg

Ecco la famiglia Snider. Una classica famiglia americana. Eppure anomala nel suo genere. I coniugi Snider sono felicemente sposati da qualcosa come 36 anni, hanno quattro figli, un cane che frequenta lo stesso parrucchiere della figlia e a quanto pare i maestri della nipotina si dichiarano molto felici di accogliere nonna Suzette all’asilo e rimanere a parlare con lei.
Nonno David a 62 anni lavora ancora e litiga spesso con nonna Suzette per i mascara e gli smalti. E questo perché Dee Snider è una sorella perversa, il fondatore e vocals dei Twisted Sister, esempio ancora in vita dell’Hair Metal made in eigthies.
Ecco nonno Dee al lavoro.


Fonte: metalitalia.com – File:https://metalitalia.com/wp-content/uploads/2012/03/twisted-sister-dee-snider-2010.jp

In questi giorni pare che nonno Dee abbia poco apprezzato l’uso di magliette di gruppi Metal storici e simboli apotropaici tipici da parte di personaggi lontani da questo per me sempre magnifico genere musicale. In particolare ha scagliato brutte parole contro tale Ferragni Chiara influencer di professione.
Se sulle prime ho riso di cuore, ragionando ho capito che sotto questa notizia trascurabile c’era un bel messaggio.
Nonno Dee non beve, non si sballa, non sfoggia amanti. Praticamente da sempre. Di fatto è un eretico della chiesa del Metal. Ha contraddetto quasi tutto dell’immagine asociale dei suoi colleghi. Quasi l’esatto contrario di Vince Neil e sodali, nonostante il look piuttosto vistoso e l’amplificazione spinta dei Marshall. Prendersela per l’ortodossia dei simboli lo riporta dentro la stessa chiesa che sembrava avere ereticamente contraddetto.
Ora il messaggio poteva essere una sorta di ritorno all’ovile evangelico. O forse la liberazione da qualche paura e giogo imposto, alla This must be the place. Già! Il ritorno a casa senza trucco e capelli corti di Cheyenne.
La verità è che ho scelto l’Heavy Metal perché se avessi fatto questo discorso su religione, politica, calcio, scuola, lavoro, storia, filosofia, dolci, vegani, cani, gatti, mare, montagna, scienza, Halloween, Pasqua, Natale, Ramadan, immigrati, emigrati, giovani, vecchi, bambini, uomini, donne, gay, trans, tutto e il suo esatto contrario, sarebbe capitato il cataclisma perfetto. Gia! Perché adesso ogni argomento è bianco o nero, stop. E soprattutto esistono solo certezze, incrollabili certezze. E schemi rigidi, dentro i quali o ti muovi o soffochi. Peggio che nei monasteri alla Nome della Rosa, peggio dell’inquisizione, peggio del peggio.
E ciò che mi lascia sempre attonito è come diavolo fate ad avere sempre tutte le risposte, a sapere sempre cosa fare, cosa indossare, cosa bere, mangiare, amare, adorare, respirare. Come diavolo fate se neanche nonno Dee ha ancora capito che colore di rossetto gli dona di più. Come fate a non rimanere folgorati dalla bellezza trash di nonna Suzette (artificiale lo so) e della sana e genuina incoerenza della contraddizione insita in ogni manifestazione della natura umana.
Non lo so, inizio a pensare che voi non siete esseri biologici, siete in verità Pensiero Profondo, in grado di dare la risposta alla domanda sulla vita, l’universo e tutto quanto. Che sarà pure giusta, ma a me in fondo interessa di più la domanda.

🙏 Sayonara

La bimba della foto

Pubblicato: 25 ottobre 2017 in Micro, Opinioni

La immagino che aspetta il rientro del papà, seduta su una panca all’ingresso di uno di quei casermoni di semiperiferia. Lei è già pronta per stasera, c’è il derby, la partita che vale l’intera stagione. Aspetta e muove il dito sul display del cellulare litigando con Saretta, l’amica avversaria, anche lei trepidante nella palazzina di fronte. Se provassero a sporgersi dalla finestra non si vedrebbero, separate dai colori delle maglie e dalle fronde dell’albero ancora non incendiate dall’autunno.
Il padre finisce il turno alle casse e scappa via sul suo scooter datato. La macchina è dall’elettrauto dell’angolo, una rogna con la centralina, mezzo stipendio che sta per volare via, se tutto va bene e lo sfasciacarrozze fa il suo sporco lavoro.
Il padre di Sara insegna invece, latino e greco, ha terminato una di quelle riunioni inutili nella sede mezza diroccata di un liceo del centro. Aspetta da mezz’ora che passi un autobus. Anche lui ha fretta di tornare, cambiarsi e andare allo stadio. E poi lui ha l’unica macchina disponibile, se parte, e deve fare presto, ma dell’autobus non si vede neanche la sagoma in fondo al viale.
Anna si guarda nella specchiera dell’ingresso e finge di non vedere sotto la maglietta i segni della sua vita che cambia. Sorride pensando al derby, anche se dovrà litigare con Sara. Tanto poi si fa pace. Sempre.
Allo stadio arrivano tutti insieme, ma agli ingressi si dividono. Per questa volta ospiti per Anna, solita curva per Sara. Fingono di mandarsi dei cancheri a vicenda, allontanandosi con finto sollievo, ma dura poco. Riemerse nella bolgia degli spalti si ritrovano separate da un vetro imbrattato e a tratti scheggiato.
Pensano, che idiozia questo fatto del vetro, ma credono davvero che loro due si prenderebbero a schiaffoni per una partita? Imbecilli! Guardano le scritte minacciose e le figurine appiccicate con la foto di una bimba come loro, con una maglia diversa dalla loro, che ride felice di qualche partita, che non è la loro. Bella idea pensa Anna, farsi tanti selfie con la maglia della propria squadra e postarle sul gruppo facebook che vuole creare.
Guarda la figurina e pensa che bisogna farlo presto quel gruppo, prima che qualcun altro le freghi l’idea. Magari proprio la bimba della foto. Le ragazze nel pallone si deve chiamare. Ognuna con la propria maglia, non importa quale, e con il proprio selfie. Tutte sorridenti.
Bisogna farlo. Presto. L’arbitro fischia. Farlo prima della bimba della figurina. Il derby inizia. Prima che sia troppo tardi.