Non sparate

Pubblicato: 30 agosto 2020 in Uncategorized

La tenda anti mosche dell’emporio si scostò appena per farlo entrare. L’uomo diede una rapida occhiata in giro e si diresse verso la cassa. Da dietro il plexiglass la ragazza lo apostrofò, con uno sguardo interrogativo.
«Andiamo dietro!» le disse.
«Sto lavorando.»
«Non posso aspettare. Sto partendo.»
La ragazza indossò la mascherina e lanciò un’occhiata d’intesa alla sorella. Poi scomparvero insieme, dietro la porta di legno chiaro sulla destra.
Furono nuovamente fuori in dieci minuti. L’uomo salutò le due facce stanche dietro il bancone con un cenno e si avviò fuori.
La ragazza tornò dietro la paratia trasparente e tolta la mascherina apparve piuttosto contrariata.
Terminato di servire una cliente infagottata in un lungo vestito di maglina, la sorella si avvicinò.
«Tutto bene?»
La ragazza esibì una smorfia negativa.
«Parte?»
«Sì, tra un’ora.»
«Preoccupata?»
«Un po’, ma quest’anno non aveva lavorato ancora un giorno. Deve andare.»
«Tranquilla, oramai sembra tutto sotto controllo.»
«Non lo so gli hanno fatto tutto un discorso.»
«Che discorso?»
«Sulla paura. Che la gente è lì a divertirsi. Che non vuole paura intorno. Quindi bisogna uniformarsi.»
«Ma ci sono le regole, dovranno rispettarle anche loro.»
«Mah. Forse hanno ragione alla fine. Forse a forza di avere paura stiamo solo invecchiando e pure male.»
La sorella ascoltò quelle parole cadere nel vuoto del negozio, presto occupato da una madre con due bimbi silenziosi. Sembrava che non avessero voglia di parlare proprio. O quantomeno che non volessero stare lì. Guardavano intorno come non trovassero nulla per cui frignare e provare a lucrare quell’uscita di casa. Stavano lì e basta privi oramai di voglie, forse anche ignari di poterne avere.
Intorno alle tredici serrarono la porta e controllarono la cassa. I loro sguardi sul magro incasso erano eloquenti, ma visto il periodo era già tanto potere contare qualcosa.
Il discorso sulla paura e sulla partenza lo ripresero a tavola. Ognuna di loro aveva una posizione, ma alla fine erano solo ragionamenti fatti da una stanzetta affollata di scatole, in un villaggio dimenticato da dio e per fortuna anche dagli uomini. Tacitamente decisero per un po’ di non tornarci su, perché in fin dei conti era inutile discuterne troppo: i soldi servivano e bisognava sfruttare ogni occasione. Il resto erano storie buone per quelli di città all’ora dell’aperitivo.
Ogni tanto lei e la sorella si dicevano che sarebbe stato figo andare qualche volta in città. Sedersi in uno dei locali affollati e mandare giù uno di quei cocktail colorati che vedevano in TV. Avevano anche tentato di farseli in casa, ma con risultati comici e bevuti più per stizza che per gusto.
La sera, prima che l’uomo iniziasse il turno, si sentivano per telefono. Ogni volta le stesse frasi, in sequenza, quasi una litania per nulla musicale.
«Hai dormito?»
«Qualche ora.»
«Ma così non reggi.»
«E lo so, ma quando si chiude c’è da sistemare e poi di mattina c’è da prendere il materiale nuovo. Ma tranquilla, sono forte io.»
«Stai attento almeno? La mascherina?»
Silenzio.
«Beh! In fondo stai all’aperto! Magari non serve ecco.»
Silenzio.
«Oggi non sono andata in negozio. Gloria aveva un test a scuola e ho pensato che se andava giù la linea era un casino. Meno male che Marta ha potuto tenere il negozio aperto da sola. Ma domani devo starci io, lei oggi si è distrutta. Ha male a una gamba, ma il dottore le ha detto che per adesso non si può fare niente.»
«E poi chi ha i soldi per il dottore per adesso?»
«Già. Ma comunque per ora è meglio evitare. Prendono solo i casi urgenti.»
«Lunedì ti mando dei soldi. Mi pagano la settimana e ti mando dei soldi.»
«Ma devi pagare la stanza!»
«Lo faccio la prossima settimana. Il padrone potrà pazientare una settimana. Questi li mando a te. Così magari potete andare dal dottore.»
«Ma in questo momento fanno solo i casi urgenti.»
«Ti mando i soldi lo stesso. Ora devo andare che tra un’ora si apre. Ti amo Kate.»
«Ti amo anche io. Ma non hai un passaggio?»
«No, Malcom non sta bene e io il suo motorino non lo voglio.»
«Ma quindi vai a piedi? E al ritorno?»
«Vediamo, ma due passi mi fanno bene. Sto ingrassando.»
Chiusero e la ragazza rimase con quella domanda inespressa in testa: “cos’ha Malcom?”
Rimaniamo spesso così noi esseri umani. Domande irte di spine che evitiamo di fare e di farci. Vediamo le piccole gocce di sangue delle punture colare sugli occhi, ma le prendiamo per sudore, ne dimentichiamo il colore cupo. E con questo peso nei pensieri andiamo dormire, convinti che il letto sia scomodo, che faccia caldo, che non abbiamo digerito. Invece sono le domande che pungono il cervello, che lo lasciano acceso tutto il tempo, in disperata ricerca di un pensiero comodo sul quale adagiare la testa e sognare. E se sogniamo poi sono incubi, di gente incappucciata che entra nelle nostre case e vuole prenderci i nostri figli. E così urliamo pensando che l’incubo ci abbia svegliato, quando invece vediamo mostri perché siamo sempre troppo svegli.
Sere dopo la litania al telefono ebbe una stonatura.
«Ho chiamato un po’ prima perché devo passare in farmacia?»
«Farmacia?»
«Malcom non sta bene.»
«E il medico?»
«Dice di stare a casa?»
«Deve prendere qualcosa?»
«Sì, qualcosa.»
«Quindi sei sempre a piedi? Ma perché non usi il suo motorino?»
«Serve a lui.»
«A Malcom?»
«Per andare a lavorare.»
«Ma se deve stare a casa?»
«Deve lavorare. Deve, per forza.»
Silenzio.
«Ti amo Kate.»
«Ti amo anch’io.»
Anche quella notte le domande non fatte rimasero con lei, ululando nel buio. E a nulla servì la luce del giorno dietro le tende, non le fece svanire, anzi montarono a ogni ora fino a divenire un torrente in piena che esondava anche oltre la paratia di plexiglass, su ogni nuovo cliente che voleva pagare e infilava nella feritoia le banconote usurate dal passaggio di mani. Denaro infetto che contagiava tutti, che uccideva in questo passare funereo di mano in mano. Non era un fatto di virus o di batteri, era il mostro che sbranava e lasciava i resti di carne a brandelli dovunque al suo macabro passaggio.
A pranzo quel giorno era sola. La gamba di Marta andava male, come gli affari. Sarebbe stato un caso urgente in realtà, ma le priorità di quel mondo erano altre. I fornitori oramai non concedevano più credito quella settimana, perché anche loro stavano affogando in quel mare cupo di ansia e un paio non erano nemmeno passati. Non valeva più il costo del carburante la sfilza di facce scure e di scuse imbarazzate. Meglio starsene a casa ad aspettare l’esattore.
Accese la TV per avere un po’ di compagnia in quel retrobottega ormai semivuoto. La solita tiritera di notizie e di bocche esperte non si capiva bene di cosa. Poi in un attimo il mondo si frantumò e si aprirono i recinti delle domande non fatte, delle risposte non date. Anche se non era l’ora corse al telefono.
«Cosa è successo a Malcom?»
«Non lo so! Era buio in quel vicolo e lo hanno fermato.»
«Ma cosa ha fatto?»
«Non lo so, forse aveva le macchie.»
«Le macchie?»
«Sì, deve avere avuto paura delle macchie sulle braccia. Io gliel’ho detto. Attento alle macchie, copriti. Ma fa caldo oggi. E ha avuto paura. E allora ha iniziato a correre, non era armato. Dicono fesserie in TV. Non era armato. Cristo, l’hanno massacrato. Cristo. Massacrato.»
«Tu come stai ora?»
«Sono venuti a casa, ma io li ho visti prima, dal bagno, e sono salito sul tetto. Urlavano come ossessi. Poi però se ne sono andati.»
«Ma tu che c’entri. Tu stai bene?»
«Devo andare a lavorare ora. Ti amo Kate.»
«Ma è troppo presto ancora. Tu stai bene? Cazzo, dimmi che stai bene prima.»
«Devo andare. Ti amo Kate. Devo andare ora.»
Quella sera il telefono rimase muto. Avrebbe potuto chiamare, certo! Ma era come per le domande, non le facciamo perché vorremmo non ricevere la risposta. La conosciamo già la risposta, ma proviamo a truffare il mondo, convinti che noi sbagliamo, che come quelli lì non dobbiamo vivere nella paura di ricevere sempre la stessa risposta. La paura ci frega. Quelli lì, quelli che il suo uomo faceva finta di selezionare sulla porta di quel postribolo in culo al mondo, loro sì che non avevano paura. Loro magari erano coperti di croste e di macchie, ma non avevano paura. Almeno sino a quando non uscivano da quel fottuto locale e se ne tornavano lividi nelle loro piccole stanze spoglie. E il giorno dopo magari li trovavano stecchiti, ma almeno non avevano vissuto con la paura accanto.
Così si convinse che bisognava fare in quel modo lì. Non chiuse occhio aspettando che dietro le tende si facesse giorno. Poi la luce divenne intermittente rossa e azzurra. Un ritmo feroce di sirena muta. Ma lei quella volta l’aveva fatta la domanda e la risposta se l’era pure ripetuta per una notte intera.
Chiuse gli occhi e prima di addormentarsi le scivolò una lacrima piccola, lungo il naso, sul cuscino. Ed era bella in fondo quella lacrima piccola. Fottetevi tutti pensò, mentre battevano i pugni sulla porta di casa. Fottetevi, ma per favore non sparate.

Maria

Pubblicato: 23 agosto 2020 in Uncategorized

Spalancò gli occhi.
Luce fredda diffondeva dal soffitto.
Rimase così, in silenzio.
Solo.

L’odore di caffè inondò la stanza, un cubo di pareti chiare, lisce e la luce diffusa dal tetto, appunto.
Prima di quell’istante, il fatto che l’uomo tenesse gli occhi chiusi non presupponeva alcun sonno. Da tempo era sveglio e quando li aprì gli occhi, le iridi erano di un bel verde trasparente. Era ciò che a quanto pare aveva colpito Maria e lo aveva ripetuto tante volte. Non ricordava però l’uomo la prima volta che lei lo aveva detto. Strano. Il loro primo incontro sì, lo ricordava bene, ma quel fatto degli occhi ecco, quello no.
L’erogatore con un fruscio rientrò e la tazza rimase ancora fumante sulla griglia del supporto. La prese, guardandolo rientrare e ascoltando il leggero fremito del ciclo di pulizia oltre la parete. Il sapore era amaro e leggermente acido, ma non c’era stato verso di convincere la supervisione a derogare almeno sul caffè. L’uomo fece una smorfia e mandò giu un altro sorso: amaro. Anche Maria diceva spesso che doveva smetterla con i dolci e lui rideva, mentre i valori degli esami periodici dicevano che no, non c’era molto da ridere. Quindi caffè amaro, punto.
La supervisione scelse una musica ritmata dal repertorio che gli aveva fatto selezionare la sera prima. Mise in pausa per il massimo consentito e poggiò la tazza vuota nello sterilizzatore. Maria l’aveva rimproverato tante volte perché lasciava in giro roba sporca, lo diceva sempre con quella sua aria sorridente così amabile, così fresca. L’uomo alla fine si era abituato a un maggior ordine: era più carina con lui in questo modo e non perdeva troppo tempo a rimbrottarlo. Le ore che poteva permettersi erano poche alla fine e doveva impiegarle bene.
Con calma guardò l’orologio e capì che bisognava sbrigarsi. Si accostò alla parete e la paratia della doccia scivolò sulla destra, richiudendosi alle sue spalle e diventando trasparente. L’aveva fatta installare così, perché Maria si eccitava a guardarlo nudo lì dentro e anche lei spesso voleva che lui facesse lo stesso: che la guardasse nuda fare la doccia. Le piaceva insaponarsi con cura sotto i suoi occhi. Con cura e con lentezza. Anche quello in fondo era tempo che in qualche modo perdeva, ma almeno quello era un modo eccitante.
Sorrise, mentre il getto d’aria calda asciugava lui e il vano. Un buon profumo nebulizzato iniziò a spandersi verso la fine. Pensò che la supervisione aveva davvero degli ottimi fornitori; non ricordava però quale delle tre fragranze a sua disposizione fosse. Poi ricollegò: Oniris, certo, quella che lui aveva definito erotica. C’era da aspettarsi qualcosa di intenso allora, e provò a immaginare cosa la supervisione avesse previsto per lui e Maria.
Rivestitosi, l’uomo controllò il saldo crediti e rimase un po’ interdetto: era pochino per tutta la giornata e provò a capire per cosa lo avesse assottigliato così tanto. Aveva poco tempo comunque, così entrò nel sistema dei crediti e iniziò a smaltire del lavoro. Le richieste dalla supervisione arrivavano con una certa lentezza e il numero saliva ben meno dello sperabile. Dopo due ore comprese che era tempo di smettere, altrimenti tutta quella fatica e quella fragranza così costosa sarebbero state inutili. Doveva rilassarsi adesso: si stese sulla poltrona e dal poggiatesta le due sferette morbide si accostarono delicatamente alle tempie inziando a massaggiare in senso circolare.
L’uomo provò finalmente un senso di benessere, sebbene il saldo crediti continuasse a impensierirlo. Annusò l’aria per accertarsi che il profumo non si fosse tutto dissolto. Per fortuna no, almeno quello era salvo; il saldo molto meno. Sorrise appena e socchiuse gli occhi speranzoso.

Maria lo aspettava come al solito davanti al distributore di bibite. Quando lo vide arrivare sfoderò un sorriso magnifico, uno dei suoi che avevano conquistato l’uomo, già dalla prima volta. La supervisione l’aveva pure avvertito allora quanto Maria fosse un’esperienza impegnativa, che serviva lavorare molto per riuscire a starle appresso, ma quel sorriso lo aveva stregato, punto. E così si erano iniziati a incontrare, due volte a settimana, perché di più proprio non poteva. Lavorava anche sei ore al giorno su tre piattaforme diverse, ma alla fine poteva dire di avere un indicatore di felicità abbastanza buono per la sua fascia sociale in rapporto all’età.
Maria lo abbracciò teneramente, poi lo baciò così intensamente che l’uomo sentì il mento inumidirsi delle loro salive e il sapore dolciastro del suo rossetto bruciargli un po’ in gola.
«E questo profumo?» chiese ammiccando con malizia la donna, «non avrai idee strane per oggi?»
Risero, poi Maria propose di andare verso il piccolo borgo sul mare appena fuori città, un posticino che aveva scoperto nel fine settimana e che gli sarebbe piaciuto molto. L’uomo calcolò a mente il costo di qualche chilometro di car sharing e sebbene non ricordasse in maniera precisa il saldo pensò che poteva andar bene.
Lungo il tragitto l’auto attraversò un lungo viale fresco, tutto delimitato da un filare di alberi frondosi che riparavano dal sole. Una galleria naturale che faceva appena trapelare la luce riflessa sul parabrezza ricurvo. Giocò con la mano sulle gambe scoperte dall’abito cortissimo, insinuandosi sino a sentire sulle nocche la seta degli slip, un attimo prima di un prudente accavallarsi di gambe per limitare la sua esplorazione. Maria si schermiva fingendo imbarazzo, ma dopo un po’ tornava a liberargli la mano per lasciarlo fare.
Il borgo era davvero delizioso con le sue case colorate affacciate sulla piccola insenatura del porto popolata di barche cullate appena dal mare calmo.
L’auto li lasciò proprio davanti a un caffè con le tende azzurre e i tavolini bianchi. Piccoli vasi di ceramica multicolore con variopinte piantine di fiori profumati completavano quell’angolo delizioso di mondo.
«Non è magnifico?»
L’uomo annuì e guardò l’intero panorama intorno a sé con una sorta di serenità, ma allo stesso tempo di irrequietezza. L’aria era calda, ma non troppo e una leggera brezza rendeva ancora più piacevole il clima. Una cameriera molto simpatica e con un generoso décolleté giunse al loro tavolo e li aiutò a ordinare un aperitivo, suggerendo anche un assortimento di canapes gustosissimi, serviti con un cocktail poco alcolico e profumato di menta e pesca. Provò a calcolare ancora una volta il conto confrontandolo con l’esigua sua disponibilità, poi però si lasciò andare.
Maria si finse gelosa delle occhiate alla scollatura e usò varie allusioni alle mani dell’uomo sotto il tavolo mentre la cameriera spiegava il menù. Lo faceva parlando piano e avvicinandosi spesso all’orecchio dell’uomo, sfiorandone con le labbra morbide il lobo. Lui provava ad affondare un bacio, che lei rifiutava ritraendosi riottosa e fermandolo con un indice pressato sulla sua bocca. Lui allora lo addentava, gustando un sapore che ben conosceva e che rivelava quanta malizia femminile usasse Maria in ogni movenza, apparentemente casuale, ma in verità pensata in ogni minimo dettaglio.
Un piccolo peschereccio entrò lento nel porto con il suo carico, accostando proprio davanti al caffè. Due ragazzi con una balzo atterrarono sul molo con le gomene in mano che fissarono alle bitte incrostate di sale. Un uomo più anziano sporse la testa dalla cabina per governare le operazioni con piccole correzioni del motore. A manovre ultimate iniziarono a scaricare le casse di pesce che depositavano in un furgone appena arrivato sul molo. I due ragazzi osservavano divertiti la coppia seduta, soprattutto Maria e la cameriera procace, che salutarono con un cenno del capo quando si avvicinò al tavolo per rifornirli di canapes. Finito lo scarico salirono sul furgone e si dileguarono. L’uomo anziano non li degnò invece di uno sguardo e rimase ancora un po’ a sistemare e pulire il ponte; poi con una sacca in spalla si avviò verso i vicoli del piccolo paese, dove scomparve alla vista probabilmente in direzione di casa.
L’uomo tornò a focalizzarsi su Maria e ogni tanto si avvicinava per dirle qualcosa a un orecchio, qualcosa di imbarazzante, perché lei reagiva quasi offesa, ma con una smorfia amabile sulle labbra. Dopo tre assalti dell’uomo, lei poggiò il tovagliolo sul tavolo, si alzò e chiesto qualcosa alla cameriera entrò nel piccolo locale con le tendine chiare. Dopo una decina di minuti, tornò fuori sedendosi nuovamente al tavolo e poggiando il tovagliolo sulle gambe nude. L’uomo fece una smorfia interrogativa e per risposta Maria prese dalla borsetta un piccolo affare di seta avorio e glielo consegnò in una mano che richiuse a pugno con una carezza, ridendo. L’uomo portò il pugno al naso e annusò il profumo intenso di Maria che già aveva gustato sull’indice e avvertito in auto.
Rimasero ancora un po’ sorseggiando il ghiaccio sciolto dei cocktail e piluccando le ultime briciole dai piattini. Poi lei si alzò e avvicinandosi molto lo prese per mano e lo tirò in piedi verso il molo. Stava un passo avanti guidandolo con la sua andatura incerta sui tacchi altissimi dorati, fino al peschereccio ormeggiato. L’uomo tirò a sé una delle gomene per avvicinare lo scafo. Maria poggiò una mano sul suo braccio e agile scavalcò con un piccolo balzo le sponde, atterrando sul ponte ancora umido di mare. Uno dei tacchi sottilissimi si incastrò però tra due tavole e rischiò quasi di spezzarsi, sotto lo sguardo preoccupato di Maria che non sapeva se muoversi o attendere aiuto. L’uomo balzò anche lui a bordo e con una mossa delicata le liberò il piede, approfittando poi della presa sulla caviglia per carezzarla risalendo lento la gamba. Maria non si mosse finché non arrivò a vedersi scostare il lembo del vestito.
«Non qui!» disse liberandosi di entrambe le scarpe e dirigendosi verso la cabina. La porta non era bloccata e abbassando la testa entrarono nel piccolo ambiente ingombro di casse e dei comandi dell’imbarcazione. Alla loro destra una botola ancora aperta portava sotto coperta.
Maria scese per prima, seguita dall’uomo. Il tanfo di salsedine e di pesce si fece se possibile più intenso, ma ogni cosa sembrava solo aumentare la loro eccitazione. L’ambiente di sicuro angusto era per metà ingombro di reti a maglia molto fine ammonticchiate con un certo ordine. La luce era davvero fioca e il leggero dondolio li cullava, mentre si guardavano sempre più vicini e si sfioravano con le mani già umide di sudore. L’uomo scostò prima una bretellina e poi l’altra. L’abito scivolò morbido sul pavimento svelando un corpo perfetto e completamente nudo. Nonostante l’odore intenso dell’ambiente il profumo che aveva saggiato sull’intimo avorio di Maria prevaleva su tutto. Lei lo spinse per adagiarlo con dolcezza sul cumulo di reti e iniziò a spogliarlo, assaggiando il suo corpo, esplorandolo con la lingua e con le labbra umide in ogni nuovo brano di pelle scoperta. Lui sentì la ruvida consistenza della rete sulla schiena, mentre abbandonava la testa sull’umido delle nasse. Chiuse gli occhi percependo il peso di quel corpo madido di sudore e di umori danzare sul suo, i capelli morbidi carezzare il suo petto e la spalla sinistra e i denti mordere il capezzolo facendolo trasalire.
Poi a un tratto la sentì scendere e indugiare con il naso sull’ombelico con dolcezza. Il mondo sembrò bloccarsi, congelarsi in un attimo. Il dondolio stesso del mare si interruppe e tutti gli odori svanirono di colpo. Solo la voce di Maria risuonò in un silenzio universale che sembrò arrivare da un aldilà metallico.
«Credito insufficiente per completare l’esperienza in corso.
Lo spazio cloud è insufficiente per salvare il livello attuale, acquista entro trenta minuti spazio cloud sui nostri server e goditi la fine del livello quando vuoi.
Grazie per avere scelto Neural Games e ti aspettiamo presto per nuove ed eccitanti esperienze di vita.»

Spalancò gli occhi.
Luce fredda diffondeva dal soffitto.
Rimase così, in silenzio.
Solo.

Non voglio perdermi niente.

Pubblicato: 21 agosto 2020 in Uncategorized

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«Girò il vento!», la voce esplose e si disperse in cento eco nella foschia densa della sera.

«Domani si esce!» rispose un’altra affiorando dal nulla. Galleggiarono per un po’ nell’aria umida che ti rimaneva sulla pelle come un velo oleoso. Poi si inabissarono nel mare cupo, annegando.

Magda guardò verso il faro e sussurrò qualcosa. Mimì si strusciò sul gelso e visto che quella sera nessuno era disposto a intrattenerla balzò sul muretto e si mise ad annusare l’aria in cerca d’avventure.

Il caldo che aveva dato un po’ di tregua, piegato dal maestrale, stava ora lavorando per riprendersi la scena, sebbene ogni tanto una brezza fresca arrivasse sul viso da chissà dove. Magda raggiunse la madre per leggere qualcosa sul suo volto, ma davvero quella sera non c’era verso di avere una parola in più nemmeno da lei. Così girò i tacchi e salì veloce la scala strettissima verso la terrazza.

Anni prima il nonno Matteo aveva tirato su due stanzette che dovevano alloggiare qualche attrezzo e le pompe delle vasche. Aveva ricavato anche un piccolo bagno e un cucinino per fare le conserve. Da un anno per ricavarne un po’ di soldi avevano sgombrato, ripulito e affittato il piccolo alloggio a uno di città. Per arrivarci era un po’ scomodo perché di fatto si passava per casa loro, ma i soldi servivano e non potevano storcere troppo il naso. Magari quest’anno che veniva si sarebbe provato a sistemare l’accesso e separare gli ingressi.

L’avevano affittato a un tipo strano che s’era portato dietro un po’ di aggeggi che a quanto pare servivano a vedere le stelle. Li aveva messi tutti in fila sulla terrazza e ci passava spesso le notti con l’occhio appiccicato a spiare chissà chi. Questo dicevano di lui, sebbene nessuno spiegasse cosa ci fosse poi da spiare in quelle quattro casupole sciroccate attorno alla chiesetta di San Placido. Le beghine della parrocchia dopo il rosario si erano lamentate anche con il padre di Magda, ma lui le aveva zittite tutte dicendo che erano solo delle vecchie impiccione e che comunque per l’affitto che gli pagava poteva pure spiarlo nel cesso.

Anche quella sera il tizio era in terrazza seduto sulla panchina in attesa del momento giusto. Cosa significasse di preciso momento giusto Magda non è che lo avesse ancora compreso bene, ma pare che ci fosse un istante preciso per appiccicare l’occhio a uno di quei cosi e vedere delle stelle particolari. Che poi per Magda erano tutte uguali, puntini di luce brillante e basta, ma lei di stelle in verità non ne capiva molto.

Prese posto accanto a lui e rimase in silenzio. Solo uno sguardo si scambiarono e un cenno di saluto. Bastava così a loro, una sorta di rito che da un paio di settimane si era consolidato. Ma quella sera c’era da scommettere che Magda non avesse troppo interesse per le stelle.

«Vuoi vedere la barca?»

Magda fece segno di sì. Il tizio prese uno di quegli aggeggi, il più piccolo, montato su un treppiedi mezzo arrugginito e lo puntò verso il mare. Armeggiò un po’, poi disse, «eccoli, credo stiano provando a rientrare.»

Magda scattò in piedi, sempre in silenzio. Il tizio prese lo sgabello che stava di lato e lo mise sotto il cannocchiale; poi le porse una mano e l’aiutò a salirci sopra. Magda avvicinò l’occhio al piccolo oculare di vetro e dentro ci vide le tre luci della Maria Beatrice e la sagoma tenue della barca che si arrampicava sulle onde lunghe. Avevano dovuto aspettare al largo perché con il mare grosso non ci si stava nulla a sfracellarsi sugli scogli bassi della scogliera e in verità non sarebbero nemmeno dovuti uscire con quel tempaccio, ma c’erano i conti da far quadrare e le banche a quanto pare rimanevano aperte anche con la burrasca. Lì sopra avevano di sicuro vomitato l’anima e provato a non farsi sfasciare le reti dal mare. La madre di Magda ogni sera era andata davanti all’urna di San Placido a raccomandare l’equipaggio. Faceva la strada in fretta e arrivata in chiesa accendeva una candela: provava a fare finta di niente davanti agli occhi di bragia delle anziane frequentatrici del rosario, ma in realtà con tutte le altre barche in porto era piuttosto preoccupata e contava i lunghi giorni del maestrale in ansia.

«Ci vorranno un paio d’ore almeno, perché vanno pianissimo. Il vento è calato, ma è ancora mosso. Devono stare attenti.»

Magda staccò l’occhio, scese dallo sgabello e tornò sulla panchina. Rimase dieci minuti, poi salutò e tornò giù. Sua madre non sembrò per nulla rasserenata dalla notizia, ma lo stesso si occupò un po’ di lei per metterla a letto e provare a farla addormentare con il racconto romanzato della giornata. In cinque minuti a dire il vero aveva finito tutto il repertorio delle malefatte delle signore del borgo, che con tutta la cattiveria che potevano metterci, avevano ben poco da combinare tra quelle quattro pietre. Si assicurò quindi che avesse preso sonno e salì lentamente le scale verso la terrazza.

Il tizio stava guardando una stella ancora bassa sull’orizzonte e quasi non si accorse della donna. Poi reagì con un sussulto.

«Non mi ero accorto, mi scusi.»

«Si figuri.»

«Magda le ha detto che stanno rientrando? Ci vorrà un po’, ma il mare si sta quietando.»

«Sì grazie, mi ha detto.»

Rimase per qualche istante in un imbarazzante silenzio.

«Ha bisogno di qualcosa signora?»

«Due sere fa», disse quasi sussurrando, «due sere fa. Ecco, magari ho fatto male, ma ho sentito che parlava al telefono con qualcuno di una portineria.»

«Con mio fratello, sì. Cercavano un portiere nuovo da lui e si informava, ma conosce qualcuno per caso che…»

«Non è che normalmente ascolto le telefonate ecco, è capitato», parlava e si torceva le mani perché a lei le costava ogni singola parola, ogni sillaba. Non era una che chiacchierava troppo. E poi una cosa era parlare con le beghine del borgo, altra roba era quello che stava facendo lì su.

«Mi chiedevo se noi, cioè io e mio marito, se poteva andare per noi, ecco.»

«Lei e suo marito?»

«Sì, noi.»

«L’hanno trovato giusto ieri, ma io non sapevo che…»

«No era una idea, ecco. Una idea mia. Che poi convincere quella testa dura di…»

«Ma se capita una possibilità, lo faccio il vostro nome. Certo. A saperlo, ma non avevo idea.»

«Non so, era una idea così, forse solo per via del mal tempo. Ogni volta penso che tutta la vita così non si può», disse rilassando le mani lungo i fianchi.

«Non si può», confermò il tizio in maniera meccanica guardandole appunto i fianchi mentre scendeva la stretta scaletta verso il piano terra. Lui era solo da tanto e sebbene le stelle fossero la sua passione, rimanevano troppo lontane per riscaldare le sere della sua vita. La madre di Magda era una bella donna e più volte lui aveva sbirciato dentro le stanze, provando a rubare una intimità che gli rimaneva negata.

«Non si può», sussurrò ancora nel buio della terrazza.

La campana di San Placido batté due tocchi proprio mentre la Maria Beatrice vomitava sul pontile le tre facce pallide dell’equipaggio. Stavano in piedi a malapena e caracollando presero la via di casa. Alla fontanella del tritone si divisero senza neanche un segno, un saluto, ognuno per conto proprio.

La madre di Magda, attendeva sull’uscio, su una vecchia sedia impagliata e lo vide arrivare traballante come troppe altre volte era accaduto. Lui non ebbe la forza di dire nemmeno una parola. Aveva ancora il mare sotto le scarpe e la testa che dondolava. Lei gliela prese tra le mani e provò a tenerla per un po’ ferma.

Dalla terrazza il tizio aveva salutato la stella al suo tramonto e dall’alto guardava la scena con un non so che di invidia. Guardava quelle mani tra i capelli dell’uomo e provò a ricordare l’ultima volta che sulla sua testa qualcuno aveva tentato una carezza. Ma niente, non gli sovveniva proprio.

Magda nel suo letto sognava che tutti i mari si prosciugavano e che la Maria Beatrice si adagiava su un grande scoglio bluastro piegata appena di lato.

Mimì su un ramo robusto aveva provato a inseguire una cicala e ora delusa studiava il modo di tornare a terra.

Nella casa del portiere dello stabile di via della Repubblica, una luce era accesa e una neonata piangeva nella notte. La madre provava a calmarla con un biberon di camomilla intiepidita. Il padre, il nuovo portiere, si stropicciava gli occhi pieni di sonno.

Il mare, sul pontile vicino alla Maria Beatrice lambiva lento le bitte incrostate di alghe e di preghiere. Era troppo vecchio il mare per credere al nuovo giorno e alla furba gioventù del mattino ancora una volta da sciupare.