Polvere

Pubblicato: 24 ottobre 2017 in Micro, Soul food to go

Sarà che mi è tornata in mente grazie al libro di Ettore Zanca, oppure che periodicamente si riaffaccia alla memoria. Qualunque sia il motivo scatenante, la verità è che la polvere la vedo stratificare sulle vite che leggo intorno a me. Parlo di leggere perché a ben vedere portiamo incisi versi di liriche inconsapevoli. Citiamo in frasi e grugniti teorie di pensieri, alle volte, il più delle volte, non nostre sebbene adese alle corde vocali. Ci cambiano la voce in tonalità stridule e sgradevoli. Le sentiamo, per carità, ma poco o nulla vogliamo fare per curare questa irritazione. Che ne so una caramella carruba, un decotto caldo, uno sciroppo coloratissimo.  È una polvere fina, a prima vista impalpabile, ma iperdensa. Sarà materia proveniente da esplosioni di buchi neri. Pesantissima assorbe ogni luce, irradia buio intorno alle nostre presenze. Rende faticosi i passi e logori i nostri stracchi pensieri. Schianta le scansie dove alloggiamo libri e foto di un passato un tempo nostro, ora alienato in cambio di cianfrusaglie cinesi.
Questo leggo in giro, nei social e nelle strade, nei negozi invasi da merci in saldo, nelle vie transitate da ferraglia fumante. Polvere, a strati, a mucchietti, a soffocare, a occupare ogni angolo di cielo. Blocca le città al nord, seppellisce le discariche del sud. E soprattutto deposita sui miei pensieri coltri di sabbia vulcanica, vomitata dalla terra, sdrucciolevole per il passo malconcio che stoicamente si vorrebbe da me. E invece è un procedere privo di senso, incauto a volte, troppo lieve per alzare polvere e farla cadere nuovamente sulle mie scarpe lucide e sempre più fuori moda.

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Tempo d’acqua

Pubblicato: 27 settembre 2017 in Micro

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Le città devono possedere dell’acqua. Sponde sulle quali fermarsi anche solo per un attimo a vederla fluire. Alghe muoversi fluttuando in correnti liquide.
Devono avere cielo, che termina in orizzonti d’acqua, per delineare il mondo che dai ponti o dalle sponde si chiude dentro me.
E io l’osservo questo tempo d’acqua scappare via, come scia di chiatta che placida si dirige verso un mare.

Ryanair oh cara

Pubblicato: 22 settembre 2017 in Opinioni

Vi ricordate quando la maestra chiedeva cosa vuoi fare da grande? C’era sempre qualcuno che orgogliosamente diceva: io farò il pilota d’aereo. Molti di noi si indirizzavano invece su un improbabile astronauta, mitologico e reale quanto Paperon de Paperoni. Il pilota no, significava come per il calciatore il desiderio di appartenere a una classe eletta, significava confrontarsi con una remota ma finita probabilità di prestigio, viaggi, mondanità, hostess bellissime, eros da sogno nei bagni stretti dei velivoli tra Bangkok e Londra.Nella vicenda Ryanair si può leggere la dinamica di questi tempi postmoderni. Ciò che chiamiamo classe media, alla quale mi pregio di appartenere, ha mantenuto sino a ora tenori di vita virtuali sposando la filosofia low cost. Ovunque abbiamo merci accessibili, prodotte con ottimizzazioni maniacali, ma soprattutto con processi industriali localizzati dove il costo di fabbricazione risulta tendere a zero.

Di contro la crescita esponenziale dei possibili acquirenti ha incrementato i profitti del famoso 1%: io continuo a chiamarla l’app economy, ovvero perché vendere un prodotto al giorno di qualità a 1000 euro quando nello stesso tempo posso piazzarne 100000 versioni pessime a 1 euro. Soprattutto quando non ho 10 concorrenti che si contendono il mercato del prodotto di qualità, ma un unico gestore che incassa per tutte le vendite dei 100000 gadget.

In questo modo non ci siamo resi conto che non è vero che si possa cenare abitualmente con granchio e salmone, mimandoli con surimi e prodotti di bassissima qualità colorati di rosa chimico. Non è vero che si possa contare su un guardaroba da star, a meno di non abbigliarsi con manifatture infime realizzate da schiavi. Non è vero che siamo in grado di comprare un’auto, ma solo di affittarla da una finanziaria che guadagnerà, e molto bene, sul nostro debito, impiegando un metodo che una volta la classe media accettava solo per importanti investimenti immobiliari: ancora oggi mio padre non capisce perché si paghino le rate per un’auto, non essendo più entrato in un concessionario da decenni. E non parliamo della casa. Possiamo investire però in smartphones a patto di cambiarli molto velocemente e a costi sempre maggiori. E non è neanche vero che possiamo spostarci in aereo quando vogliamo, che in un paese come il sud Italia esista il concetto di mobilità, visto che se togli la possibilità delle low cost possiamo muffire tra le nostre quattro mura a vita. A tal proposito ricordo la proposta imbarazzante di sostituire il ponte crollato per una frana antica come l’autostrada (che poi è una trazzera piena di buche e interruzioni secolari) con un volo Catania Palermo. Centonovanta interminabili chilometri.

Insomma non è vero quasi più nulla con buona pace di una classe politica impegnata a rinfacciarsi gli scontrini, a conteggiare gli indagati della parte avversa e a stilare le classifiche delle nazionalità che vengono per prima nella lista dei benefit, dimenticando di rivelare che l’elenco è desolantemente vuoto.

Non era difficile comprendere che il tutto avrebbe progressivamente creato una divaricazione delle classi sempre più marcata anche a livello geografico. Il sud sta infatti trasferendo la sua classe media verso regioni d’Italia e del mondo dove è ancora possibile la vita biologica che prevede, ahi noi, l’alimentarsi e il riprodursi. Il problema di questa linea Maginot è il suo arretrare continuo, mentre rimane lo stereotipo di se stessa e nulla più. La marea sale, costantemente polarizzata dai flussi migratori interni ed esteri verso le zone rese mitologiche dalla retorica liberista, luoghi dove il munifico mercato, emancipato da lacci e laccioli etici, opera riversando felicità sui suoi fedeli, Atlantide non ancora però ritrovata a leggere bene il labiale degli elettori di Trump.

Così un tempo l’acqua mancava solo nelle periferie sicule del regno, mentre ora la siccità inizia a minacciare le ricche (ancora?) plaghe settentrionali. Alluvioni cittadine, buche, disservizi, tanta roba che fa molto Sicilia anni di piombo, ma declinata con accenti sempre più limitrofi alla Mitteleuropa e avulsi dalle coppole che fanno tanto folclore mediterraneo.

Ma ci attrezzeremo anche per questo, noi terroni raggiungeremo le stazioni dell’alta velocità continentali a bordo degli stessi treni monobinario che prendevo con mio padre: le cuccette di seconda che si abbassavano prima di infilarsi nel ferry-boat, le lenzuola sintetiche e l’odore dei panini con la frittata preparati due ore prima della partenza. E i turni per salire sul ponte, mentre qualcuno restava nelle carrozze spente e arroventate dal caldo soffocante in stiva, perché altrimenti ti fottono le valigie. E sul ponte provare a farsi comprare una arancina e litigare selvaggiamente per il suo sesso. E poi estratti dal carro bestiame galleggiante guardare con l’occhio umido la sponda della nati isola, carezzando in tasca il biglietto della giostra di Italo che ci porterà in alto in alto, ma sempre con i piedi per terra, verso il paese di Bengodi, con i treni veri, a trovare i nostri nipoti con l’accento cambiato, per qualche festa antica ancora comandata.

Forza ragazzi non ci buttiamo a terra, che ha da venì baffone, che quando c’era lui Italo arrivava in orario e che prima o poi la crescita riparte e noi capiremo di avere i capelli bianchi e da sempre sbagliato il colore della tintura.

🙏 Sayonara

Sono troppo neri

Pubblicato: 4 settembre 2017 in Opinioni

Il problema vero è che non sono come noi. Sono troppo neri e si notano subito anche quando, stanchi, stanno chinati all’angolo in un incrocio. Passiamo e li vediamo e, diciamo la verità, ci danno fastidio.
Non ditemi che a voi non accade, perché sareste solo ipocriti e falsamente rintanati in una opinione inutile e dannosa.
Meglio tenerli lontani dalle nostre terre, dagli incroci e soprattutto dalla nostra vista. Meglio per noi non vedere e non capire.
Non vedere che il modello tecnocapitalista esclude e rende marginali eserciti di disperati, bianchi e neri, riduce il livello culturale generale e rende inutilizzabile qualsiasi ascensore sociale. Meglio non vedere quanto questo valga per una parte sempre maggiore della società, per i figli e i nipoti della vecchia classe media, per chi arrancava e ora è sconfitto, per tutti quelli che non hanno alcun motivo di esistere per il mondo del lavoro precarizzato e meccanizzato. Un modello che riduce la dignità degli uomini, bianchi e neri, e inserisce delle barriere sociali alte più dei muri che si vogliono ergere a difesa di qualcosa di ancora più immateriale della stessa economia virtuale.
Nessuna crescita riassorbirà questo branco di ultimi, bianchi e neri, che potranno solo combattere tra loro nelle nuove arene urbane.
E anche il prima noi (italiani) diviene ridicolo, perché in questa presunta lista prima non c’è nessuno. Si è tutti ultimi, solo che quelli neri si vedono di più.

🙏 Sayonara