Archivio per la categoria ‘Uncategorized’

Pubblicato: 17 gennaio 2021 in Uncategorized

Tra poco alle 22 parte Electric Fields

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E non dimenticare il copricapo con le corna.

Nell’ultima puntata di Rock, pop and memories su Libertalia Radio i Thusday Brother’s hanno inserito in scaletta Ain’t misbehavin’ di Fats Waller.
In questo periodo di fine anno, di fine di qualcosa in genere, ascolto sempre questo genere di brani a casa. Non so perché ma mi   danno quel senso di calda attesa, quel rumore delle cose che si chiudono con una certa nostalgia.
Tempo fa ho scritto questo racconto sulla fine del nostro mondo. E anche lì ci avevo messo Ain’t misbehavin’ di Armstrong.
Ve lo ripropongo e vi mando i miei auguri di Natale.
E se vi va alle 17 su Libertalia Live potete ascoltare la replica del mio Electric Fields di domenica scorsa.

Ain’t misbehavin’
Di: Marco Camalleri

Guardo sempre oltre la siepe, in attesa di un arrivo, di un segnale di vita comprensibile. Provo a ricordare volti e movimenti familiari, ma da troppo tempo il vuoto ha popolato questo mio angolo di mondo.Mi interrogo spesso, e mai volentieri, su come questa pianta abbia potuto resistere alla catastrofe. Come abbia tenacemente conservato la vitalità che un tempo vedevo ovunque. Ma non credo sia stato un bene. No! Era meglio terminare il nostro viaggio e arrendersi definitivamente, invece di resistere, credo inutilmente, alla sabbia.
Scuoto un po’ la testa per scrollare almeno la polvere dal muso. Brucia ancora quando si deposita sulle narici, un granello alla volta. Sembra pioggia inconsistente e invece stratifica, cancellando qualunque cosa, lenta e inesorabile. Tutto tranne quella siepe, che appare avulsa da questo inevitabile svanire. Rimane verde e la sabbia scivola a terra, in mucchietti che il vento torrido provvede a spazzare via.
Provo a muovermi per esplorare ancora in giro. Vorrei trovare dell’altra acqua, sento che a questo dedicherò l’ultima forza. La reazione dei muscoli è strana. Muovo in una direzione e, caracollando, mi sposto con una lentezza amica dell’arsura. Mi convinco di avere ancora il controllo del mio corpo, ma è illusione e fatica, che spero sia se non utile quantomeno necessaria.
Lei arriva, diventando finalmente figura oltre la siepe. Stanca e polverosa come l’intero universo che ci contiene. Ha ancora addosso il ricordo del fisico bello della sua florida maturità. Il bolerino di raso nero reduce di una lontana cerimonia a coprire il poco tono muscolare, usurato dall’inedia prolungata. Lacerate espadrillas ai piedi, ultima conquista in un vecchio appartamento oltre la chiesa. Shorts rosso fuoco sui due arti – gambe un tempo trofeo ambito per le mani dell’uomo che a lei si accompagnava – che ora provano a mantenere andature in tralice tra buche e pozze maleodoranti. Si china a sfiorarmi il muso e le orecchie. Prova almeno con questo gesto a conferire normalità alla scena, prima di versare nella ciotola un poco dell’acqua che ha con sé.
«Ho impressione che sia l’ultima Dido.»
Dido: il mio nome ormai inutile, che non può distinguermi più dagli altri miei simili. Forse è per questo che non ha più un suono rassicurante per me. Mi irrita addirittura, come se fosse coercizione a un qualche tipo di ricordo.
Bevo senza foga attento a non lasciare umido il contenitore, più per rispetto verso la mia compagna di sventura che per una reale voglia di sopravvivenza. Lei mi guarda vinta. Ha materializzato solo adesso le regole della fine. Le ha viste comparire dalla sabbia che si deposita sui suoi pensieri, granello su granello, interrompendo quello che probabilmente era un destino.
«Dido sai cosa mi dispiace?»
Mi guarda come se un incantesimo assurdo, proprio adesso, potesse dare la parola a un cane. Spera forse in un cenno, una risposta.
«Che non ci sia più musica in giro. Dico, c’è la fine del mondo ragazzi, e neanche uno straccio di canzone a fare da sottofondo.»
Ride, anche se non credo sia contenta di qualcosa. Ride e gioca nervosa con il ciondolo nero opaco, ultimo vezzo inspiegabile. Le scende in un solco che doveva essere l’incavo tra i seni, quando era bellissima.
«Sai che metterei adesso di sottofondo? Ain’t misbehavin’. Lo so che sembra assurdo pensarci proprio ora, ma Armstrong mi sembra la voce perfetta per chiudere la faccenda. Pensa, in tutta questa desolazione, la tromba irriverente di Luis che sfotte l’intero creato.»
Si mette in piedi dirigendo lo sguardo verso un qualche invisibile interlocutore in alto.
«Ehi, lassù! Sì dico a voi cazzo. Lo avete capito che da queste parti va malissimo? Abbiamo perso tutto! Sì, è così gente dello spazio, abbiamo fatto tante di quelle porcherie qui giù che l’estinzione era il minimo. Ma sapete che c’è? Finché è durata ce la siamo spassata. Oh sì! Ci siamo divertiti proprio. Mica come voi, extraterrestri di merda, tristi e assenti da una eternità. Che diavolo avete da guardarci! Fate qualcosa almeno! O lasciateci crepare in pace, senza tutta questa merda di sabbia. E ora scusate, ma abbiamo una fine da organizzare! Dido forza, mica capita tutti i giorni di partecipare alla fine del mondo. Pensa a quanti poveracci sono schiattati in milioni di anni senza avere visto un giorno come questo. Io e te dobbiamo essere fottutamente fortunati. Capisci Dido? Ovunque stanno parlando di te: Dido! L’ultimo cane terrestre. E di me Dido. Solo che io non ricordo più il mio nome. Cazzo, che me ne faccio di un nome se ci sono solo io e te, un fottutissimo cane muto su un intero pianeta di sabbia. Chi vuoi che mi possa chiamare Dido? Ci pensi? Drin, drin! Pronto? Ehi! Comecazzotichiami sono io, Nessuno! Che fai stasera bellezza? Niente di speciale? Ma allora mettiti in tiro che ti passo a prendere e ci divertiamo tutta la notte! Ma certo caro Nessuno, sono così eccitata che neanche mi metto le mutande! Anche perché detto tra noi sono tre anni che non ne ho più un paio da indossare. Mi eccita l’idea Comecazzotichiami, forza dai sbrigati bellezza che già mi è venuto duro. E poi dopo che abbiamo scopato tutta la notte sai che facciamo? Ci spariamo venti chilometri a piedi, solo per strappare questa fottuta bottiglia d’acqua dalle mani di una vecchia troia schiattata da tre settimane.»
Con l’ultima energia in corpo scaglia la tanica contro la siepe. L’acqua si disperde sulla sabbia ocra, lasciando una macchia scura proprio vicino al tronco ancora in vita con le sue foglie verdi. Poi rimane così, a guardare qualcosa di inanimato sulla linea dell’orizzonte, impiegando il tempo per decidere qualcosa: una direzione, un movimento, un ultimo desiderio.
«Bisogna che ci prepariamo, Dido.»
Lo dice alzandosi e con le mani prova a scrollarsi dai vestiti logori la polvere bruna, quasi a voler restituire un tono a quella mise improbabile.
«Dido ecco; adesso sono proprio pronta per il grande finale, forza mettiti su e andiamo.»
Dove, vorrei chiedere, se solo avessi capacità di parola. Dove, se nessuna direzione ha più speranza di intercettare una meta. La verità è che il posto dove attenderò il qualcosa che chiamate fine dovrà essere questo, proprio dietro la siepe.
Lei mi guarda intenerita per diversi attimi; un tempo che non prevede alcuno scambio di domande tra noi. Osserva i singoli muscoli che cedono alla biologia in estinzione. Poi con una carezza prova forse a formulare un saluto ruvido di sabbia.
Con il suo incedere stracco, la vedo allontanarsi oltre la siepe, sull’asfalto screpolato del vialetto d’accesso alla casa. Sembra avere addirittura fretta, come se in quella direzione avesse individuato una qualche via d’uscita. Magari ci troverà il suo nuovo spasimante, il signor Nessuno, sulla sua bella auto sportiva nuova nuova. Posso immaginare la scena di lui che l’attende, poggiato al cofano lucidato di fresco, pronto ad aprirle lo sportello destro per farla accomodare sul sedile di pelle chiara.
In mezzo a questi pensieri la vedo diventare un punto di un orizzonte definitivo, oltre la siepe, mentre senza alcuna spiegazione plausibile, il suono di una tromba irridente inizia a rasserenare i miei poveri occhi seppelliti di sabbia e una voce imprevista graffia finalmente il silenzio.

No one talk with, all by myself
No one walk with but I’m happy on the shelf
Ain’t misbehavin’, savin’ my love for you

Electric Fields

Pubblicato: 29 novembre 2020 in Uncategorized

Alle 22 (GMT+1) Electric Fields ritorna su Libertalia Radio

Come ogni domenica sera vi aspetto per giocare con le sette perle di vetro.

Per ascoltare:

Best quality (192 kbps)

Slow connections (64 kbps)

Per interagire durante il programma: Gruppo Facebook di Libertalia Radio

In replica il mercoledì alle 17 (GMT+1)

C6?

Pubblicato: 6 settembre 2020 in Uncategorized

C’è una cosa insopportabile. Le presentazioni infinite, i powerpoint chilometrici che ti rovinano intere giornate. Dovrebbe dirlo qualcuno prima o poi che dopo la decima slide chi ascolta perde ogni attenzione. È inutile andare oltre, diventa tortura. Questo pensavo quando arrivò la vibrazione della notifica. Non guardai nemmeno il polso, era un segnale standard e da un annetto o poco più avevo dedicato vibrati diversi ad Anna e a un altro paio di contatti importanti. Il tizio intanto in preda a una smania comunicativa continuò il diluvio di parole, grafici, liste puntate, trends.
E quasi me ne dimenticai per buona parte della giornata di quella notifica, tra la narcolessia da slides e le tante piccole incombenze.
Fu a cena, mentre discutevo con Anna, che una nuova vibrazione catturò la mia attenzione. Era il mio saldo e a seguire il messaggio del dentista e…
Anna percepì lo stupore e mi chiese qualcosa. Non ricordo le parole esatte, troppo confuso, ma la mia unica reazione fu mostrarle il display.
“C6?”
Anche Anna ebbe un fremito, lo stesso mio gelo sulla schiena iniettato da quel rettangolino con il nome sopra: Leda.
Tre anni non erano bastati. E come fai a farti bastare gli anni per una assenza così potente? Come metti un punto, come volti pagina e ricominci a vivere. Non puoi, non è umano. Provi a farlo se non impazzisci, se fai finta di non impazzire. Poi di colpo dal tessuto digitale che ti avvolge affiora quel nome, quel numero. Con quel messaggio: “C6?”
«Devi cancellarlo il numero, Paul. Lo avranno riassegnato. Così ci distruggiamo.»
Riuscii solo ad accennare un sì, ma non a cancellare il numero. Per carità, ci arrivai a un solo click dio sa quante volte, ma niente, tornavo indietro. Era più forte di me.
“C6?”
La notte passò male. Anche Anna sentivo che si rigirava, facendo finta come me di dormire. No, non era il caso di parlare. Lo avevamo fatto per due anni. Poi forse avevamo capito che era stato tutto sbagliato dall’inizio e che di parole sensate non ne rimanevano più in gola.
Leda era nostra figlia. Una malattia genetica l’aveva resa incapace di comunicare con il mondo esterno. Sordocieca e con tanti problemi fisici. Solo il tatto, la pressione gentile di un abbraccio potevano penetrare in quel mondo silenzioso e buio. Poi Anna un giorno mi girò un post. Due righe e una foto. Fu un bene? Un male? Per due anni ci siamo scorticati l’anima a vicenda io e Anna con questa domanda. Poi abbiamo smesso di farlo a favore di un autolesionismo inconfessato.
Leda iniziò le visite al centro del professor Lovecraft. Una serie di accertamenti che durarono tre mesi. Nel frattempo noi venimmo ospitati più volte nel centro perché dovevamo essere resi edotti della tecnica e parlare con chi aveva già fatto parte del programma. Imparare dalle loro esperienze.
Quarantacinque percento di probabilità di successo. Dove per successo non significava un recupero completo, almeno nel caso di Leda. Gli elettrodi potevano fare molto sulle connessioni nervose e le azioni di riprogrammazione genetica erano ancora troppo limitate per riparare aree troppo devastate. Però quella percentuale non era zero. Rischio? Accelerare di qualche anno ciò che la natura da sola avrebbe fatto a Leda.
Quarantacinque percento. Non è una sicurezza, ma abbastanza da farti pensare che potresti essere fortunato. Voglio dire già il caso ti è venuto addosso una volta, possibile che adesso voglia di nuovo morderti? Guardavi quel corpo steso sul letto speciale e pensavi che quarantacinque percento è un numero enorme rispetto a quello zero del mondo buio di Leda.
Quando aprì gli occhi per la prima volta e ci vide affiorare da una nebbia grigia, Leda sorrise. Erano passati due anni da quel quarantacinque percento e lei finalmente vedeva quanta luce ci fosse nel mondo, tanta da doverle proteggere gli occhi per molto tempo con delle lenti scure.
Quando ascoltò le prime parole di Anna, Leda rise. Erano passati tre anni da quel quarantacinque percento e lei finalmente ascoltava quanti suoni ci sono nel mondo. L’udito arrivò dopo per scelta, affinché già abituata alla vista delle labbra che si muovono, non provasse paura per quelle voci nel buio che non aveva mai sentito. Eppure l’ambiente intorno a lei dovette essere ovattato per proteggerla dai rumori, solo poca musica, scelta con cura e a volumi moderati che la cullasse. Quel mondo era tutto una scoperta per lei e non ne conosceva ancora la grammatica. Spaventarla era facile.
La voce rimase un sogno in un cassetto. Scompensi ormonali suggerirono di rallentare i trattamenti. C’era bisogno di tempo e pazienza diceva Lovecraft. Tempo pensavamo di averne, pazienza tanta da esserne sopraffatti.
Intanto Leda aveva iniziato a coordinare le mani e a comunicare con una tastiera e un tablet. Piccole frasi, concetti semplici. Un miracolo.
Tra alti e bassi passarono sette anni. Abituarsi al miracolo impossibile. Ogni due settimane circa, Leda veniva connessa al sistema per gli upgrade. Bisognava sedarla per qualche ora perché molte funzioni venivano momentaneamente interrotte e vederla per quel tempo tornare al suo stato iniziale non era facile. In genere ero io a controllare il processo nella sua stanza e ogni volta rimanevo con quell’ansia che non ci dovesse essere un risveglio. Poi finito l’iter, apriva gli occhi e sorrideva. Non mi vedeva subito perché ero dietro al letto, al terminale a controllare i parametri. Lei apriva gli occhi e dal suo tablet mi scriveva: “C6?”
Ogni tanto in quella settimana controllai quell’account risorto. Di tanto in tanto sotto il nome spuntava un online, mai un segnale in più, un nuovo messaggio. Fu il venerdì che davanti a quel silenzio, provai di nuovo a cancellare il numero. Anna aveva ragione, chissà a chi avevano riassegnato il numero. Leda era morta per una complicazione al cuore, una notte di pioggia. Non aveva avuto il tempo nemmeno di chiamare aiuto. Non si comprese neppure se l’ultimo intervento sulla matrice di elettrodi avesse stressato troppo il suo fisico. Quell’upgrade doveva migliorare le capacità cognitive e permetterle una migliore comunicazione con il mondo esterno. Avrebbe potuto parlare nel tempo. Questo ci dissero. E noi ci chiedevamo quale sarebbe stata la sua voce. Leda non era più una bambina, avrebbe parlato con la voce da ragazza? Rimase solo la domanda.
Sotto la conferma di cancellazione lo stato si modificò da online a sta scrivendo.
Un movimento del dito e quel numero sarebbe svanito finalmente. Un movimento che non arrivò.
“C6?”
Bloccai la cancellazione e rimasi a lungo a guardare il display. Dopo un po’ cercai il cellulare. Trovai la chat e anche lì lessi: “C6?”
“Sì”, risposi con un nodo alla gola.
“Dove sono?”
“Chi sei?”
“Io?”
“Sì, tu.”
“Io? Non lo so.”
“Non sei Leda, giusto?”
“Leda? Sì certo! Leda, sono Leda.”
Sentii il sangue gelare nelle vene e tornai a guardare il display.
“Sono Leda. Sì. Dove sono?”
“Cosa vedi intorno?”
“Non vedo nulla!”
“Come nulla? Ci sarà qualcosa in giro.”
“Nulla.”
“Dove eri l’ultima volta che ricordi?”
“L’ultima volta?”
“Sì, l’ultima volta.”
“Nella stanza.”
“Quale stanza?”
“Una stanza.”
“Io c’ero?”
“Tu?”
“Sì.”
“Tu? Chi sei tu?”
“Io sono papà, Leda.”
“Tu? Papà?”
La chat si interruppe. Scrissi dieci volte almeno “C6?” Ma le spunte non davano alcuna consegna avvenuta. Poi di colpo, raccolsi le mie cose e scappai fuori. Guidavo guardando di continuo il display della macchina in attesa di una risposta. Di un segnale almeno. Nulla, silenzio sino a casa.
Anna non c’era ancora. Mi concessi una doccia, una lunga pioggia d’acqua sulla testa. Di colpo ebbi una idea assurda. Senza neanche chiudere l’acqua, mi precipitai fuori, nudo e grondante, percorsi il breve corridoio fino alla porta chiusa della stanza di Leda. Non ci ero entrato più. Anna sì, lei aveva rassettato e sgomberato alcune cose, anche se tutto sembrava conservare quel senso di pace ovattata che aveva custodito i progressi di Leda per anni. Mi guardai intorno cercando qualcosa. Poi lentamente tornai sui miei passi, affondando nel divano e perdendo lo sguardo sul display vuoto.
Quando Anna rincasò mi trovò così, nudo sul divano con lo sguardo vuoto.
«Non puoi continuare così, Paul. Me lo avevi promesso che avresti cancellato quel maledetto numero.»
«Ma era Leda, cercava me. È da qualche parte.» Davanti agli occhi le scorrevo la chat, le domande e le risposte.
«Dove sarebbe Leda, l’abbiamo vista con i nostri occhi diventare cenere. È morta Paul, è morta.»
Piangeva Anna, ma io ero troppo preso dalle mie visioni e da quella chat.
«Il suo corpo, Anna. Il suo corpo è bruciato. Ma il resto? Ti ricordi che dicevano che si sarebbe potuto caricare la coscienza di una persona su un server prima o poi? Ti ricordi Lovecraft?»
«Ma non hanno idea di come farlo ancora oggi.»
«E se lo avessero fatto invece. Se ci avessero provato e Leda fosse chiusa in quel server. Se volesse solo essere liberata.»
«Ma liberata da dove Paul? Da dove?»
Anna si prese la testa tra le mani. Disperata oramai di tutte quelle follie, forse con la paura che alla fine avessi davvero ragione. Anna in fondo aveva provato in tutti i modi in quei maledetti anni di elaborare quel lutto.
Il telefono di Anna squillò. Un numero non più salvato, ma che nella sua memoria ricordava bene. Era la segretaria di Lovecraft. Avevano cercato di mettersi in contatto con me, ma il mio numero era disconnesso. Guardai il display e speranzoso mi resi conto che avevo per errore commutato in modalità aereo. Mi riconnessi, ricevendo tutte le telefonate perse e poco altro. Leda era ancora offline.
La compagnia telefonica aveva a quanto pare riassegnato davvero quel numero a una nuova paziente in trattamento. Era agli inizi e per un qualche errore un server aveva attivato la chat verso me. Sì certo, aveva detto di chiamarsi Leda, ma la verità è che ancora non sapeva di chiamarsi Judy. Meglio lo sapeva, ma era ancora all’inizio e i segnali erano ancora deboli. Lo sapevamo bene come erano quegli inizi. Si scusavano moltissimo, perché avevano letto la conversazione e capivano il pesante inconveniente.
Anna chiuse in silenzio e si diresse muta verso il bagno. Voleva lavarsi via quell’ultimo dolore che in fin dei conti le avevo procurato.
Io rimasi ancora sul divano, nudo. Quasi in dormiveglia. Poi presi il telefono. Selezionai il contatto e lo cancellai. E così in silenzio mi concentrai sul rumore dell’acqua della doccia in bagno.
Il tempo ha fatto il resto. Io e Anna adesso abitiamo in una casa nuova. L’altra l’abbiamo lasciata con tutte le vecchie cose dentro, compreso la stanza di Leda. Ogni tanto visitiamo il cimitero dove riposa l’urna. Ci andiamo tenendoci per mano e così stiamo tutto il tempo. Io e Anna. Anche oggi che c’è un cielo cupo e minaccia pioggia. In giro c’è un silenzio irreale, neanche un cinguettio dagli alberi del viale.
Tornando in macchina parliamo delle prossime vacanze e del regalo di nozze di Mary Jane. Sul display un messaggio per Anna compare nelle notifiche.
«Leggi il messaggio», dice Anna distrattamente.
La voce di Siri galleggia asettica nell’abitacolo dell’auto.
«Da: Leda. C6?»