Oggi per noi

Pubblicato: 14 dicembre 2017 in Micro, Uncategorized

Noi si guardava le pietre del mare, nei piccoli tramonti che capitava di incontrare. Eravamo in qualche modo vigili e in silenzio percepivamo il mondo svolgersi in ordine e senza affanni. Piccoli guardavamo il mare, perché bambini eravamo, ignari del significato di troppe parole. Rimbalzavano le pietre lanciate di taglio a pelo d’acqua, andavano oltre il limite ultimo che i nostri prudenti padri ci consentivano.
Ora siamo rimasti in bilico, padri privi di occhi che intercettino il limite. Osserviamo lo stesso mare, calmo in superficie, ma abbiamo terrore per i gorghi invisibili. Questo siamo diventati, ognuno con la sua paura del buio, mimetizzata in ricerca di una qualche luce. Stanchi di resistere, di mostrare facce non nostre, di mascherare le lesioni profonde dalle quali si intravedeva, un tempo, il cuore.
Un bastardino, fiutando l’aria di pioggia, transita in fretta sulla scena. Osserva il mondo com’è, non come lo temiamo. E veloce abbandona le nostre storie in cerca di altro.

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Santa Lucia

Pubblicato: 13 dicembre 2017 in Uncategorized

Per capire appieno l’inconsistenza della diatriba sul genere dell’arancina è necessario partire da un assunto fondamentale: la preparazione gastronomica che il giorno di S. Lucia noi panormiti festeggiamo è fimmina. Incarna per noi il concetto di femminino sacro elaborato dalla civiltà mediterranea sin dalla notte dei tempi. La festeggiamo il giorno della luce, Santa Lucia appunto, come buon auspicio contro le tenebre dell’inverno. E difatti alla luce si ispira come forma e colore: il sole e l’arancia simbolo di energia vitale generata dal sole della nostra luminosa estate. Noi festeggiamo quindi la forza generatrice della natura, la forma perfetta sferica, il sole, e quindi la forza creatrice della fimmina. Noi ci nutriamo in questo giorno di questa forza, evochiamo la Madre, in una sorta di eucaristia mediterranea.
Definita la natura femminile dell’entità arancina tutto il resto ne consegue: forme colori, regole grammaticali tutto in subordine e strumentale per declinare il femminino sacro oggi celebrato.
Tutto il resto sù fissarie e alla fine che in alcune parti del globo, non riferendosi al nostro millenario culto, preparazioni gastronomiche similari si vogliano declinare al maschile è sì lecito, ma impossibile da assimilare all’arancina panormita che, se mi avete seguito, è il simulacro di un concetto spirituale di questa nostra celebrazione corale.
E comunque nella polemica stessa qualcosa non quadra, specie quando si evocano i famosi vocabolari di fine ottocento e le regole grammaticali, forse tardive, per distinguere frutto e albero in lingua italiana. Al netto delle dispute da Accademia della Crusca penso che alla diversa convenzione lessicale bisogna far corrispondere una stessa entità, il frutto dell’arancio appunto. E qui, come direbbe Totò, casca l’asino, visto che a mia memoria di frutti dell’arancio conici non si ha notizia alcuna. Si dirà allora che prendano la loro forma da sua maestà l’Etna, insomma una serie di arzigogolati tentativi che non tengono conto dell’assunto iniziale ovvero che l’arancina panormita è fimmina. Tutto il resto è fissaria.

Buona Santa Lucia.

Mattia

Pubblicato: 3 novembre 2017 in Uncategorized

Credo d’aver compreso un aspetto importante della differenza tra racconto e romanzo. Me lo ha spiegato Mattia. Ieri sera in una pagina che provo a scrivere da tanto, ha alzato lo sguardo, osservando una frase messa giù di getto. Nella storia stava andando via con la madre. Proveranno qualcosa per salvarlo o per farci salvare. Non esisteva quasi nella storia, era solo un nome, un corollario alla presenza della donna in quel posto preciso, un pretesto. Eppure ha alzato gli occhi e si è messo a raccontare la sua storia. Non mi aspettavo questa cosa, Mattia si è fatto scrivere il suo spot luminoso e si fatto guardare, all’improvviso.Nel racconto giochi sul tempo, fotografi la scena e fuggi. La illumini e la ritocchi, ma infine è statica, ne hai il totale controllo essendo finita e circoscritta. Devi essere bravo a trasferire la suggestione che hai in mente nel gioco di parole.

Il romanzo forse no, ha la dinamica della vita, la stai osservando in vitro ok e le singole scene sono statiche, fotografie che devi rendere i fotogrammi di un film. Così accade che i personaggi inizino come Mattia a voler vivere nella trama, ti spiegano loro dove vogliono andare e perché. Perché esistevano nella mezza paginetta scritta, ma erano una idea che ancora non avevi pensato, stavano in attesa che la giusta concatenazione di parole ti facesse percepire il loro sguardo. 

Ora però è difficile, Mattia vuole essere seguito nel suo silenzio, racconta muto e so esattamente che la suggestione che vuole narrare è la sua contronatura. Ogni bambino della trama vuole essere contronatura e lui è il secondo. Devo starlo a sentire, e questo mi turba, perché adesso anche la bambina che non ha nome, che non ha ancora parlato proverà a farsi sentire. Adesso ho capito che sono loro, i personaggi ad avere il controllo. Non è più un racconto, non narrano me, ragionano sulla natura e sui suoi esperimenti crudeli che anche in vitro sono terrore asettico.

Provo ad ascoltarti Mattia, ma non ti assicuro nulla, perché per me questo mondo è nuovo. Troppo nuovo.

Mittenti ignoti

Pubblicato: 30 ottobre 2017 in Micro

Ogni volta che Giulio transitava davanti alla cassetta della posta ci guardava dentro. Pensava che sarebbe stato bello ricevere una lettera e, in mancanza, s’immaginava a rovistare la tasca per cercare le chiavi o mentre apriva lo sportellino ruotandolo verso l’alto, con una certa lentezza, per evitare che la busta liberata scattasse fuori come una molla. Alle volte si convinceva che stesse accadendo davvero producendosi in uno moto brusco per afferrare l’involucro, prima che planasse invisibile verso il pavimento. Inutile però, perché nella realtà c’era solo lui, l’ingresso deserto e la cassetta vuota.
In casa smetteva di pensarci sino al dopo pranzo; rassettava il piccolo angolo cottura e passava un panno umido sulla superficie azzurrina in plastica del tavolo. Sporgendo la testa dava sempre un’occhiata alla cromatura rovinata dei piedi di metallo. Non fosse stato solo in casa l’avrebbe mandato a sistemare, ma per lui andava bene così, picchettato di ruggine bruna. Riposava sempre sulla poltrona coperta dal drappo finto indiano rimediato su una bancarella del mercato, con Oscar, il gatto, ai piedi e raramente in grembo. Guardava la parete, la carta incollata decenni prima, ingiallita dalla luce, segnata dal tempo e ragionava su un altro tipo di foglio ripiegato in quattro o in tre, dentro una busta bianca con il suo nome in inchiostro nero o blu.
Fu un martedì, aveva piovuto di notte e l’aria era investita da un gelido torpore. Sulle prime una mattina come tante, solite incombenze artificiali per giustificare l’uscita da casa. Passava davanti alla buca dell’ufficio postale e a dir la verità non seppe mai dire cosa lo colpì. Mi raccontò solo che aveva avuto la certezza che doveva esserci qualcun altro in giro come lui. Ne era sicuro. Disse così, «deve esserci un altro me in giro che desidera ricevere una lettera, ma non lo conosco.»
Così ogni giorno, per mesi, infilò in quella apertura decine di buste affrancate, evitando di annotar sopra il mittente. Gl’indirizzi li prendeva dai rari elenchi che reperiva nei bar, vicini al telefono grigio alla parete, in un un angolo riparato del locale. Li prendeva da lì a caso e li annotava in una vecchia agendina nera di tre anni prima. Dopo pranzo rimaneva sul tavolo della cucina a scrivere lettere a quegl’ignoti. Non mi disse mai di cosa parlava nelle sue missive e io per pudore mai lo chiesi.
Quando prima di andar via da questo borgo mi raccontò la sua storia io ero seduto davanti a lui in un baretto del centro. Non ci conoscevamo, ma avevamo entrambi bisogno di parlare. Non importava di cosa, serviva fiato e suono e orecchie per raccoglierlo. Una storia come un’altra di vita ordinaria, noia reiterata, amore. Andavo via per un po’, a cercare qualcosa, forse per sempre. Lo salutai con cortesia e presi uno degli ultimi treni che andava verso la città. Una donna di mezz’età, molto bella e probabilmente triste per qualche accidente a me ignoto, prese il posto accanto a me. Dalla borsa, una volta partiti, tirò fuori una busta già aperta, dentro un foglio, ripiegato in quattro, con sopra una calligrafia ordinata, una paginetta di parole scritte, in blu. Avrei voluto chiederle tante cose mentre la riponeva in borsa, ma lei adesso sembrava in un certo senso felice. Voltai lo sguardo invocando almeno una lacrima, ma io andavo via per quello. E così fuori il mio mondo rimaneva indietro. Per fortuna.