C6?

Pubblicato: 6 settembre 2020 in Uncategorized

C’è una cosa insopportabile. Le presentazioni infinite, i powerpoint chilometrici che ti rovinano intere giornate. Dovrebbe dirlo qualcuno prima o poi che dopo la decima slide chi ascolta perde ogni attenzione. È inutile andare oltre, diventa tortura. Questo pensavo quando arrivò la vibrazione della notifica. Non guardai nemmeno il polso, era un segnale standard e da un annetto o poco più avevo dedicato vibrati diversi ad Anna e a un altro paio di contatti importanti. Il tizio intanto in preda a una smania comunicativa continuò il diluvio di parole, grafici, liste puntate, trends.
E quasi me ne dimenticai per buona parte della giornata di quella notifica, tra la narcolessia da slides e le tante piccole incombenze.
Fu a cena, mentre discutevo con Anna, che una nuova vibrazione catturò la mia attenzione. Era il mio saldo e a seguire il messaggio del dentista e…
Anna percepì lo stupore e mi chiese qualcosa. Non ricordo le parole esatte, troppo confuso, ma la mia unica reazione fu mostrarle il display.
“C6?”
Anche Anna ebbe un fremito, lo stesso mio gelo sulla schiena iniettato da quel rettangolino con il nome sopra: Leda.
Tre anni non erano bastati. E come fai a farti bastare gli anni per una assenza così potente? Come metti un punto, come volti pagina e ricominci a vivere. Non puoi, non è umano. Provi a farlo se non impazzisci, se fai finta di non impazzire. Poi di colpo dal tessuto digitale che ti avvolge affiora quel nome, quel numero. Con quel messaggio: “C6?”
«Devi cancellarlo il numero, Paul. Lo avranno riassegnato. Così ci distruggiamo.»
Riuscii solo ad accennare un sì, ma non a cancellare il numero. Per carità, ci arrivai a un solo click dio sa quante volte, ma niente, tornavo indietro. Era più forte di me.
“C6?”
La notte passò male. Anche Anna sentivo che si rigirava, facendo finta come me di dormire. No, non era il caso di parlare. Lo avevamo fatto per due anni. Poi forse avevamo capito che era stato tutto sbagliato dall’inizio e che di parole sensate non ne rimanevano più in gola.
Leda era nostra figlia. Una malattia genetica l’aveva resa incapace di comunicare con il mondo esterno. Sordocieca e con tanti problemi fisici. Solo il tatto, la pressione gentile di un abbraccio potevano penetrare in quel mondo silenzioso e buio. Poi Anna un giorno mi girò un post. Due righe e una foto. Fu un bene? Un male? Per due anni ci siamo scorticati l’anima a vicenda io e Anna con questa domanda. Poi abbiamo smesso di farlo a favore di un autolesionismo inconfessato.
Leda iniziò le visite al centro del professor Lovecraft. Una serie di accertamenti che durarono tre mesi. Nel frattempo noi venimmo ospitati più volte nel centro perché dovevamo essere resi edotti della tecnica e parlare con chi aveva già fatto parte del programma. Imparare dalle loro esperienze.
Quarantacinque percento di probabilità di successo. Dove per successo non significava un recupero completo, almeno nel caso di Leda. Gli elettrodi potevano fare molto sulle connessioni nervose e le azioni di riprogrammazione genetica erano ancora troppo limitate per riparare aree troppo devastate. Però quella percentuale non era zero. Rischio? Accelerare di qualche anno ciò che la natura da sola avrebbe fatto a Leda.
Quarantacinque percento. Non è una sicurezza, ma abbastanza da farti pensare che potresti essere fortunato. Voglio dire già il caso ti è venuto addosso una volta, possibile che adesso voglia di nuovo morderti? Guardavi quel corpo steso sul letto speciale e pensavi che quarantacinque percento è un numero enorme rispetto a quello zero del mondo buio di Leda.
Quando aprì gli occhi per la prima volta e ci vide affiorare da una nebbia grigia, Leda sorrise. Erano passati due anni da quel quarantacinque percento e lei finalmente vedeva quanta luce ci fosse nel mondo, tanta da doverle proteggere gli occhi per molto tempo con delle lenti scure.
Quando ascoltò le prime parole di Anna, Leda rise. Erano passati tre anni da quel quarantacinque percento e lei finalmente ascoltava quanti suoni ci sono nel mondo. L’udito arrivò dopo per scelta, affinché già abituata alla vista delle labbra che si muovono, non provasse paura per quelle voci nel buio che non aveva mai sentito. Eppure l’ambiente intorno a lei dovette essere ovattato per proteggerla dai rumori, solo poca musica, scelta con cura e a volumi moderati che la cullasse. Quel mondo era tutto una scoperta per lei e non ne conosceva ancora la grammatica. Spaventarla era facile.
La voce rimase un sogno in un cassetto. Scompensi ormonali suggerirono di rallentare i trattamenti. C’era bisogno di tempo e pazienza diceva Lovecraft. Tempo pensavamo di averne, pazienza tanta da esserne sopraffatti.
Intanto Leda aveva iniziato a coordinare le mani e a comunicare con una tastiera e un tablet. Piccole frasi, concetti semplici. Un miracolo.
Tra alti e bassi passarono sette anni. Abituarsi al miracolo impossibile. Ogni due settimane circa, Leda veniva connessa al sistema per gli upgrade. Bisognava sedarla per qualche ora perché molte funzioni venivano momentaneamente interrotte e vederla per quel tempo tornare al suo stato iniziale non era facile. In genere ero io a controllare il processo nella sua stanza e ogni volta rimanevo con quell’ansia che non ci dovesse essere un risveglio. Poi finito l’iter, apriva gli occhi e sorrideva. Non mi vedeva subito perché ero dietro al letto, al terminale a controllare i parametri. Lei apriva gli occhi e dal suo tablet mi scriveva: “C6?”
Ogni tanto in quella settimana controllai quell’account risorto. Di tanto in tanto sotto il nome spuntava un online, mai un segnale in più, un nuovo messaggio. Fu il venerdì che davanti a quel silenzio, provai di nuovo a cancellare il numero. Anna aveva ragione, chissà a chi avevano riassegnato il numero. Leda era morta per una complicazione al cuore, una notte di pioggia. Non aveva avuto il tempo nemmeno di chiamare aiuto. Non si comprese neppure se l’ultimo intervento sulla matrice di elettrodi avesse stressato troppo il suo fisico. Quell’upgrade doveva migliorare le capacità cognitive e permetterle una migliore comunicazione con il mondo esterno. Avrebbe potuto parlare nel tempo. Questo ci dissero. E noi ci chiedevamo quale sarebbe stata la sua voce. Leda non era più una bambina, avrebbe parlato con la voce da ragazza? Rimase solo la domanda.
Sotto la conferma di cancellazione lo stato si modificò da online a sta scrivendo.
Un movimento del dito e quel numero sarebbe svanito finalmente. Un movimento che non arrivò.
“C6?”
Bloccai la cancellazione e rimasi a lungo a guardare il display. Dopo un po’ cercai il cellulare. Trovai la chat e anche lì lessi: “C6?”
“Sì”, risposi con un nodo alla gola.
“Dove sono?”
“Chi sei?”
“Io?”
“Sì, tu.”
“Io? Non lo so.”
“Non sei Leda, giusto?”
“Leda? Sì certo! Leda, sono Leda.”
Sentii il sangue gelare nelle vene e tornai a guardare il display.
“Sono Leda. Sì. Dove sono?”
“Cosa vedi intorno?”
“Non vedo nulla!”
“Come nulla? Ci sarà qualcosa in giro.”
“Nulla.”
“Dove eri l’ultima volta che ricordi?”
“L’ultima volta?”
“Sì, l’ultima volta.”
“Nella stanza.”
“Quale stanza?”
“Una stanza.”
“Io c’ero?”
“Tu?”
“Sì.”
“Tu? Chi sei tu?”
“Io sono papà, Leda.”
“Tu? Papà?”
La chat si interruppe. Scrissi dieci volte almeno “C6?” Ma le spunte non davano alcuna consegna avvenuta. Poi di colpo, raccolsi le mie cose e scappai fuori. Guidavo guardando di continuo il display della macchina in attesa di una risposta. Di un segnale almeno. Nulla, silenzio sino a casa.
Anna non c’era ancora. Mi concessi una doccia, una lunga pioggia d’acqua sulla testa. Di colpo ebbi una idea assurda. Senza neanche chiudere l’acqua, mi precipitai fuori, nudo e grondante, percorsi il breve corridoio fino alla porta chiusa della stanza di Leda. Non ci ero entrato più. Anna sì, lei aveva rassettato e sgomberato alcune cose, anche se tutto sembrava conservare quel senso di pace ovattata che aveva custodito i progressi di Leda per anni. Mi guardai intorno cercando qualcosa. Poi lentamente tornai sui miei passi, affondando nel divano e perdendo lo sguardo sul display vuoto.
Quando Anna rincasò mi trovò così, nudo sul divano con lo sguardo vuoto.
«Non puoi continuare così, Paul. Me lo avevi promesso che avresti cancellato quel maledetto numero.»
«Ma era Leda, cercava me. È da qualche parte.» Davanti agli occhi le scorrevo la chat, le domande e le risposte.
«Dove sarebbe Leda, l’abbiamo vista con i nostri occhi diventare cenere. È morta Paul, è morta.»
Piangeva Anna, ma io ero troppo preso dalle mie visioni e da quella chat.
«Il suo corpo, Anna. Il suo corpo è bruciato. Ma il resto? Ti ricordi che dicevano che si sarebbe potuto caricare la coscienza di una persona su un server prima o poi? Ti ricordi Lovecraft?»
«Ma non hanno idea di come farlo ancora oggi.»
«E se lo avessero fatto invece. Se ci avessero provato e Leda fosse chiusa in quel server. Se volesse solo essere liberata.»
«Ma liberata da dove Paul? Da dove?»
Anna si prese la testa tra le mani. Disperata oramai di tutte quelle follie, forse con la paura che alla fine avessi davvero ragione. Anna in fondo aveva provato in tutti i modi in quei maledetti anni di elaborare quel lutto.
Il telefono di Anna squillò. Un numero non più salvato, ma che nella sua memoria ricordava bene. Era la segretaria di Lovecraft. Avevano cercato di mettersi in contatto con me, ma il mio numero era disconnesso. Guardai il display e speranzoso mi resi conto che avevo per errore commutato in modalità aereo. Mi riconnessi, ricevendo tutte le telefonate perse e poco altro. Leda era ancora offline.
La compagnia telefonica aveva a quanto pare riassegnato davvero quel numero a una nuova paziente in trattamento. Era agli inizi e per un qualche errore un server aveva attivato la chat verso me. Sì certo, aveva detto di chiamarsi Leda, ma la verità è che ancora non sapeva di chiamarsi Judy. Meglio lo sapeva, ma era ancora all’inizio e i segnali erano ancora deboli. Lo sapevamo bene come erano quegli inizi. Si scusavano moltissimo, perché avevano letto la conversazione e capivano il pesante inconveniente.
Anna chiuse in silenzio e si diresse muta verso il bagno. Voleva lavarsi via quell’ultimo dolore che in fin dei conti le avevo procurato.
Io rimasi ancora sul divano, nudo. Quasi in dormiveglia. Poi presi il telefono. Selezionai il contatto e lo cancellai. E così in silenzio mi concentrai sul rumore dell’acqua della doccia in bagno.
Il tempo ha fatto il resto. Io e Anna adesso abitiamo in una casa nuova. L’altra l’abbiamo lasciata con tutte le vecchie cose dentro, compreso la stanza di Leda. Ogni tanto visitiamo il cimitero dove riposa l’urna. Ci andiamo tenendoci per mano e così stiamo tutto il tempo. Io e Anna. Anche oggi che c’è un cielo cupo e minaccia pioggia. In giro c’è un silenzio irreale, neanche un cinguettio dagli alberi del viale.
Tornando in macchina parliamo delle prossime vacanze e del regalo di nozze di Mary Jane. Sul display un messaggio per Anna compare nelle notifiche.
«Leggi il messaggio», dice Anna distrattamente.
La voce di Siri galleggia asettica nell’abitacolo dell’auto.
«Da: Leda. C6?»

Brioscia

Pubblicato: 31 agosto 2020 in Uncategorized

Brioscia

Quando ero piccolo il gelato in inverno non c’era. Non che scomparisse del tutto, solo che lo trovavi in pochissimi posti. Uno di questi era Cofea, in via Villareale. Entravi e non lo vedevi il gelato, perché lo teneva nei pozzetti. E lui lo aveva tutto l’anno, perché vendeva solo gelati, pure in inverno.

Io ci passavo con mia madre. Non mi ricordo che ci facevamo al centro, ma quando eravamo in giro ci passavamo. Solo che in inverno ci passavamo di rado, perché ok che Cofea aveva il gelato anche in inverno, ma questa possibilità doveva essere una roba da ricchi, perché che ne se sapevo io di quanto costava il gelato in inverno. O per tipi strambi, che si facevano venire la voglia di gelato d’inverno. E noi non eravamo né strambi, né ricchi evidentemente.

Il pezzo più ambito era anche allora la brioscia. Lo so che in tanti mi diranno che non si scrive così. Ma a Palermo è questo il nome. E non bisogna specificare proprio che ci vuoi il gelato. Alla cassa dici una brioscia e basta. Ti chiedono al più “con panna?”. Perché la brioscia ha il gelato punto. La panna è opzionale. Alla Vucciria potevi pure dire sola panna. Ma la brioscia semplice la chiedevi in casi estremi. Tipo “una brioscia semplice per il picciriddo che ci metto poco poco di gelato”.

Sì perché la brioscia è roba per la quale devi essere addestrato. In fretta puoi passare dalla fase coppetta alla fase cono. Ma solo dopo vari allenamenti dalla brioscia semplice con poco gelato, potevi iniziare con la brioscia vera.

Per la brioscia, al banco, devi specificare i gusti. E la sequenza ha la sua importanza, deve essere rispettata. Tipo io prendevo cioccolato e caffè, che non è caffè e cioccolato. È un’altra cosa proprio. Perché il primo gusto è quello che finisci per ultimo e impregna la brioche perché la riempie proprio. Il secondo gusto invece esonda e implica tecnica e velocità per evitare l’inondazione sui vestiti. Da qui l’allenamento.

Io quando ero piccolo ma addestrato, andavo con mia madre da Cofea, qualche rara volta pure d’inverno, e prendevo una brioscia cioccolato e caffè. Penso che quella è la migliore brioscia che ho mai mangiato. Poi ne ho mangiate tante attenzione. Un sacco di briosce in una vita. Ma quella di Cofea le volte che ci passavo con mia madre era un’altra storia.

Cofea non c’è più da un pezzo. C’è forse solo l’ombra dell’insegna rimasta. E il gelato lo vendono tutti anche in inverno. Non lo so se perché siamo tutti ricchi o solo strambi. Io comunque in inverno non lo prendo mai. Non lo so, mi pare ancora una cosa strana e poi Cofea ha chiuso.

Ah! Ieri a pranzo così. Brioscia. Cioccolato e caffè. Molto buona. È estate comunque e fa caldo.

Buona la brioscia, certo, ma quella di Cofea era un’altra storia.

Non sparate

Pubblicato: 30 agosto 2020 in Uncategorized

La tenda anti mosche dell’emporio si scostò appena per farlo entrare. L’uomo diede una rapida occhiata in giro e si diresse verso la cassa. Da dietro il plexiglass la ragazza lo apostrofò, con uno sguardo interrogativo.
«Andiamo dietro!» le disse.
«Sto lavorando.»
«Non posso aspettare. Sto partendo.»
La ragazza indossò la mascherina e lanciò un’occhiata d’intesa alla sorella. Poi scomparvero insieme, dietro la porta di legno chiaro sulla destra.
Furono nuovamente fuori in dieci minuti. L’uomo salutò le due facce stanche dietro il bancone con un cenno e si avviò fuori.
La ragazza tornò dietro la paratia trasparente e tolta la mascherina apparve piuttosto contrariata.
Terminato di servire una cliente infagottata in un lungo vestito di maglina, la sorella si avvicinò.
«Tutto bene?»
La ragazza esibì una smorfia negativa.
«Parte?»
«Sì, tra un’ora.»
«Preoccupata?»
«Un po’, ma quest’anno non aveva lavorato ancora un giorno. Deve andare.»
«Tranquilla, oramai sembra tutto sotto controllo.»
«Non lo so gli hanno fatto tutto un discorso.»
«Che discorso?»
«Sulla paura. Che la gente è lì a divertirsi. Che non vuole paura intorno. Quindi bisogna uniformarsi.»
«Ma ci sono le regole, dovranno rispettarle anche loro.»
«Mah. Forse hanno ragione alla fine. Forse a forza di avere paura stiamo solo invecchiando e pure male.»
La sorella ascoltò quelle parole cadere nel vuoto del negozio, presto occupato da una madre con due bimbi silenziosi. Sembrava che non avessero voglia di parlare proprio. O quantomeno che non volessero stare lì. Guardavano intorno come non trovassero nulla per cui frignare e provare a lucrare quell’uscita di casa. Stavano lì e basta privi oramai di voglie, forse anche ignari di poterne avere.
Intorno alle tredici serrarono la porta e controllarono la cassa. I loro sguardi sul magro incasso erano eloquenti, ma visto il periodo era già tanto potere contare qualcosa.
Il discorso sulla paura e sulla partenza lo ripresero a tavola. Ognuna di loro aveva una posizione, ma alla fine erano solo ragionamenti fatti da una stanzetta affollata di scatole, in un villaggio dimenticato da dio e per fortuna anche dagli uomini. Tacitamente decisero per un po’ di non tornarci su, perché in fin dei conti era inutile discuterne troppo: i soldi servivano e bisognava sfruttare ogni occasione. Il resto erano storie buone per quelli di città all’ora dell’aperitivo.
Ogni tanto lei e la sorella si dicevano che sarebbe stato figo andare qualche volta in città. Sedersi in uno dei locali affollati e mandare giù uno di quei cocktail colorati che vedevano in TV. Avevano anche tentato di farseli in casa, ma con risultati comici e bevuti più per stizza che per gusto.
La sera, prima che l’uomo iniziasse il turno, si sentivano per telefono. Ogni volta le stesse frasi, in sequenza, quasi una litania per nulla musicale.
«Hai dormito?»
«Qualche ora.»
«Ma così non reggi.»
«E lo so, ma quando si chiude c’è da sistemare e poi di mattina c’è da prendere il materiale nuovo. Ma tranquilla, sono forte io.»
«Stai attento almeno? La mascherina?»
Silenzio.
«Beh! In fondo stai all’aperto! Magari non serve ecco.»
Silenzio.
«Oggi non sono andata in negozio. Gloria aveva un test a scuola e ho pensato che se andava giù la linea era un casino. Meno male che Marta ha potuto tenere il negozio aperto da sola. Ma domani devo starci io, lei oggi si è distrutta. Ha male a una gamba, ma il dottore le ha detto che per adesso non si può fare niente.»
«E poi chi ha i soldi per il dottore per adesso?»
«Già. Ma comunque per ora è meglio evitare. Prendono solo i casi urgenti.»
«Lunedì ti mando dei soldi. Mi pagano la settimana e ti mando dei soldi.»
«Ma devi pagare la stanza!»
«Lo faccio la prossima settimana. Il padrone potrà pazientare una settimana. Questi li mando a te. Così magari potete andare dal dottore.»
«Ma in questo momento fanno solo i casi urgenti.»
«Ti mando i soldi lo stesso. Ora devo andare che tra un’ora si apre. Ti amo Kate.»
«Ti amo anche io. Ma non hai un passaggio?»
«No, Malcom non sta bene e io il suo motorino non lo voglio.»
«Ma quindi vai a piedi? E al ritorno?»
«Vediamo, ma due passi mi fanno bene. Sto ingrassando.»
Chiusero e la ragazza rimase con quella domanda inespressa in testa: “cos’ha Malcom?”
Rimaniamo spesso così noi esseri umani. Domande irte di spine che evitiamo di fare e di farci. Vediamo le piccole gocce di sangue delle punture colare sugli occhi, ma le prendiamo per sudore, ne dimentichiamo il colore cupo. E con questo peso nei pensieri andiamo dormire, convinti che il letto sia scomodo, che faccia caldo, che non abbiamo digerito. Invece sono le domande che pungono il cervello, che lo lasciano acceso tutto il tempo, in disperata ricerca di un pensiero comodo sul quale adagiare la testa e sognare. E se sogniamo poi sono incubi, di gente incappucciata che entra nelle nostre case e vuole prenderci i nostri figli. E così urliamo pensando che l’incubo ci abbia svegliato, quando invece vediamo mostri perché siamo sempre troppo svegli.
Sere dopo la litania al telefono ebbe una stonatura.
«Ho chiamato un po’ prima perché devo passare in farmacia?»
«Farmacia?»
«Malcom non sta bene.»
«E il medico?»
«Dice di stare a casa?»
«Deve prendere qualcosa?»
«Sì, qualcosa.»
«Quindi sei sempre a piedi? Ma perché non usi il suo motorino?»
«Serve a lui.»
«A Malcom?»
«Per andare a lavorare.»
«Ma se deve stare a casa?»
«Deve lavorare. Deve, per forza.»
Silenzio.
«Ti amo Kate.»
«Ti amo anch’io.»
Anche quella notte le domande non fatte rimasero con lei, ululando nel buio. E a nulla servì la luce del giorno dietro le tende, non le fece svanire, anzi montarono a ogni ora fino a divenire un torrente in piena che esondava anche oltre la paratia di plexiglass, su ogni nuovo cliente che voleva pagare e infilava nella feritoia le banconote usurate dal passaggio di mani. Denaro infetto che contagiava tutti, che uccideva in questo passare funereo di mano in mano. Non era un fatto di virus o di batteri, era il mostro che sbranava e lasciava i resti di carne a brandelli dovunque al suo macabro passaggio.
A pranzo quel giorno era sola. La gamba di Marta andava male, come gli affari. Sarebbe stato un caso urgente in realtà, ma le priorità di quel mondo erano altre. I fornitori oramai non concedevano più credito quella settimana, perché anche loro stavano affogando in quel mare cupo di ansia e un paio non erano nemmeno passati. Non valeva più il costo del carburante la sfilza di facce scure e di scuse imbarazzate. Meglio starsene a casa ad aspettare l’esattore.
Accese la TV per avere un po’ di compagnia in quel retrobottega ormai semivuoto. La solita tiritera di notizie e di bocche esperte non si capiva bene di cosa. Poi in un attimo il mondo si frantumò e si aprirono i recinti delle domande non fatte, delle risposte non date. Anche se non era l’ora corse al telefono.
«Cosa è successo a Malcom?»
«Non lo so! Era buio in quel vicolo e lo hanno fermato.»
«Ma cosa ha fatto?»
«Non lo so, forse aveva le macchie.»
«Le macchie?»
«Sì, deve avere avuto paura delle macchie sulle braccia. Io gliel’ho detto. Attento alle macchie, copriti. Ma fa caldo oggi. E ha avuto paura. E allora ha iniziato a correre, non era armato. Dicono fesserie in TV. Non era armato. Cristo, l’hanno massacrato. Cristo. Massacrato.»
«Tu come stai ora?»
«Sono venuti a casa, ma io li ho visti prima, dal bagno, e sono salito sul tetto. Urlavano come ossessi. Poi però se ne sono andati.»
«Ma tu che c’entri. Tu stai bene?»
«Devo andare a lavorare ora. Ti amo Kate.»
«Ma è troppo presto ancora. Tu stai bene? Cazzo, dimmi che stai bene prima.»
«Devo andare. Ti amo Kate. Devo andare ora.»
Quella sera il telefono rimase muto. Avrebbe potuto chiamare, certo! Ma era come per le domande, non le facciamo perché vorremmo non ricevere la risposta. La conosciamo già la risposta, ma proviamo a truffare il mondo, convinti che noi sbagliamo, che come quelli lì non dobbiamo vivere nella paura di ricevere sempre la stessa risposta. La paura ci frega. Quelli lì, quelli che il suo uomo faceva finta di selezionare sulla porta di quel postribolo in culo al mondo, loro sì che non avevano paura. Loro magari erano coperti di croste e di macchie, ma non avevano paura. Almeno sino a quando non uscivano da quel fottuto locale e se ne tornavano lividi nelle loro piccole stanze spoglie. E il giorno dopo magari li trovavano stecchiti, ma almeno non avevano vissuto con la paura accanto.
Così si convinse che bisognava fare in quel modo lì. Non chiuse occhio aspettando che dietro le tende si facesse giorno. Poi la luce divenne intermittente rossa e azzurra. Un ritmo feroce di sirena muta. Ma lei quella volta l’aveva fatta la domanda e la risposta se l’era pure ripetuta per una notte intera.
Chiuse gli occhi e prima di addormentarsi le scivolò una lacrima piccola, lungo il naso, sul cuscino. Ed era bella in fondo quella lacrima piccola. Fottetevi tutti pensò, mentre battevano i pugni sulla porta di casa. Fottetevi, ma per favore non sparate.

Maria

Pubblicato: 23 agosto 2020 in Uncategorized

Spalancò gli occhi.
Luce fredda diffondeva dal soffitto.
Rimase così, in silenzio.
Solo.

L’odore di caffè inondò la stanza, un cubo di pareti chiare, lisce e la luce diffusa dal tetto, appunto.
Prima di quell’istante, il fatto che l’uomo tenesse gli occhi chiusi non presupponeva alcun sonno. Da tempo era sveglio e quando li aprì gli occhi, le iridi erano di un bel verde trasparente. Era ciò che a quanto pare aveva colpito Maria e lo aveva ripetuto tante volte. Non ricordava però l’uomo la prima volta che lei lo aveva detto. Strano. Il loro primo incontro sì, lo ricordava bene, ma quel fatto degli occhi ecco, quello no.
L’erogatore con un fruscio rientrò e la tazza rimase ancora fumante sulla griglia del supporto. La prese, guardandolo rientrare e ascoltando il leggero fremito del ciclo di pulizia oltre la parete. Il sapore era amaro e leggermente acido, ma non c’era stato verso di convincere la supervisione a derogare almeno sul caffè. L’uomo fece una smorfia e mandò giu un altro sorso: amaro. Anche Maria diceva spesso che doveva smetterla con i dolci e lui rideva, mentre i valori degli esami periodici dicevano che no, non c’era molto da ridere. Quindi caffè amaro, punto.
La supervisione scelse una musica ritmata dal repertorio che gli aveva fatto selezionare la sera prima. Mise in pausa per il massimo consentito e poggiò la tazza vuota nello sterilizzatore. Maria l’aveva rimproverato tante volte perché lasciava in giro roba sporca, lo diceva sempre con quella sua aria sorridente così amabile, così fresca. L’uomo alla fine si era abituato a un maggior ordine: era più carina con lui in questo modo e non perdeva troppo tempo a rimbrottarlo. Le ore che poteva permettersi erano poche alla fine e doveva impiegarle bene.
Con calma guardò l’orologio e capì che bisognava sbrigarsi. Si accostò alla parete e la paratia della doccia scivolò sulla destra, richiudendosi alle sue spalle e diventando trasparente. L’aveva fatta installare così, perché Maria si eccitava a guardarlo nudo lì dentro e anche lei spesso voleva che lui facesse lo stesso: che la guardasse nuda fare la doccia. Le piaceva insaponarsi con cura sotto i suoi occhi. Con cura e con lentezza. Anche quello in fondo era tempo che in qualche modo perdeva, ma almeno quello era un modo eccitante.
Sorrise, mentre il getto d’aria calda asciugava lui e il vano. Un buon profumo nebulizzato iniziò a spandersi verso la fine. Pensò che la supervisione aveva davvero degli ottimi fornitori; non ricordava però quale delle tre fragranze a sua disposizione fosse. Poi ricollegò: Oniris, certo, quella che lui aveva definito erotica. C’era da aspettarsi qualcosa di intenso allora, e provò a immaginare cosa la supervisione avesse previsto per lui e Maria.
Rivestitosi, l’uomo controllò il saldo crediti e rimase un po’ interdetto: era pochino per tutta la giornata e provò a capire per cosa lo avesse assottigliato così tanto. Aveva poco tempo comunque, così entrò nel sistema dei crediti e iniziò a smaltire del lavoro. Le richieste dalla supervisione arrivavano con una certa lentezza e il numero saliva ben meno dello sperabile. Dopo due ore comprese che era tempo di smettere, altrimenti tutta quella fatica e quella fragranza così costosa sarebbero state inutili. Doveva rilassarsi adesso: si stese sulla poltrona e dal poggiatesta le due sferette morbide si accostarono delicatamente alle tempie inziando a massaggiare in senso circolare.
L’uomo provò finalmente un senso di benessere, sebbene il saldo crediti continuasse a impensierirlo. Annusò l’aria per accertarsi che il profumo non si fosse tutto dissolto. Per fortuna no, almeno quello era salvo; il saldo molto meno. Sorrise appena e socchiuse gli occhi speranzoso.

Maria lo aspettava come al solito davanti al distributore di bibite. Quando lo vide arrivare sfoderò un sorriso magnifico, uno dei suoi che avevano conquistato l’uomo, già dalla prima volta. La supervisione l’aveva pure avvertito allora quanto Maria fosse un’esperienza impegnativa, che serviva lavorare molto per riuscire a starle appresso, ma quel sorriso lo aveva stregato, punto. E così si erano iniziati a incontrare, due volte a settimana, perché di più proprio non poteva. Lavorava anche sei ore al giorno su tre piattaforme diverse, ma alla fine poteva dire di avere un indicatore di felicità abbastanza buono per la sua fascia sociale in rapporto all’età.
Maria lo abbracciò teneramente, poi lo baciò così intensamente che l’uomo sentì il mento inumidirsi delle loro salive e il sapore dolciastro del suo rossetto bruciargli un po’ in gola.
«E questo profumo?» chiese ammiccando con malizia la donna, «non avrai idee strane per oggi?»
Risero, poi Maria propose di andare verso il piccolo borgo sul mare appena fuori città, un posticino che aveva scoperto nel fine settimana e che gli sarebbe piaciuto molto. L’uomo calcolò a mente il costo di qualche chilometro di car sharing e sebbene non ricordasse in maniera precisa il saldo pensò che poteva andar bene.
Lungo il tragitto l’auto attraversò un lungo viale fresco, tutto delimitato da un filare di alberi frondosi che riparavano dal sole. Una galleria naturale che faceva appena trapelare la luce riflessa sul parabrezza ricurvo. Giocò con la mano sulle gambe scoperte dall’abito cortissimo, insinuandosi sino a sentire sulle nocche la seta degli slip, un attimo prima di un prudente accavallarsi di gambe per limitare la sua esplorazione. Maria si schermiva fingendo imbarazzo, ma dopo un po’ tornava a liberargli la mano per lasciarlo fare.
Il borgo era davvero delizioso con le sue case colorate affacciate sulla piccola insenatura del porto popolata di barche cullate appena dal mare calmo.
L’auto li lasciò proprio davanti a un caffè con le tende azzurre e i tavolini bianchi. Piccoli vasi di ceramica multicolore con variopinte piantine di fiori profumati completavano quell’angolo delizioso di mondo.
«Non è magnifico?»
L’uomo annuì e guardò l’intero panorama intorno a sé con una sorta di serenità, ma allo stesso tempo di irrequietezza. L’aria era calda, ma non troppo e una leggera brezza rendeva ancora più piacevole il clima. Una cameriera molto simpatica e con un generoso décolleté giunse al loro tavolo e li aiutò a ordinare un aperitivo, suggerendo anche un assortimento di canapes gustosissimi, serviti con un cocktail poco alcolico e profumato di menta e pesca. Provò a calcolare ancora una volta il conto confrontandolo con l’esigua sua disponibilità, poi però si lasciò andare.
Maria si finse gelosa delle occhiate alla scollatura e usò varie allusioni alle mani dell’uomo sotto il tavolo mentre la cameriera spiegava il menù. Lo faceva parlando piano e avvicinandosi spesso all’orecchio dell’uomo, sfiorandone con le labbra morbide il lobo. Lui provava ad affondare un bacio, che lei rifiutava ritraendosi riottosa e fermandolo con un indice pressato sulla sua bocca. Lui allora lo addentava, gustando un sapore che ben conosceva e che rivelava quanta malizia femminile usasse Maria in ogni movenza, apparentemente casuale, ma in verità pensata in ogni minimo dettaglio.
Un piccolo peschereccio entrò lento nel porto con il suo carico, accostando proprio davanti al caffè. Due ragazzi con una balzo atterrarono sul molo con le gomene in mano che fissarono alle bitte incrostate di sale. Un uomo più anziano sporse la testa dalla cabina per governare le operazioni con piccole correzioni del motore. A manovre ultimate iniziarono a scaricare le casse di pesce che depositavano in un furgone appena arrivato sul molo. I due ragazzi osservavano divertiti la coppia seduta, soprattutto Maria e la cameriera procace, che salutarono con un cenno del capo quando si avvicinò al tavolo per rifornirli di canapes. Finito lo scarico salirono sul furgone e si dileguarono. L’uomo anziano non li degnò invece di uno sguardo e rimase ancora un po’ a sistemare e pulire il ponte; poi con una sacca in spalla si avviò verso i vicoli del piccolo paese, dove scomparve alla vista probabilmente in direzione di casa.
L’uomo tornò a focalizzarsi su Maria e ogni tanto si avvicinava per dirle qualcosa a un orecchio, qualcosa di imbarazzante, perché lei reagiva quasi offesa, ma con una smorfia amabile sulle labbra. Dopo tre assalti dell’uomo, lei poggiò il tovagliolo sul tavolo, si alzò e chiesto qualcosa alla cameriera entrò nel piccolo locale con le tendine chiare. Dopo una decina di minuti, tornò fuori sedendosi nuovamente al tavolo e poggiando il tovagliolo sulle gambe nude. L’uomo fece una smorfia interrogativa e per risposta Maria prese dalla borsetta un piccolo affare di seta avorio e glielo consegnò in una mano che richiuse a pugno con una carezza, ridendo. L’uomo portò il pugno al naso e annusò il profumo intenso di Maria che già aveva gustato sull’indice e avvertito in auto.
Rimasero ancora un po’ sorseggiando il ghiaccio sciolto dei cocktail e piluccando le ultime briciole dai piattini. Poi lei si alzò e avvicinandosi molto lo prese per mano e lo tirò in piedi verso il molo. Stava un passo avanti guidandolo con la sua andatura incerta sui tacchi altissimi dorati, fino al peschereccio ormeggiato. L’uomo tirò a sé una delle gomene per avvicinare lo scafo. Maria poggiò una mano sul suo braccio e agile scavalcò con un piccolo balzo le sponde, atterrando sul ponte ancora umido di mare. Uno dei tacchi sottilissimi si incastrò però tra due tavole e rischiò quasi di spezzarsi, sotto lo sguardo preoccupato di Maria che non sapeva se muoversi o attendere aiuto. L’uomo balzò anche lui a bordo e con una mossa delicata le liberò il piede, approfittando poi della presa sulla caviglia per carezzarla risalendo lento la gamba. Maria non si mosse finché non arrivò a vedersi scostare il lembo del vestito.
«Non qui!» disse liberandosi di entrambe le scarpe e dirigendosi verso la cabina. La porta non era bloccata e abbassando la testa entrarono nel piccolo ambiente ingombro di casse e dei comandi dell’imbarcazione. Alla loro destra una botola ancora aperta portava sotto coperta.
Maria scese per prima, seguita dall’uomo. Il tanfo di salsedine e di pesce si fece se possibile più intenso, ma ogni cosa sembrava solo aumentare la loro eccitazione. L’ambiente di sicuro angusto era per metà ingombro di reti a maglia molto fine ammonticchiate con un certo ordine. La luce era davvero fioca e il leggero dondolio li cullava, mentre si guardavano sempre più vicini e si sfioravano con le mani già umide di sudore. L’uomo scostò prima una bretellina e poi l’altra. L’abito scivolò morbido sul pavimento svelando un corpo perfetto e completamente nudo. Nonostante l’odore intenso dell’ambiente il profumo che aveva saggiato sull’intimo avorio di Maria prevaleva su tutto. Lei lo spinse per adagiarlo con dolcezza sul cumulo di reti e iniziò a spogliarlo, assaggiando il suo corpo, esplorandolo con la lingua e con le labbra umide in ogni nuovo brano di pelle scoperta. Lui sentì la ruvida consistenza della rete sulla schiena, mentre abbandonava la testa sull’umido delle nasse. Chiuse gli occhi percependo il peso di quel corpo madido di sudore e di umori danzare sul suo, i capelli morbidi carezzare il suo petto e la spalla sinistra e i denti mordere il capezzolo facendolo trasalire.
Poi a un tratto la sentì scendere e indugiare con il naso sull’ombelico con dolcezza. Il mondo sembrò bloccarsi, congelarsi in un attimo. Il dondolio stesso del mare si interruppe e tutti gli odori svanirono di colpo. Solo la voce di Maria risuonò in un silenzio universale che sembrò arrivare da un aldilà metallico.
«Credito insufficiente per completare l’esperienza in corso.
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Grazie per avere scelto Neural Games e ti aspettiamo presto per nuove ed eccitanti esperienze di vita.»

Spalancò gli occhi.
Luce fredda diffondeva dal soffitto.
Rimase così, in silenzio.
Solo.