Maria

Pubblicato: 23 agosto 2020 in Uncategorized

Spalancò gli occhi.
Luce fredda diffondeva dal soffitto.
Rimase così, in silenzio.
Solo.

L’odore di caffè inondò la stanza, un cubo di pareti chiare, lisce e la luce diffusa dal tetto, appunto.
Prima di quell’istante, il fatto che l’uomo tenesse gli occhi chiusi non presupponeva alcun sonno. Da tempo era sveglio e quando li aprì gli occhi, le iridi erano di un bel verde trasparente. Era ciò che a quanto pare aveva colpito Maria e lo aveva ripetuto tante volte. Non ricordava però l’uomo la prima volta che lei lo aveva detto. Strano. Il loro primo incontro sì, lo ricordava bene, ma quel fatto degli occhi ecco, quello no.
L’erogatore con un fruscio rientrò e la tazza rimase ancora fumante sulla griglia del supporto. La prese, guardandolo rientrare e ascoltando il leggero fremito del ciclo di pulizia oltre la parete. Il sapore era amaro e leggermente acido, ma non c’era stato verso di convincere la supervisione a derogare almeno sul caffè. L’uomo fece una smorfia e mandò giu un altro sorso: amaro. Anche Maria diceva spesso che doveva smetterla con i dolci e lui rideva, mentre i valori degli esami periodici dicevano che no, non c’era molto da ridere. Quindi caffè amaro, punto.
La supervisione scelse una musica ritmata dal repertorio che gli aveva fatto selezionare la sera prima. Mise in pausa per il massimo consentito e poggiò la tazza vuota nello sterilizzatore. Maria l’aveva rimproverato tante volte perché lasciava in giro roba sporca, lo diceva sempre con quella sua aria sorridente così amabile, così fresca. L’uomo alla fine si era abituato a un maggior ordine: era più carina con lui in questo modo e non perdeva troppo tempo a rimbrottarlo. Le ore che poteva permettersi erano poche alla fine e doveva impiegarle bene.
Con calma guardò l’orologio e capì che bisognava sbrigarsi. Si accostò alla parete e la paratia della doccia scivolò sulla destra, richiudendosi alle sue spalle e diventando trasparente. L’aveva fatta installare così, perché Maria si eccitava a guardarlo nudo lì dentro e anche lei spesso voleva che lui facesse lo stesso: che la guardasse nuda fare la doccia. Le piaceva insaponarsi con cura sotto i suoi occhi. Con cura e con lentezza. Anche quello in fondo era tempo che in qualche modo perdeva, ma almeno quello era un modo eccitante.
Sorrise, mentre il getto d’aria calda asciugava lui e il vano. Un buon profumo nebulizzato iniziò a spandersi verso la fine. Pensò che la supervisione aveva davvero degli ottimi fornitori; non ricordava però quale delle tre fragranze a sua disposizione fosse. Poi ricollegò: Oniris, certo, quella che lui aveva definito erotica. C’era da aspettarsi qualcosa di intenso allora, e provò a immaginare cosa la supervisione avesse previsto per lui e Maria.
Rivestitosi, l’uomo controllò il saldo crediti e rimase un po’ interdetto: era pochino per tutta la giornata e provò a capire per cosa lo avesse assottigliato così tanto. Aveva poco tempo comunque, così entrò nel sistema dei crediti e iniziò a smaltire del lavoro. Le richieste dalla supervisione arrivavano con una certa lentezza e il numero saliva ben meno dello sperabile. Dopo due ore comprese che era tempo di smettere, altrimenti tutta quella fatica e quella fragranza così costosa sarebbero state inutili. Doveva rilassarsi adesso: si stese sulla poltrona e dal poggiatesta le due sferette morbide si accostarono delicatamente alle tempie inziando a massaggiare in senso circolare.
L’uomo provò finalmente un senso di benessere, sebbene il saldo crediti continuasse a impensierirlo. Annusò l’aria per accertarsi che il profumo non si fosse tutto dissolto. Per fortuna no, almeno quello era salvo; il saldo molto meno. Sorrise appena e socchiuse gli occhi speranzoso.

Maria lo aspettava come al solito davanti al distributore di bibite. Quando lo vide arrivare sfoderò un sorriso magnifico, uno dei suoi che avevano conquistato l’uomo, già dalla prima volta. La supervisione l’aveva pure avvertito allora quanto Maria fosse un’esperienza impegnativa, che serviva lavorare molto per riuscire a starle appresso, ma quel sorriso lo aveva stregato, punto. E così si erano iniziati a incontrare, due volte a settimana, perché di più proprio non poteva. Lavorava anche sei ore al giorno su tre piattaforme diverse, ma alla fine poteva dire di avere un indicatore di felicità abbastanza buono per la sua fascia sociale in rapporto all’età.
Maria lo abbracciò teneramente, poi lo baciò così intensamente che l’uomo sentì il mento inumidirsi delle loro salive e il sapore dolciastro del suo rossetto bruciargli un po’ in gola.
«E questo profumo?» chiese ammiccando con malizia la donna, «non avrai idee strane per oggi?»
Risero, poi Maria propose di andare verso il piccolo borgo sul mare appena fuori città, un posticino che aveva scoperto nel fine settimana e che gli sarebbe piaciuto molto. L’uomo calcolò a mente il costo di qualche chilometro di car sharing e sebbene non ricordasse in maniera precisa il saldo pensò che poteva andar bene.
Lungo il tragitto l’auto attraversò un lungo viale fresco, tutto delimitato da un filare di alberi frondosi che riparavano dal sole. Una galleria naturale che faceva appena trapelare la luce riflessa sul parabrezza ricurvo. Giocò con la mano sulle gambe scoperte dall’abito cortissimo, insinuandosi sino a sentire sulle nocche la seta degli slip, un attimo prima di un prudente accavallarsi di gambe per limitare la sua esplorazione. Maria si schermiva fingendo imbarazzo, ma dopo un po’ tornava a liberargli la mano per lasciarlo fare.
Il borgo era davvero delizioso con le sue case colorate affacciate sulla piccola insenatura del porto popolata di barche cullate appena dal mare calmo.
L’auto li lasciò proprio davanti a un caffè con le tende azzurre e i tavolini bianchi. Piccoli vasi di ceramica multicolore con variopinte piantine di fiori profumati completavano quell’angolo delizioso di mondo.
«Non è magnifico?»
L’uomo annuì e guardò l’intero panorama intorno a sé con una sorta di serenità, ma allo stesso tempo di irrequietezza. L’aria era calda, ma non troppo e una leggera brezza rendeva ancora più piacevole il clima. Una cameriera molto simpatica e con un generoso décolleté giunse al loro tavolo e li aiutò a ordinare un aperitivo, suggerendo anche un assortimento di canapes gustosissimi, serviti con un cocktail poco alcolico e profumato di menta e pesca. Provò a calcolare ancora una volta il conto confrontandolo con l’esigua sua disponibilità, poi però si lasciò andare.
Maria si finse gelosa delle occhiate alla scollatura e usò varie allusioni alle mani dell’uomo sotto il tavolo mentre la cameriera spiegava il menù. Lo faceva parlando piano e avvicinandosi spesso all’orecchio dell’uomo, sfiorandone con le labbra morbide il lobo. Lui provava ad affondare un bacio, che lei rifiutava ritraendosi riottosa e fermandolo con un indice pressato sulla sua bocca. Lui allora lo addentava, gustando un sapore che ben conosceva e che rivelava quanta malizia femminile usasse Maria in ogni movenza, apparentemente casuale, ma in verità pensata in ogni minimo dettaglio.
Un piccolo peschereccio entrò lento nel porto con il suo carico, accostando proprio davanti al caffè. Due ragazzi con una balzo atterrarono sul molo con le gomene in mano che fissarono alle bitte incrostate di sale. Un uomo più anziano sporse la testa dalla cabina per governare le operazioni con piccole correzioni del motore. A manovre ultimate iniziarono a scaricare le casse di pesce che depositavano in un furgone appena arrivato sul molo. I due ragazzi osservavano divertiti la coppia seduta, soprattutto Maria e la cameriera procace, che salutarono con un cenno del capo quando si avvicinò al tavolo per rifornirli di canapes. Finito lo scarico salirono sul furgone e si dileguarono. L’uomo anziano non li degnò invece di uno sguardo e rimase ancora un po’ a sistemare e pulire il ponte; poi con una sacca in spalla si avviò verso i vicoli del piccolo paese, dove scomparve alla vista probabilmente in direzione di casa.
L’uomo tornò a focalizzarsi su Maria e ogni tanto si avvicinava per dirle qualcosa a un orecchio, qualcosa di imbarazzante, perché lei reagiva quasi offesa, ma con una smorfia amabile sulle labbra. Dopo tre assalti dell’uomo, lei poggiò il tovagliolo sul tavolo, si alzò e chiesto qualcosa alla cameriera entrò nel piccolo locale con le tendine chiare. Dopo una decina di minuti, tornò fuori sedendosi nuovamente al tavolo e poggiando il tovagliolo sulle gambe nude. L’uomo fece una smorfia interrogativa e per risposta Maria prese dalla borsetta un piccolo affare di seta avorio e glielo consegnò in una mano che richiuse a pugno con una carezza, ridendo. L’uomo portò il pugno al naso e annusò il profumo intenso di Maria che già aveva gustato sull’indice e avvertito in auto.
Rimasero ancora un po’ sorseggiando il ghiaccio sciolto dei cocktail e piluccando le ultime briciole dai piattini. Poi lei si alzò e avvicinandosi molto lo prese per mano e lo tirò in piedi verso il molo. Stava un passo avanti guidandolo con la sua andatura incerta sui tacchi altissimi dorati, fino al peschereccio ormeggiato. L’uomo tirò a sé una delle gomene per avvicinare lo scafo. Maria poggiò una mano sul suo braccio e agile scavalcò con un piccolo balzo le sponde, atterrando sul ponte ancora umido di mare. Uno dei tacchi sottilissimi si incastrò però tra due tavole e rischiò quasi di spezzarsi, sotto lo sguardo preoccupato di Maria che non sapeva se muoversi o attendere aiuto. L’uomo balzò anche lui a bordo e con una mossa delicata le liberò il piede, approfittando poi della presa sulla caviglia per carezzarla risalendo lento la gamba. Maria non si mosse finché non arrivò a vedersi scostare il lembo del vestito.
«Non qui!» disse liberandosi di entrambe le scarpe e dirigendosi verso la cabina. La porta non era bloccata e abbassando la testa entrarono nel piccolo ambiente ingombro di casse e dei comandi dell’imbarcazione. Alla loro destra una botola ancora aperta portava sotto coperta.
Maria scese per prima, seguita dall’uomo. Il tanfo di salsedine e di pesce si fece se possibile più intenso, ma ogni cosa sembrava solo aumentare la loro eccitazione. L’ambiente di sicuro angusto era per metà ingombro di reti a maglia molto fine ammonticchiate con un certo ordine. La luce era davvero fioca e il leggero dondolio li cullava, mentre si guardavano sempre più vicini e si sfioravano con le mani già umide di sudore. L’uomo scostò prima una bretellina e poi l’altra. L’abito scivolò morbido sul pavimento svelando un corpo perfetto e completamente nudo. Nonostante l’odore intenso dell’ambiente il profumo che aveva saggiato sull’intimo avorio di Maria prevaleva su tutto. Lei lo spinse per adagiarlo con dolcezza sul cumulo di reti e iniziò a spogliarlo, assaggiando il suo corpo, esplorandolo con la lingua e con le labbra umide in ogni nuovo brano di pelle scoperta. Lui sentì la ruvida consistenza della rete sulla schiena, mentre abbandonava la testa sull’umido delle nasse. Chiuse gli occhi percependo il peso di quel corpo madido di sudore e di umori danzare sul suo, i capelli morbidi carezzare il suo petto e la spalla sinistra e i denti mordere il capezzolo facendolo trasalire.
Poi a un tratto la sentì scendere e indugiare con il naso sull’ombelico con dolcezza. Il mondo sembrò bloccarsi, congelarsi in un attimo. Il dondolio stesso del mare si interruppe e tutti gli odori svanirono di colpo. Solo la voce di Maria risuonò in un silenzio universale che sembrò arrivare da un aldilà metallico.
«Credito insufficiente per completare l’esperienza in corso.
Lo spazio cloud è insufficiente per salvare il livello attuale, acquista entro trenta minuti spazio cloud sui nostri server e goditi la fine del livello quando vuoi.
Grazie per avere scelto Neural Games e ti aspettiamo presto per nuove ed eccitanti esperienze di vita.»

Spalancò gli occhi.
Luce fredda diffondeva dal soffitto.
Rimase così, in silenzio.
Solo.

Non voglio perdermi niente.

Pubblicato: 21 agosto 2020 in Uncategorized

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«Girò il vento!», la voce esplose e si disperse in cento eco nella foschia densa della sera.

«Domani si esce!» rispose un’altra affiorando dal nulla. Galleggiarono per un po’ nell’aria umida che ti rimaneva sulla pelle come un velo oleoso. Poi si inabissarono nel mare cupo, annegando.

Magda guardò verso il faro e sussurrò qualcosa. Mimì si strusciò sul gelso e visto che quella sera nessuno era disposto a intrattenerla balzò sul muretto e si mise ad annusare l’aria in cerca d’avventure.

Il caldo che aveva dato un po’ di tregua, piegato dal maestrale, stava ora lavorando per riprendersi la scena, sebbene ogni tanto una brezza fresca arrivasse sul viso da chissà dove. Magda raggiunse la madre per leggere qualcosa sul suo volto, ma davvero quella sera non c’era verso di avere una parola in più nemmeno da lei. Così girò i tacchi e salì veloce la scala strettissima verso la terrazza.

Anni prima il nonno Matteo aveva tirato su due stanzette che dovevano alloggiare qualche attrezzo e le pompe delle vasche. Aveva ricavato anche un piccolo bagno e un cucinino per fare le conserve. Da un anno per ricavarne un po’ di soldi avevano sgombrato, ripulito e affittato il piccolo alloggio a uno di città. Per arrivarci era un po’ scomodo perché di fatto si passava per casa loro, ma i soldi servivano e non potevano storcere troppo il naso. Magari quest’anno che veniva si sarebbe provato a sistemare l’accesso e separare gli ingressi.

L’avevano affittato a un tipo strano che s’era portato dietro un po’ di aggeggi che a quanto pare servivano a vedere le stelle. Li aveva messi tutti in fila sulla terrazza e ci passava spesso le notti con l’occhio appiccicato a spiare chissà chi. Questo dicevano di lui, sebbene nessuno spiegasse cosa ci fosse poi da spiare in quelle quattro casupole sciroccate attorno alla chiesetta di San Placido. Le beghine della parrocchia dopo il rosario si erano lamentate anche con il padre di Magda, ma lui le aveva zittite tutte dicendo che erano solo delle vecchie impiccione e che comunque per l’affitto che gli pagava poteva pure spiarlo nel cesso.

Anche quella sera il tizio era in terrazza seduto sulla panchina in attesa del momento giusto. Cosa significasse di preciso momento giusto Magda non è che lo avesse ancora compreso bene, ma pare che ci fosse un istante preciso per appiccicare l’occhio a uno di quei cosi e vedere delle stelle particolari. Che poi per Magda erano tutte uguali, puntini di luce brillante e basta, ma lei di stelle in verità non ne capiva molto.

Prese posto accanto a lui e rimase in silenzio. Solo uno sguardo si scambiarono e un cenno di saluto. Bastava così a loro, una sorta di rito che da un paio di settimane si era consolidato. Ma quella sera c’era da scommettere che Magda non avesse troppo interesse per le stelle.

«Vuoi vedere la barca?»

Magda fece segno di sì. Il tizio prese uno di quegli aggeggi, il più piccolo, montato su un treppiedi mezzo arrugginito e lo puntò verso il mare. Armeggiò un po’, poi disse, «eccoli, credo stiano provando a rientrare.»

Magda scattò in piedi, sempre in silenzio. Il tizio prese lo sgabello che stava di lato e lo mise sotto il cannocchiale; poi le porse una mano e l’aiutò a salirci sopra. Magda avvicinò l’occhio al piccolo oculare di vetro e dentro ci vide le tre luci della Maria Beatrice e la sagoma tenue della barca che si arrampicava sulle onde lunghe. Avevano dovuto aspettare al largo perché con il mare grosso non ci si stava nulla a sfracellarsi sugli scogli bassi della scogliera e in verità non sarebbero nemmeno dovuti uscire con quel tempaccio, ma c’erano i conti da far quadrare e le banche a quanto pare rimanevano aperte anche con la burrasca. Lì sopra avevano di sicuro vomitato l’anima e provato a non farsi sfasciare le reti dal mare. La madre di Magda ogni sera era andata davanti all’urna di San Placido a raccomandare l’equipaggio. Faceva la strada in fretta e arrivata in chiesa accendeva una candela: provava a fare finta di niente davanti agli occhi di bragia delle anziane frequentatrici del rosario, ma in realtà con tutte le altre barche in porto era piuttosto preoccupata e contava i lunghi giorni del maestrale in ansia.

«Ci vorranno un paio d’ore almeno, perché vanno pianissimo. Il vento è calato, ma è ancora mosso. Devono stare attenti.»

Magda staccò l’occhio, scese dallo sgabello e tornò sulla panchina. Rimase dieci minuti, poi salutò e tornò giù. Sua madre non sembrò per nulla rasserenata dalla notizia, ma lo stesso si occupò un po’ di lei per metterla a letto e provare a farla addormentare con il racconto romanzato della giornata. In cinque minuti a dire il vero aveva finito tutto il repertorio delle malefatte delle signore del borgo, che con tutta la cattiveria che potevano metterci, avevano ben poco da combinare tra quelle quattro pietre. Si assicurò quindi che avesse preso sonno e salì lentamente le scale verso la terrazza.

Il tizio stava guardando una stella ancora bassa sull’orizzonte e quasi non si accorse della donna. Poi reagì con un sussulto.

«Non mi ero accorto, mi scusi.»

«Si figuri.»

«Magda le ha detto che stanno rientrando? Ci vorrà un po’, ma il mare si sta quietando.»

«Sì grazie, mi ha detto.»

Rimase per qualche istante in un imbarazzante silenzio.

«Ha bisogno di qualcosa signora?»

«Due sere fa», disse quasi sussurrando, «due sere fa. Ecco, magari ho fatto male, ma ho sentito che parlava al telefono con qualcuno di una portineria.»

«Con mio fratello, sì. Cercavano un portiere nuovo da lui e si informava, ma conosce qualcuno per caso che…»

«Non è che normalmente ascolto le telefonate ecco, è capitato», parlava e si torceva le mani perché a lei le costava ogni singola parola, ogni sillaba. Non era una che chiacchierava troppo. E poi una cosa era parlare con le beghine del borgo, altra roba era quello che stava facendo lì su.

«Mi chiedevo se noi, cioè io e mio marito, se poteva andare per noi, ecco.»

«Lei e suo marito?»

«Sì, noi.»

«L’hanno trovato giusto ieri, ma io non sapevo che…»

«No era una idea, ecco. Una idea mia. Che poi convincere quella testa dura di…»

«Ma se capita una possibilità, lo faccio il vostro nome. Certo. A saperlo, ma non avevo idea.»

«Non so, era una idea così, forse solo per via del mal tempo. Ogni volta penso che tutta la vita così non si può», disse rilassando le mani lungo i fianchi.

«Non si può», confermò il tizio in maniera meccanica guardandole appunto i fianchi mentre scendeva la stretta scaletta verso il piano terra. Lui era solo da tanto e sebbene le stelle fossero la sua passione, rimanevano troppo lontane per riscaldare le sere della sua vita. La madre di Magda era una bella donna e più volte lui aveva sbirciato dentro le stanze, provando a rubare una intimità che gli rimaneva negata.

«Non si può», sussurrò ancora nel buio della terrazza.

La campana di San Placido batté due tocchi proprio mentre la Maria Beatrice vomitava sul pontile le tre facce pallide dell’equipaggio. Stavano in piedi a malapena e caracollando presero la via di casa. Alla fontanella del tritone si divisero senza neanche un segno, un saluto, ognuno per conto proprio.

La madre di Magda, attendeva sull’uscio, su una vecchia sedia impagliata e lo vide arrivare traballante come troppe altre volte era accaduto. Lui non ebbe la forza di dire nemmeno una parola. Aveva ancora il mare sotto le scarpe e la testa che dondolava. Lei gliela prese tra le mani e provò a tenerla per un po’ ferma.

Dalla terrazza il tizio aveva salutato la stella al suo tramonto e dall’alto guardava la scena con un non so che di invidia. Guardava quelle mani tra i capelli dell’uomo e provò a ricordare l’ultima volta che sulla sua testa qualcuno aveva tentato una carezza. Ma niente, non gli sovveniva proprio.

Magda nel suo letto sognava che tutti i mari si prosciugavano e che la Maria Beatrice si adagiava su un grande scoglio bluastro piegata appena di lato.

Mimì su un ramo robusto aveva provato a inseguire una cicala e ora delusa studiava il modo di tornare a terra.

Nella casa del portiere dello stabile di via della Repubblica, una luce era accesa e una neonata piangeva nella notte. La madre provava a calmarla con un biberon di camomilla intiepidita. Il padre, il nuovo portiere, si stropicciava gli occhi pieni di sonno.

Il mare, sul pontile vicino alla Maria Beatrice lambiva lento le bitte incrostate di alghe e di preghiere. Era troppo vecchio il mare per credere al nuovo giorno e alla furba gioventù del mattino ancora una volta da sciupare.

I miei pensieri sono tutti qui

Pubblicato: 2 agosto 2020 in Uncategorized

Solo quando finì tutto Adele iniziò a rendersi conto della situazione. Gli ultimi giorni erano stati veloci e intensi e la casa si era riempita di gente che veniva a salutare Ada. Amici di una vita e gente mai vista prima. Tutti avevano comunque un ricordo, una parola bella da dire. Ne arrivavano anche che stavano così, muti davanti a lei. Sembrava avessero ancora timore della professoressa e stavano con il capo chino, come in castigo.
Mentre rientrava aveva contato i gradini uno alla volta, più per saturare il tempo che per evitare il fiatone. Davanti alla porta con i loro due cognomi incisi nell’ottone lucido era rimasta un attimo immobile, poi aveva infilato la chiave nella serratura in ottone e si era ritrovata sul piccolo andito che immetteva nel corridoio. C’era ancora l’odore dei fiori; aveva raccomandato più volte di evitarli, che quel profumo le dava il mal di testa. E anche Ada non avrebbe voluto tutte queste inutili manifestazioni di vicinanza, freddi doveri più che altro. Per carità, un mazzetto per gli anniversari quelli sì, quelli entravano con discrezione e sopravvivevano per un po’ nei vasi di cristallo di Boemia, ma tutta quella selva no, non li avevano mai sopportati. Ma a quanto pare Adele non era stata troppo convincente.
La sera a letto dopo essere state a un qualche funerale se lo dicevano e promettevano pure, ma in quella confusione Adele si era persa e forse aveva un po’ tradito la promessa.
«Scusa Ada», le venne da dire ad alta voce, «non riuscivo proprio a fermarli tutti questi che arrivavano con i fiori.»
«Non preoccuparti anche io non avrei potuto fare niente.»
In cucina un po’ di luce trafilava dalle persiane chiuse. Prese un bicchiere dalla vetrina e ci versò un po’ d’acqua. Poi contò cadere dieci gocce dalla boccettina già sul tavolo.
«Grazie, le avrei dimenticate oggi.»
«Come sempre. Ho fatto appena in tempo a prenderle e a lasciartele qui sopra.»
«Mi spiace che tu sia caduta», guardò giusto lo spazio tra il tavolo e il televisore, «ti sarai fatta anche male.»
«Un po’ sì qua sulla spalla, ma alla fine è stato un attimo.»
Terminò di trangugiare il liquido, sciacquò il bicchiere che mise a colare accanto al lavabo e si diresse in camera da letto. Passando osservò il salotto con le poltrone ancora scostate per lasciare spazio. Accostò la porta per evitare che il tanfo dei fiori continuasse a impestare il resto della casa. Sulla libreria bassa del corridoio, si fermò un attimo a guardare la foto delle nozze d’oro. Pochi anni prima e un bel sorriso. Ada aveva il filo di perle che le aveva regalato. Adele gli orecchini in filigrana appena lucidati. Carezzò la cornice con due dita e continuò verso la sua stanza.
Si preparò in pochi minuti e si stese a letto a guardare le ombre dalla strada danzare sul tetto intorno al lampadario di metallo bruno.
«E ora?», disse guardando una forma che sembrava la testa di un gatto.
«Ora cosa?»
«Ora come faccio?»
«Intendi da sola?»
Annuì, non aspettandosi risposta. Rimase per un po’ in silenzio.
«Non pensavo che Marta, avrebbe reagito così.»
«Neanche io, è rimasta tutto il tempo a tenermi la mano.»
«Voglio dire è una bambina ancora, poteva farle impressione.»
Si girò su un fianco e il suo volto apparve sullo specchio dell’anta dell’armadio, oltre la metà di letto vuota. Sentiva male a un fianco, quello del femore rotto.
«Non ti sei mai ripresa.»
«Forse dovevo fare più fisioterapia.»
«Forse che sì.»
Chiuse gli occhi. Aveva una gran voglia di dormire. Voleva archiviarlo, quel giorno, farlo diventare memoria e invece i suoi pensieri erano tutti lì, intensi e impotenti di fronte a quella storia.
Si rimise in piedi e raggiunse la cucina. Accese la TV e si fermò su un canale a caso, un talk show poco edificante, ma almeno pieno di voci di gente che parlava e si urlava contro. Rumore insomma. Di sonno non ne veniva così si versò due dita di vino bianco freddo e provò a cambiare canale. Scorreva per qualche secondo le facce e i programmi. Sempre più velocemente, sempre più disattenta alle discussioni.
Da quella sera passò del tempo. Adele continuava a saltare da un canale all’altro riempiendo di rumore la stanza. Si versava due dita di vino e rimaneva a parlare con Ada. E si lamentava lei, le diceva, «Adele, ma lo sai che non dovresti nemmeno sentire l’odore dell’alcol.» Lo diceva con quel suo tono da professoressa, ma Adele sorrideva davanti ai volti sempre uguali della TV e prendeva un altro piccolo sorso.
Marta passava a trovarla spesso con il padre. Stare a casa della nonna l’affascinava proprio. Lei e Ada negli anni avevano raccolto un sacco di oggetti strani e ogni volta era un’avventura. C’era pure un dente di uno squalo e una piuma di un pavone enorme.
Poi una sera Adele dimenticò le gocce. Ada si arrabbiò molto, perché stavano lì sul tavolo come sempre. Si arrabbiò ancora di più per la faccia scura di Marta quando suo padre le disse della nonna, ma Adele era serena.
«Non mi andava più la TV ogni sera. Avevo voglia di rivederti. Ti ricordi la prima volta che sei venuta a prendermi a casa?»
«Certo che ricordo, avevi un vestito cortissimo che copriva a malapena le mutande.»
«Non mi pare ti sia dispiaciuto troppo, se ricordo.»
Il padre di Marta, provava a dire qualcosa alla moglie. Provava a contenere la valanga di fiori in giro per la casa, che già gli davano alla testa. Marta aveva in mano la piuma di pavone e carezzava con dolcezza la mano di Adele.
Ada la vide arrivare da lontano, era bellissima e sempre con quel vestito corto che le stava uno schianto. La baciò sulle labbra che sapevano appena appena di fragola. Avrebbe voluto dirle un sacco di cose, tipo ciao come stai, come sei bella stasera. Ma rimase in silenzio ad ascoltare il tenue fruscio della piuma di pavone sulla mano di Adele.