«Girò il vento!», la voce esplose e si disperse in cento eco nella foschia densa della sera.

«Domani si esce!» rispose un’altra affiorando dal nulla. Galleggiarono per un po’ nell’aria umida che ti rimaneva sulla pelle come un velo oleoso. Poi si inabissarono nel mare cupo, annegando.

Magda guardò verso il faro e sussurrò qualcosa. Mimì si strusciò sul gelso e visto che quella sera nessuno era disposto a intrattenerla balzò sul muretto e si mise ad annusare l’aria in cerca d’avventure.

Il caldo che aveva dato un po’ di tregua, piegato dal maestrale, stava ora lavorando per riprendersi la scena, sebbene ogni tanto una brezza fresca arrivasse sul viso da chissà dove. Magda raggiunse la madre per leggere qualcosa sul suo volto, ma davvero quella sera non c’era verso di avere una parola in più nemmeno da lei. Così girò i tacchi e salì veloce la scala strettissima verso la terrazza.

Anni prima il nonno Matteo aveva tirato su due stanzette che dovevano alloggiare qualche attrezzo e le pompe delle vasche. Aveva ricavato anche un piccolo bagno e un cucinino per fare le conserve. Da un anno per ricavarne un po’ di soldi avevano sgombrato, ripulito e affittato il piccolo alloggio a uno di città. Per arrivarci era un po’ scomodo perché di fatto si passava per casa loro, ma i soldi servivano e non potevano storcere troppo il naso. Magari quest’anno che veniva si sarebbe provato a sistemare l’accesso e separare gli ingressi.

L’avevano affittato a un tipo strano che s’era portato dietro un po’ di aggeggi che a quanto pare servivano a vedere le stelle. Li aveva messi tutti in fila sulla terrazza e ci passava spesso le notti con l’occhio appiccicato a spiare chissà chi. Questo dicevano di lui, sebbene nessuno spiegasse cosa ci fosse poi da spiare in quelle quattro casupole sciroccate attorno alla chiesetta di San Placido. Le beghine della parrocchia dopo il rosario si erano lamentate anche con il padre di Magda, ma lui le aveva zittite tutte dicendo che erano solo delle vecchie impiccione e che comunque per l’affitto che gli pagava poteva pure spiarlo nel cesso.

Anche quella sera il tizio era in terrazza seduto sulla panchina in attesa del momento giusto. Cosa significasse di preciso momento giusto Magda non è che lo avesse ancora compreso bene, ma pare che ci fosse un istante preciso per appiccicare l’occhio a uno di quei cosi e vedere delle stelle particolari. Che poi per Magda erano tutte uguali, puntini di luce brillante e basta, ma lei di stelle in verità non ne capiva molto.

Prese posto accanto a lui e rimase in silenzio. Solo uno sguardo si scambiarono e un cenno di saluto. Bastava così a loro, una sorta di rito che da un paio di settimane si era consolidato. Ma quella sera c’era da scommettere che Magda non avesse troppo interesse per le stelle.

«Vuoi vedere la barca?»

Magda fece segno di sì. Il tizio prese uno di quegli aggeggi, il più piccolo, montato su un treppiedi mezzo arrugginito e lo puntò verso il mare. Armeggiò un po’, poi disse, «eccoli, credo stiano provando a rientrare.»

Magda scattò in piedi, sempre in silenzio. Il tizio prese lo sgabello che stava di lato e lo mise sotto il cannocchiale; poi le porse una mano e l’aiutò a salirci sopra. Magda avvicinò l’occhio al piccolo oculare di vetro e dentro ci vide le tre luci della Maria Beatrice e la sagoma tenue della barca che si arrampicava sulle onde lunghe. Avevano dovuto aspettare al largo perché con il mare grosso non ci si stava nulla a sfracellarsi sugli scogli bassi della scogliera e in verità non sarebbero nemmeno dovuti uscire con quel tempaccio, ma c’erano i conti da far quadrare e le banche a quanto pare rimanevano aperte anche con la burrasca. Lì sopra avevano di sicuro vomitato l’anima e provato a non farsi sfasciare le reti dal mare. La madre di Magda ogni sera era andata davanti all’urna di San Placido a raccomandare l’equipaggio. Faceva la strada in fretta e arrivata in chiesa accendeva una candela: provava a fare finta di niente davanti agli occhi di bragia delle anziane frequentatrici del rosario, ma in realtà con tutte le altre barche in porto era piuttosto preoccupata e contava i lunghi giorni del maestrale in ansia.

«Ci vorranno un paio d’ore almeno, perché vanno pianissimo. Il vento è calato, ma è ancora mosso. Devono stare attenti.»

Magda staccò l’occhio, scese dallo sgabello e tornò sulla panchina. Rimase dieci minuti, poi salutò e tornò giù. Sua madre non sembrò per nulla rasserenata dalla notizia, ma lo stesso si occupò un po’ di lei per metterla a letto e provare a farla addormentare con il racconto romanzato della giornata. In cinque minuti a dire il vero aveva finito tutto il repertorio delle malefatte delle signore del borgo, che con tutta la cattiveria che potevano metterci, avevano ben poco da combinare tra quelle quattro pietre. Si assicurò quindi che avesse preso sonno e salì lentamente le scale verso la terrazza.

Il tizio stava guardando una stella ancora bassa sull’orizzonte e quasi non si accorse della donna. Poi reagì con un sussulto.

«Non mi ero accorto, mi scusi.»

«Si figuri.»

«Magda le ha detto che stanno rientrando? Ci vorrà un po’, ma il mare si sta quietando.»

«Sì grazie, mi ha detto.»

Rimase per qualche istante in un imbarazzante silenzio.

«Ha bisogno di qualcosa signora?»

«Due sere fa», disse quasi sussurrando, «due sere fa. Ecco, magari ho fatto male, ma ho sentito che parlava al telefono con qualcuno di una portineria.»

«Con mio fratello, sì. Cercavano un portiere nuovo da lui e si informava, ma conosce qualcuno per caso che…»

«Non è che normalmente ascolto le telefonate ecco, è capitato», parlava e si torceva le mani perché a lei le costava ogni singola parola, ogni sillaba. Non era una che chiacchierava troppo. E poi una cosa era parlare con le beghine del borgo, altra roba era quello che stava facendo lì su.

«Mi chiedevo se noi, cioè io e mio marito, se poteva andare per noi, ecco.»

«Lei e suo marito?»

«Sì, noi.»

«L’hanno trovato giusto ieri, ma io non sapevo che…»

«No era una idea, ecco. Una idea mia. Che poi convincere quella testa dura di…»

«Ma se capita una possibilità, lo faccio il vostro nome. Certo. A saperlo, ma non avevo idea.»

«Non so, era una idea così, forse solo per via del mal tempo. Ogni volta penso che tutta la vita così non si può», disse rilassando le mani lungo i fianchi.

«Non si può», confermò il tizio in maniera meccanica guardandole appunto i fianchi mentre scendeva la stretta scaletta verso il piano terra. Lui era solo da tanto e sebbene le stelle fossero la sua passione, rimanevano troppo lontane per riscaldare le sere della sua vita. La madre di Magda era una bella donna e più volte lui aveva sbirciato dentro le stanze, provando a rubare una intimità che gli rimaneva negata.

«Non si può», sussurrò ancora nel buio della terrazza.

La campana di San Placido batté due tocchi proprio mentre la Maria Beatrice vomitava sul pontile le tre facce pallide dell’equipaggio. Stavano in piedi a malapena e caracollando presero la via di casa. Alla fontanella del tritone si divisero senza neanche un segno, un saluto, ognuno per conto proprio.

La madre di Magda, attendeva sull’uscio, su una vecchia sedia impagliata e lo vide arrivare traballante come troppe altre volte era accaduto. Lui non ebbe la forza di dire nemmeno una parola. Aveva ancora il mare sotto le scarpe e la testa che dondolava. Lei gliela prese tra le mani e provò a tenerla per un po’ ferma.

Dalla terrazza il tizio aveva salutato la stella al suo tramonto e dall’alto guardava la scena con un non so che di invidia. Guardava quelle mani tra i capelli dell’uomo e provò a ricordare l’ultima volta che sulla sua testa qualcuno aveva tentato una carezza. Ma niente, non gli sovveniva proprio.

Magda nel suo letto sognava che tutti i mari si prosciugavano e che la Maria Beatrice si adagiava su un grande scoglio bluastro piegata appena di lato.

Mimì su un ramo robusto aveva provato a inseguire una cicala e ora delusa studiava il modo di tornare a terra.

Nella casa del portiere dello stabile di via della Repubblica, una luce era accesa e una neonata piangeva nella notte. La madre provava a calmarla con un biberon di camomilla intiepidita. Il padre, il nuovo portiere, si stropicciava gli occhi pieni di sonno.

Il mare, sul pontile vicino alla Maria Beatrice lambiva lento le bitte incrostate di alghe e di preghiere. Era troppo vecchio il mare per credere al nuovo giorno e alla furba gioventù del mattino ancora una volta da sciupare.

I miei pensieri sono tutti qui

Pubblicato: 2 agosto 2020 in Uncategorized

Solo quando finì tutto Adele iniziò a rendersi conto della situazione. Gli ultimi giorni erano stati veloci e intensi e la casa si era riempita di gente che veniva a salutare Ada. Amici di una vita e gente mai vista prima. Tutti avevano comunque un ricordo, una parola bella da dire. Ne arrivavano anche che stavano così, muti davanti a lei. Sembrava avessero ancora timore della professoressa e stavano con il capo chino, come in castigo.
Mentre rientrava aveva contato i gradini uno alla volta, più per saturare il tempo che per evitare il fiatone. Davanti alla porta con i loro due cognomi incisi nell’ottone lucido era rimasta un attimo immobile, poi aveva infilato la chiave nella serratura in ottone e si era ritrovata sul piccolo andito che immetteva nel corridoio. C’era ancora l’odore dei fiori; aveva raccomandato più volte di evitarli, che quel profumo le dava il mal di testa. E anche Ada non avrebbe voluto tutte queste inutili manifestazioni di vicinanza, freddi doveri più che altro. Per carità, un mazzetto per gli anniversari quelli sì, quelli entravano con discrezione e sopravvivevano per un po’ nei vasi di cristallo di Boemia, ma tutta quella selva no, non li avevano mai sopportati. Ma a quanto pare Adele non era stata troppo convincente.
La sera a letto dopo essere state a un qualche funerale se lo dicevano e promettevano pure, ma in quella confusione Adele si era persa e forse aveva un po’ tradito la promessa.
«Scusa Ada», le venne da dire ad alta voce, «non riuscivo proprio a fermarli tutti questi che arrivavano con i fiori.»
«Non preoccuparti anche io non avrei potuto fare niente.»
In cucina un po’ di luce trafilava dalle persiane chiuse. Prese un bicchiere dalla vetrina e ci versò un po’ d’acqua. Poi contò cadere dieci gocce dalla boccettina già sul tavolo.
«Grazie, le avrei dimenticate oggi.»
«Come sempre. Ho fatto appena in tempo a prenderle e a lasciartele qui sopra.»
«Mi spiace che tu sia caduta», guardò giusto lo spazio tra il tavolo e il televisore, «ti sarai fatta anche male.»
«Un po’ sì qua sulla spalla, ma alla fine è stato un attimo.»
Terminò di trangugiare il liquido, sciacquò il bicchiere che mise a colare accanto al lavabo e si diresse in camera da letto. Passando osservò il salotto con le poltrone ancora scostate per lasciare spazio. Accostò la porta per evitare che il tanfo dei fiori continuasse a impestare il resto della casa. Sulla libreria bassa del corridoio, si fermò un attimo a guardare la foto delle nozze d’oro. Pochi anni prima e un bel sorriso. Ada aveva il filo di perle che le aveva regalato. Adele gli orecchini in filigrana appena lucidati. Carezzò la cornice con due dita e continuò verso la sua stanza.
Si preparò in pochi minuti e si stese a letto a guardare le ombre dalla strada danzare sul tetto intorno al lampadario di metallo bruno.
«E ora?», disse guardando una forma che sembrava la testa di un gatto.
«Ora cosa?»
«Ora come faccio?»
«Intendi da sola?»
Annuì, non aspettandosi risposta. Rimase per un po’ in silenzio.
«Non pensavo che Marta, avrebbe reagito così.»
«Neanche io, è rimasta tutto il tempo a tenermi la mano.»
«Voglio dire è una bambina ancora, poteva farle impressione.»
Si girò su un fianco e il suo volto apparve sullo specchio dell’anta dell’armadio, oltre la metà di letto vuota. Sentiva male a un fianco, quello del femore rotto.
«Non ti sei mai ripresa.»
«Forse dovevo fare più fisioterapia.»
«Forse che sì.»
Chiuse gli occhi. Aveva una gran voglia di dormire. Voleva archiviarlo, quel giorno, farlo diventare memoria e invece i suoi pensieri erano tutti lì, intensi e impotenti di fronte a quella storia.
Si rimise in piedi e raggiunse la cucina. Accese la TV e si fermò su un canale a caso, un talk show poco edificante, ma almeno pieno di voci di gente che parlava e si urlava contro. Rumore insomma. Di sonno non ne veniva così si versò due dita di vino bianco freddo e provò a cambiare canale. Scorreva per qualche secondo le facce e i programmi. Sempre più velocemente, sempre più disattenta alle discussioni.
Da quella sera passò del tempo. Adele continuava a saltare da un canale all’altro riempiendo di rumore la stanza. Si versava due dita di vino e rimaneva a parlare con Ada. E si lamentava lei, le diceva, «Adele, ma lo sai che non dovresti nemmeno sentire l’odore dell’alcol.» Lo diceva con quel suo tono da professoressa, ma Adele sorrideva davanti ai volti sempre uguali della TV e prendeva un altro piccolo sorso.
Marta passava a trovarla spesso con il padre. Stare a casa della nonna l’affascinava proprio. Lei e Ada negli anni avevano raccolto un sacco di oggetti strani e ogni volta era un’avventura. C’era pure un dente di uno squalo e una piuma di un pavone enorme.
Poi una sera Adele dimenticò le gocce. Ada si arrabbiò molto, perché stavano lì sul tavolo come sempre. Si arrabbiò ancora di più per la faccia scura di Marta quando suo padre le disse della nonna, ma Adele era serena.
«Non mi andava più la TV ogni sera. Avevo voglia di rivederti. Ti ricordi la prima volta che sei venuta a prendermi a casa?»
«Certo che ricordo, avevi un vestito cortissimo che copriva a malapena le mutande.»
«Non mi pare ti sia dispiaciuto troppo, se ricordo.»
Il padre di Marta, provava a dire qualcosa alla moglie. Provava a contenere la valanga di fiori in giro per la casa, che già gli davano alla testa. Marta aveva in mano la piuma di pavone e carezzava con dolcezza la mano di Adele.
Ada la vide arrivare da lontano, era bellissima e sempre con quel vestito corto che le stava uno schianto. La baciò sulle labbra che sapevano appena appena di fragola. Avrebbe voluto dirle un sacco di cose, tipo ciao come stai, come sei bella stasera. Ma rimase in silenzio ad ascoltare il tenue fruscio della piuma di pavone sulla mano di Adele.

Iris

Pubblicato: 26 luglio 2020 in Uncategorized

Quando si piazzava in quell’angolo era segno che qualcosa non andava. E questa volta doveva essere roba grave.
Wim era entrato e uscito tante volte, ma Iris rimaneva lì sulla seggiola tarlata e cigolante, zitta a guardare il suo tentativo d’ignorarla, imbronciata e cupa.
Si forzò a pensare ad altro e d’altronde di lavoro da fare con le bestie ne aveva, ma niente, lei stava nel suo angolo, nel suo muto spiare. Così alla fine si fermò con le gambe larghe e le mani sui fianchi.
Wim avrebbe potuto starsene zitto e aspettare di ascoltare la protesta del giorno, ma tagliò subito corto: «lo sai benissimo che deve andare.»
Iris lo guardò di sbieco: «Fesserie. Non sapete che dire e vi tirare fuori sempre queste fesserie.»
«Vi tirate chi? Qui ci sono io e basta, mi pare.»
«Tutti. È da quando che è arrivata la lettera che ripetete questa roba. Fesserie. Non avete le palle per fare qualcosa e allora vi inventate questa storia. E volete che io me la beva. »
Le avrebbe dato volentieri uno schiaffo, ma alla fine lui non era proprio nessuno per darle uno schiaffo e poi sapeva bene quanto avesse ragione. Così finse di avere ancora da fare e tornò fuori. Provò a concentrarsi su altro, lavorò come un mulo fino a che le mani non ne ebbero abbastanza di essere massacrate. Ma quando rientrò lei era sempre lì.
«Non capisco cosa diavolo vuoi da me alla fine.»
Lei rimase zitta, mentre Wim grondava come una fontana. Lo guardava come guardano le donne quando vogliono risposte, non come fanno le bambine. E lui lo sapeva bene come guardano le donne.
Fece due passi per andarsene, poi tornò indietro e sbottò: «maledizione a te e smettila di guardarmi. E poi togliti da quell’angolo e vieni con me.»
Iris si alzò, lisciandosi le balze della gonna e lo seguì continuando a tenerlo d’occhio a distanza. Aveva infatti imparato in fretta la diffidenza; sebbene Wim fosse di famiglia meglio stare in guardia, gli uomini alle volte erano strani.
Salirono la piccola scaletta a pioli sino allo sterrato esterno e percorsero il pezzo di terra sino alla casupola. Lui davanti a passi nervosi. Lei riottosa dietro. Puzza di merda nell’aria, come sempre.
«Aspetta qua», le urlo senza neanche girarsi indicando la panca nel patio striminzito.
Lei si mise a sedere senza protestare. Si prospettava una bella serata, ma il cielo terso e l’aria fresca del patio non le davano alcun sollievo. Lei voleva una mano a fermare il tempo. Voleva allungare ogni minuto che le rimaneva di quel posto. Tutto il resto era inutile.
Entrato a casa Wim sbatté con rabbia la porta e si diresse verso il bagno. Tolse tutti i vestiti da lavoro che gettò nella cesta e si concesse una doccia lunghissima. Poi ancora nudo versò il contenuto della cesta in una tinozza che riempì d’acqua bollente con un misurino di sapone liquido. Per minuti rimase a rimirare le bolle iridescenti formarsi sulla superficie. Agitava l’acqua e le vedeva nascere e morire in un puf discreto, in mezzo alle altre che prendevano il posto vuoto. Poi si diresse in camera sua per rivestirsi di roba pulita. Rimesso così in sesto sembrava anche più giovane, un ragazzino quasi. E ora che si sentiva ritornato alla civiltà si poteva occupare della ragazzina che ubbidiente attendeva fuori, mentre il sole provava a calare verso l’orizzonte.
«Vieni!» le urlò quasi senza guardarla.
«Dove andiamo?»
«Lì», disse indicando la croce di ferro sulla collina dei Meyer.
«Che ci andiamo a fare?»
«A vedere il tramonto. È bello vedere il tramonto da lassù.»
«Cosa diavolo me ne faccio del tramonto? Io ti ho chiesto di fare…»
«Qualcosa e io questo posso fare per te. Portarti e vedere il tramonto. Cammina e non rompere le palle almeno.»
Dovette girarsi due volte per urlarle di alzarsi e camminare prima di vederla staccarsi da quella panca, ma alla fine arrivarono sino alla quercia grande, proprio davanti la croce dei Meyer.
Si raccontava che questi tizi, i Meyer appunto, l’avevano piazzata lassù per qualche motivo e soprattutto perché qualcuno si ricordasse della loro piuttosto insignificante esistenza. Da quel punto si vedeva il piccolo borgo sotto e la lunga spiaggia. Sul lungomare, piccole ombre di gente che passeggiava godendosi la frescura della brezza e sul pontile altri con le gambe ciondolone si dividevano i tranci di pizza nei cartoni.
Respirò a lungo l’aria salmastra, «quando ero ragazzo avevo un amico. Si chiamava Larsen e stava nella casa rossa vicino all’emporio.»
«Quella di Maria?»
«Quella!», rimase un po’ a guardare l’orizzonte. «Arrivava a Giugno con sua madre e due sorelle piccole. Poi a fine Luglio arrivava il padre. Un pezzo grosso non so di che. So solo che arrivava su un macchinone blu con l’autista che lo faceva scendere e gli diceva buone vacanze ingegnere. Tutti gli anni la stessa scena. Il macchinone arrivava davanti alla casa, l’autista gli apriva lo sportello e diceva buone vacanze ingegnere! Io allora stavo già appresso alle bestie, ma andavo a scuola e me la cavavo anche bene. Larsen invece si salvava sempre per il rotto della cuffia, perché il padre era un pezzo grosso e se tuo padre è un pezzo grosso allora anche se non vai bene a scuola ti salvi uguale. Me le raccontava lui queste cose, eh! mentre giocavamo a pallone sulla spiaggia. In estate i miei mi lasciavano giocare finché volevo e alle bestie ci pensava solo mio padre. Mi diceva Wim, se non giochi ora quando lo vuoi fare quando diventi vecchio come me? Ma mio padre non era vecchio. Lo dico ora perché allora mi sembrava vecchio. Io ero un ragazzino e mi piaceva giocare con Larsen. Poi però suo padre lo mandarono non so dove, a fare qualcosa di ancora più importante e da quel momento Larsen non l’ho visto mai più. Così senza neanche avere idea sul dove, sul come.»
«Non è più tornato?»
«Mai! E la cosa più grave fu che di ragazzi che volevano giocare in spiaggia con me non ne arrivarono più molti. È un paese di vecchi il nostro e anche i villeggianti ci guardavano come appestati. A noi della collina dico. Sarà che la puzza delle bestie non te la togli di dosso neanche col detersivo. Chi ti dice che non potevo diventare una stella del calcio, eh! Ci pensavo allora sai? Metti che un allenatore famoso passava mentre stavamo giocando in spiaggia e diceva, guarda un po’ quel ragazzino! Tira bene, eh! È questione d’attimi la vita. Alle volte passano gli allenatori sulle spiagge sai? Passano e se tu non ci sei, loro passano lo stesso e sei fregato.»
Wim poggiò la schiena alla croce, «ora vedi Iris tuo padre non sembra molto contento di doversi spostare in quel posto del cavolo, ma deve lavorare. Non è passato nessun allenatore famoso neanche per lui. Così deve darsi da fare con le sue mani. Lui deve, non vuole, ma deve pensare a voi e se rimane da queste parti può badare alle bestie come faccio io tutto il giorno. Ma per le bestie già ci sono io. Tu puoi dirmi Wim smettila con le bestie e fai posto a mio padre. Se il tipo con il macchinone non fosse andato a fare qualcosa di importante e se fosse passato l’allenatore famoso e mi avesse portato via allora certo, voi sareste rimasti qui a pensare alle bestie. E tu saresti rimasta qui per sempre. Felice, per sempre. Eh! Ti assicuro che abbiamo tentato di fare qualcosa, ma questo è un bel posto solo per chi ha i soldi e ci viene a villeggiare. Tipo il papà di Larsen che arrivava con il macchinone e l’autista. E le bestie sono quello che sono e poi già c’è Wim per loro. »
«Cosa hanno le bestie che non va?»
«Puzza di merda, mani sempre sporche e alla fine della giornata la schiena rotta che non hai voglia nemmeno di guardare il tramonto.»
«Ma tu lo guardi ogni sera il tramonto.»
«È vero, non ne perdo mai uno. Fu mio padre che una sera mi portò qui. Era stanco morto, ma una sera tornando mi trovò sulla panca del patio e allora mi disse vieni! Non si tolse neppure i vestiti e la puzza di merda addosso. Ma disse, vieni! E mi trascinò qui sotto la croce.»
Fece un segno con le mani mostrando l’intero panorama. Il sole aveva appena toccato l’orizzonte e la luce rossa aveva colorato la scena, variegata dalla lanugine di piccoli nembi che galleggiavano nell’aria umida della sera.
«Mi disse, guarda. Ogni sera che viene in terra il sole tramonta e accade questo. Non importa se ci sei o non ci sei. Non è uno spettacolo, è il mondo che fa queste cose. E lo fa ovunque. Gratis ovunque. »
«E che significa tutto questo?»
«Non lo so. Disse questo e basta. Non parlava molto mio padre. Stava bene solo con le bestie lui e già questo era tanto per uno come lui.»
«E io ora che dovrei fare.»
«Cercati un tramonto dovunque andrai. Cercatelo. Io l’ho capito dopo anni che cosa volesse dirmi mio padre, ma so che già allora guardando tutto questo ero felice. Non mi fregava più di Larsen e del calcio e dei suoi capricci. Ero felice punto! Sicuro questo voleva dirmi mio padre, che è inutile cercarla troppo questa cosa della felicità. L’hai già dentro e ti serve solo un tramonto per goderne un po’. Dura il tempo giusto e ogni giorno la puoi riavere, puoi starne certa. Il resto è puzza di merda e ossa rotte, ok! Ma qualcosa fino al tramonto devi pur farlo», sorrise e rifece il segno con le mani come a dire tutto questo è bellissimo.
Tornando giù Iris si girò a guardare. Il sole era sparito, ma la luce rossa sulle nubi rade sul mare continuava il suo spettacolo. Lei si sentiva triste e non capiva neanche cosa ci fosse di così particolare in un tramonto. Provò anche a pensare a come sarebbe stato il tramonto in quel posto dove stavano per andare. Poi diede una pacca a Wim sulla spalla prima di girare al bivio. Lui proseguì come se niente fosse. Aveva un sorriso bello. Di quello che una donna apprezza. Si chiese quanto tempo ci volesse ancora per essere una donna. Ma soprattutto che cosa diavolo significasse essere una donna. Lei si sentiva Iris, non era sufficiente? Le prime case del borgo spuntarono dalla curva. Qualunque prova ci volesse per diventare una donna, pensò che non le avrebbe impedito domani di tornare a guardare il tramonto. Si asciugò una lacrima e diede un calcio a una pietra, che rotolò per un po’ oltre il ciglio della strada.

Torneranno i cinema all’aperto

Pubblicato: 19 aprile 2020 in Uncategorized

https://bistrotapigalle.wordpress.com/2020/04/19/torneranno-i-cinema-allaperto/

Questo è il mio contributo a Caffè Letterario di aprile.

Ma non solo. Questo racconto è in connessione con un’altra narrazione. La storia di due ragazzi. Sempre protagonisti della pandemia. Una storia raccontata tra parole e musica nel programma radio che conduco su Libertalia Radio.
Il programma si chiama Electric Fields e va in onda tutte le domeniche alle 22 e in replica tutti i mercoledì alle 18.
Ha anche una versione in inglese condotta da mia figlia Bianca il martedì alle 15 e il lunedì in replica alle 20.
Il tema di questa domenica sono gli Ipertesti. Un pretesto quello di usare la tecnologia per parlare del nostro mondo e di quello futuro. Per averne meno paura e per provare a mutarlo, renderlo più umano invece di più meccanico.
Questa sera come dicevo due ragazzi si incroceranno con i protagonisti del racconto del Caffè Letterario. Perché oggi più che mai abbiamo bisogno di capire cosa ne faremo dei nostri corpi.

La trasmissione si segue sul player accessibile dal sito della web radio Libertalia Radio o direttamente dal link al server torontocast.

Se poi volete interagire su Facebook potete usare il Gruppo di Libertalia Radio.

Il gruppo della trasmissione è invece questo Electric Fields per contributi extra e approfondimenti.

Vi aspetto.