Nothing

Pubblicato: 15 maggio 2019 in Uncategorized

nothing

La comunicazione moderna prevede l’utilizzo esteso di un metodo che a me non piace, ma c’è. Posto un qualunque tema da voler veicolare a budget ridotto si usa un simbolo pesantemente conflittuale che attira le attenzioni degli opposti schieramenti. Il conflitto serve per accendere il volano della diffusione virale sui social e adoperare le maggioranze avverse come propulsore di idee di minoranze che altrimenti troverebbero visibilità a fatica.
In questo modo chi parla male del simbolo e chi ne parla bene lavora in sinergia per diffondere l’idea e generare un vero e proprio tsunami mediatico che oscura tutto il resto.
Non mi piace perché questo metodo ci priva del merito delle questioni che dovrebbe sempre prevalere, specie negli ambiti politici dove chi farnetica di statisti passati e presenti dovrebbe parlare meno (e meglio) e riflettere di più (e meglio).
Per esempio il personaggio di #Greta è perfetto per accendere gli sfoghi delle destre aizzate dalla presunta passione ambientalista della sinistra e dalla personalità asperger della ragazzina di famiglia colta. In questo modo il problema climatico, possibile causa della nostra estinzione di massa, è riuscito a conquistare pure le prime pagine di giornali che ignoravano finanche la sfericità della terra, impegnate com’erano nella divulgazione della teoria delle razze e nella battaglia al gender.
Per quanto non mi piaccia il metodo, ammetto che l’operazione è ben fatta e pone con vigore e scaltrezza sul tavolo un argomento centrale per i nostri mediocri politici senza alcuna idea da proporre: la catastrofe climatica e la sopravvivenza del genere umano.
Inutile dire che altrettanto ben fatta è la tempestiva pubblicazione neofascista di una fanfiction sovranista (probabilmente ignorata su Wattpad) che scaglia un libro, simbolo per antonomasia dell’orgoglio culturale progressista, dritto dentro la cattedrale editoriale italica, suscitando anche lì dentro un affollato dibattito su Zorro, i suoi pupazzetti e le pruderie erotiche delle femmine italiche dopo Tinto Brass.
Ma anche questa volta l’effetto è porre sul tavolo un tema centrale e particolarmente caro agli italiani:

🙏 Sayonara

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L’uomo dei logaritmi

Pubblicato: 16 gennaio 2019 in Uncategorized

https://bistrotapigalle.wordpress.com/2019/01/16/luomo-dei-logaritmi/

Questo è il mio contributo a Caffè Letterario di Gennaio.
E questa volta merita due parole.
In questo mese ho preso vari appunti, perché volevo mettere in ordine le sensazioni che stavano piovendo sulla mia testa. L’idea era di farne una paginetta da affidare alla rete, per vederle queste sensazioni con un minimo di distanza.
Avrò iniziato quattro o cinque storie che magari un giorno vedranno la luce, ma tutte mancavano di un colore preciso. Serviva un pezzo di vetro di quella tinta esatta per questo mosaico e devo dirvi che stavo desistendo alla fine.
Poi a poche ore dalla scadenza sono entrato in una libreria di libri antichi. E lì in attesa da anni c’era il pezzo di vetro che mi serviva. Perché i cerchi sono così per natura. I cerchi si chiudono sempre.
Ieri sera in due ore il brano era scritto e (spero) corretto. Forse serviva del tempo, ma uno dei miei maestri mi ha insegnato che spesso “il meglio è nemico del bene.” Quindi facciamo che è un inizio, una bozza.
Dentro ci sono varie persone che hanno avuto un ruolo in questo mese. Magari non vi riconoscerete nemmeno, frantumati così nel mosaico, ma vi assicuro che se aguzzate la vista potreste riconoscerete la frase, il gesto, il colore che eravate nella storia quella vera. Quella che conosco solo io e che mai riuscirò realmente a raccontare.

🙏 Sayonara

I want to break free

Pubblicato: 7 gennaio 2019 in Uncategorized

Ieri ho visto Bohemian Rhapsody, un film che ho seguito con piacere. Eppure qualcosa non mi è quadrata quando si è spenta l’ultima nota di The show must go on sui titoli di coda. Non riuscivo a capire quanto quella storia raccontasse il personaggio complesso e fragile di Freddie Mercury e una band come i Queen. Per carità Malek fa un lavoro egregio e anche gli altri del cast, ma forse davvero serviva Baron Cohen con la sua scanzonata perfidia e una sceneggiatura molto meno edulcorata.
Quello che per fortuna prevale, nonostante fossero solo sosia dei protagonisti reali, è comunque la musica e la carica del performer per eccellenza. Malek è stato bravo nel far rivivere per due ore e passa il genio di Freddie, ma da un biopic mi sarei aspettato di racconto di quello che Mercury e i suoi sodali erano una volta scesi da quel palco. Avrei voluto leggere l’incapacità di smettere i panni della rockstar, reale o alimentata dallo star system industriale. La rivolta cieca dei diversi catapultati nel tritacarne della ricchezza sfrontata e che non vogliono altro che bruciare come la candela dai due lati. Manca l’horror vacui della vita in mezzo alla folla e la necessità vitale di questa solitudine vociante. Non ci sono nemmeno le fiamme purificanti della creazione dei brani più sofferti.
Ragazzi, troppi buoni sentimenti, troppi figliol prodighi che tornano a casa contenti di trovare a tavola il vitello grasso. Se credete che quel mondo sia questo, se pensate che l’arte in generale sia questo, allora il film può essere adatto allo scopo. Ma la verità è che manca il dolore, quella faccenda che alla fine rende affascinante Mercury e il suo mondo smodato che nel film rischia di essere poco più di un circo burlesque. Mancano i nani deformi e le scie di cocaina offerte dalla casa, il vomito e gli angoli affollati di corpi tremanti con i postumi. Manca la necessaria prestazione sessuale da contratto discografico, etero o meno non importa. Manca tutto quello che da ragazzi degli anni 80 in fondo abbiamo tragicamente desiderato. Troppo facile oggi ritrarre il resto della band in versione casa e chiesa, mentre simula un improbabile disgusto con mogli a fianco. Sono queste dosi di dolore e follia, che in vari momenti ci siamo trovati a ingollare, che abbiamo chiamato gioventù. Ecco cosa manca al film per me, manca la violenza dei ragazzi che vogliono bruciare in fretta, senza protezione alcuna. Manca quello che era Brian May quando inforcò per la prima volta la Red Special. Un ragazzo che forse solo in quel modo riusciva davvero a piangere e a sentirsi vivo.
Non bisogna cercare buoni esempi in loro, come non ci chiedevano agli artisti di Montmartre persi nell’assenzio o a Caravaggio. Serve invece la luce vivida e fugace di quella candela che ha illuminato una certa notte d’amore, una corsa in macchina, una pisciata contro un muro, il vomito disperato di un amico. Ci serve qualcuno che inciti a odiare davvero i propri genitori, per poter andarsene via da casa senza rimorsi e tornare un giorno infelici ma adulti.
Spesso alla gioventù non si sopravvive perché s’ignora che la vita e la morte sono separate da un leggero foglio di carta crespa. Non ti ci puoi appoggiare se perdi l’equilibrio, perché è un attimo precipitare. E Freddie era questa roba qui, destinato a non sopravvivere, uno dei belli di Bukowski, di quelli che non ce la fanno. Che non ce la vogliono fare. “Una lunga fiammata, mentre i vecchi giocano a dama nel parco.”
È il tentativo di May e Taylor di cancellare i demoni da questa storia che non mi è piaciuto, sostituendoli con consolatorie cattive compagnie. Come se bastasse questo per liberarci dal male e fare finta di non vederlo sul percorso dissestato dove avviamo i nostri figli. Che piaccia per questo, a noi che abbiamo superato l’età di Freddie, la riscrittura del passato dei Queen? Relegare tutto nell’allucinazione collettiva della nostra generazione, cancellata dai buoni propositi dei nuovi anni, ogni dannato anno. Fare finta che quell’ultimo abbraccio del padre e del figlio sia davvero plausibile, quando la vita ci mostra ben altri scenari densi di ipocrisia prima della morte.
Ecco, alla fine il film, al netto della musica e degli attori, è vuoto: anche io avrei preferito che la storia di Farrokh e dei Queen fosse davvero questa, segno che per fortuna con May e Taylor siamo sopravvissuti e serenamente invecchiati, al contrario di Freddie che, ci piaccia o no, all’inferno brucia ancora di precaria gioventù, mentre noi vecchi giochiamo a dama nel parco.

🙏 Sayonara

Senza Paracadute

Pubblicato: 24 dicembre 2018 in Uncategorized

Non c’è niente di meglio che il bagno nella folla natalizia in centro per stare soli un po’. Un muro di suono e voci, di capricci di bimbi; un muro fra te e la vita che inevitabilmente procede, un mare che culla se lo sai solcare tra gli esigui spazi lasciati dalla gente.
Mentre navigo ho in mente una canzone, ne rumino a memoria il ritornello. Avessi le cuffie mi attaccherei a Spotify, come ci si aggrappa a un salvagente per stare in superficie: respirare, espirare e guardare i volti distratti dai discorsi neutri di chi prepara la festa.
Pace, ecco cosa evoca in me il brano, suoni che ricordano qualcosa di antico, di quando faceva freddo e si girava per queste vie illuminate di Natale in cerca dell’ultimo regalo. Di quando era normale buttarsi giù senza paracadute e a casa mio padre portava le castagne bianche di cenere e sale. Di quando avevo in mente un pezzo dei Denovo.
Ai Quattro Canti, un tizio con la fisarmonica tira le note di un brano di cui non conosco il titolo. Le mette una dopo l’altra in fila, davanti ai volti di sconosciuti che a malapena ascoltano, mentre io le mescolo con il ritornello e tutto torna pulito in forma di un tempo di tango. Guardo in alto, oltre le luci, oltre il brano di cielo sul teatro del sole. Oltre.
E io è così che, piano piano, torno a essere stranamente vivo.
Diceva Giuseppe Caleca aka Mister Monday che le canzoni sono messaggi in bottiglia che affidiamo al mare dei nostri ricordi. Prima o poi quella bottiglia la ritroveri su una spiaggia, per caso o forse per fortuna.
La canzone è di Raffaele Viscuso, un mio amico tanghero, che ha firmato l’album di Giovanna D’Angi. E per quest’anno è il mio augurio di Natale. Cercate Senza paracadute su Spotify e su Youtube.
🙏 Sayonara