Archivio per la categoria ‘Opinioni’

Elogio della contraddizione

Pubblicato: 26 ottobre 2017 in Opinioni


Fonte: moviejuice.com – File:http://moviejuice.com/wp-content/uploads/the-entire-snider-family.jpg

Ecco la famiglia Snider. Una classica famiglia americana. Eppure anomala nel suo genere. I coniugi Snider sono felicemente sposati da qualcosa come 36 anni, hanno quattro figli, un cane che frequenta lo stesso parrucchiere della figlia e a quanto pare i maestri della nipotina si dichiarano molto felici di accogliere nonna Suzette all’asilo e rimanere a parlare con lei.
Nonno David a 62 anni lavora ancora e litiga spesso con nonna Suzette per i mascara e gli smalti. E questo perché Dee Snider è una sorella perversa, il fondatore e vocals dei Twisted Sister, esempio ancora in vita dell’Hair Metal made in eigthies.
Ecco nonno Dee al lavoro.


Fonte: metalitalia.com – File:https://metalitalia.com/wp-content/uploads/2012/03/twisted-sister-dee-snider-2010.jp

In questi giorni pare che nonno Dee abbia poco apprezzato l’uso di magliette di gruppi Metal storici e simboli apotropaici tipici da parte di personaggi lontani da questo per me sempre magnifico genere musicale. In particolare ha scagliato brutte parole contro tale Ferragni Chiara influencer di professione.
Se sulle prime ho riso di cuore, ragionando ho capito che sotto questa notizia trascurabile c’era un bel messaggio.
Nonno Dee non beve, non si sballa, non sfoggia amanti. Praticamente da sempre. Di fatto è un eretico della chiesa del Metal. Ha contraddetto quasi tutto dell’immagine asociale dei suoi colleghi. Quasi l’esatto contrario di Vince Neil e sodali, nonostante il look piuttosto vistoso e l’amplificazione spinta dei Marshall. Prendersela per l’ortodossia dei simboli lo riporta dentro la stessa chiesa che sembrava avere ereticamente contraddetto.
Ora il messaggio poteva essere una sorta di ritorno all’ovile evangelico. O forse la liberazione da qualche paura e giogo imposto, alla This must be the place. Già! Il ritorno a casa senza trucco e capelli corti di Cheyenne.
La verità è che ho scelto l’Heavy Metal perché se avessi fatto questo discorso su religione, politica, calcio, scuola, lavoro, storia, filosofia, dolci, vegani, cani, gatti, mare, montagna, scienza, Halloween, Pasqua, Natale, Ramadan, immigrati, emigrati, giovani, vecchi, bambini, uomini, donne, gay, trans, tutto e il suo esatto contrario, sarebbe capitato il cataclisma perfetto. Gia! Perché adesso ogni argomento è bianco o nero, stop. E soprattutto esistono solo certezze, incrollabili certezze. E schemi rigidi, dentro i quali o ti muovi o soffochi. Peggio che nei monasteri alla Nome della Rosa, peggio dell’inquisizione, peggio del peggio.
E ciò che mi lascia sempre attonito è come diavolo fate ad avere sempre tutte le risposte, a sapere sempre cosa fare, cosa indossare, cosa bere, mangiare, amare, adorare, respirare. Come diavolo fate se neanche nonno Dee ha ancora capito che colore di rossetto gli dona di più. Come fate a non rimanere folgorati dalla bellezza trash di nonna Suzette (artificiale lo so) e della sana e genuina incoerenza della contraddizione insita in ogni manifestazione della natura umana.
Non lo so, inizio a pensare che voi non siete esseri biologici, siete in verità Pensiero Profondo, in grado di dare la risposta alla domanda sulla vita, l’universo e tutto quanto. Che sarà pure giusta, ma a me in fondo interessa di più la domanda.

🙏 Sayonara

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La bimba della foto

Pubblicato: 25 ottobre 2017 in Micro, Opinioni

La immagino che aspetta il rientro del papà, seduta su una panca all’ingresso di uno di quei casermoni di semiperiferia. Lei è già pronta per stasera, c’è il derby, la partita che vale l’intera stagione. Aspetta e muove il dito sul display del cellulare litigando con Saretta, l’amica avversaria, anche lei trepidante nella palazzina di fronte. Se provassero a sporgersi dalla finestra non si vedrebbero, separate dai colori delle maglie e dalle fronde dell’albero ancora non incendiate dall’autunno.
Il padre finisce il turno alle casse e scappa via sul suo scooter datato. La macchina è dall’elettrauto dell’angolo, una rogna con la centralina, mezzo stipendio che sta per volare via, se tutto va bene e lo sfasciacarrozze fa il suo sporco lavoro.
Il padre di Sara insegna invece, latino e greco, ha terminato una di quelle riunioni inutili nella sede mezza diroccata di un liceo del centro. Aspetta da mezz’ora che passi un autobus. Anche lui ha fretta di tornare, cambiarsi e andare allo stadio. E poi lui ha l’unica macchina disponibile, se parte, e deve fare presto, ma dell’autobus non si vede neanche la sagoma in fondo al viale.
Anna si guarda nella specchiera dell’ingresso e finge di non vedere sotto la maglietta i segni della sua vita che cambia. Sorride pensando al derby, anche se dovrà litigare con Sara. Tanto poi si fa pace. Sempre.
Allo stadio arrivano tutti insieme, ma agli ingressi si dividono. Per questa volta ospiti per Anna, solita curva per Sara. Fingono di mandarsi dei cancheri a vicenda, allontanandosi con finto sollievo, ma dura poco. Riemerse nella bolgia degli spalti si ritrovano separate da un vetro imbrattato e a tratti scheggiato.
Pensano, che idiozia questo fatto del vetro, ma credono davvero che loro due si prenderebbero a schiaffoni per una partita? Imbecilli! Guardano le scritte minacciose e le figurine appiccicate con la foto di una bimba come loro, con una maglia diversa dalla loro, che ride felice di qualche partita, che non è la loro. Bella idea pensa Anna, farsi tanti selfie con la maglia della propria squadra e postarle sul gruppo facebook che vuole creare.
Guarda la figurina e pensa che bisogna farlo presto quel gruppo, prima che qualcun altro le freghi l’idea. Magari proprio la bimba della foto. Le ragazze nel pallone si deve chiamare. Ognuna con la propria maglia, non importa quale, e con il proprio selfie. Tutte sorridenti.
Bisogna farlo. Presto. L’arbitro fischia. Farlo prima della bimba della figurina. Il derby inizia. Prima che sia troppo tardi.

Ryanair oh cara

Pubblicato: 22 settembre 2017 in Opinioni

Vi ricordate quando la maestra chiedeva cosa vuoi fare da grande? C’era sempre qualcuno che orgogliosamente diceva: io farò il pilota d’aereo. Molti di noi si indirizzavano invece su un improbabile astronauta, mitologico e reale quanto Paperon de Paperoni. Il pilota no, significava come per il calciatore il desiderio di appartenere a una classe eletta, significava confrontarsi con una remota ma finita probabilità di prestigio, viaggi, mondanità, hostess bellissime, eros da sogno nei bagni stretti dei velivoli tra Bangkok e Londra.Nella vicenda Ryanair si può leggere la dinamica di questi tempi postmoderni. Ciò che chiamiamo classe media, alla quale mi pregio di appartenere, ha mantenuto sino a ora tenori di vita virtuali sposando la filosofia low cost. Ovunque abbiamo merci accessibili, prodotte con ottimizzazioni maniacali, ma soprattutto con processi industriali localizzati dove il costo di fabbricazione risulta tendere a zero.

Di contro la crescita esponenziale dei possibili acquirenti ha incrementato i profitti del famoso 1%: io continuo a chiamarla l’app economy, ovvero perché vendere un prodotto al giorno di qualità a 1000 euro quando nello stesso tempo posso piazzarne 100000 versioni pessime a 1 euro. Soprattutto quando non ho 10 concorrenti che si contendono il mercato del prodotto di qualità, ma un unico gestore che incassa per tutte le vendite dei 100000 gadget.

In questo modo non ci siamo resi conto che non è vero che si possa cenare abitualmente con granchio e salmone, mimandoli con surimi e prodotti di bassissima qualità colorati di rosa chimico. Non è vero che si possa contare su un guardaroba da star, a meno di non abbigliarsi con manifatture infime realizzate da schiavi. Non è vero che siamo in grado di comprare un’auto, ma solo di affittarla da una finanziaria che guadagnerà, e molto bene, sul nostro debito, impiegando un metodo che una volta la classe media accettava solo per importanti investimenti immobiliari: ancora oggi mio padre non capisce perché si paghino le rate per un’auto, non essendo più entrato in un concessionario da decenni. E non parliamo della casa. Possiamo investire però in smartphones a patto di cambiarli molto velocemente e a costi sempre maggiori. E non è neanche vero che possiamo spostarci in aereo quando vogliamo, che in un paese come il sud Italia esista il concetto di mobilità, visto che se togli la possibilità delle low cost possiamo muffire tra le nostre quattro mura a vita. A tal proposito ricordo la proposta imbarazzante di sostituire il ponte crollato per una frana antica come l’autostrada (che poi è una trazzera piena di buche e interruzioni secolari) con un volo Catania Palermo. Centonovanta interminabili chilometri.

Insomma non è vero quasi più nulla con buona pace di una classe politica impegnata a rinfacciarsi gli scontrini, a conteggiare gli indagati della parte avversa e a stilare le classifiche delle nazionalità che vengono per prima nella lista dei benefit, dimenticando di rivelare che l’elenco è desolantemente vuoto.

Non era difficile comprendere che il tutto avrebbe progressivamente creato una divaricazione delle classi sempre più marcata anche a livello geografico. Il sud sta infatti trasferendo la sua classe media verso regioni d’Italia e del mondo dove è ancora possibile la vita biologica che prevede, ahi noi, l’alimentarsi e il riprodursi. Il problema di questa linea Maginot è il suo arretrare continuo, mentre rimane lo stereotipo di se stessa e nulla più. La marea sale, costantemente polarizzata dai flussi migratori interni ed esteri verso le zone rese mitologiche dalla retorica liberista, luoghi dove il munifico mercato, emancipato da lacci e laccioli etici, opera riversando felicità sui suoi fedeli, Atlantide non ancora però ritrovata a leggere bene il labiale degli elettori di Trump.

Così un tempo l’acqua mancava solo nelle periferie sicule del regno, mentre ora la siccità inizia a minacciare le ricche (ancora?) plaghe settentrionali. Alluvioni cittadine, buche, disservizi, tanta roba che fa molto Sicilia anni di piombo, ma declinata con accenti sempre più limitrofi alla Mitteleuropa e avulsi dalle coppole che fanno tanto folclore mediterraneo.

Ma ci attrezzeremo anche per questo, noi terroni raggiungeremo le stazioni dell’alta velocità continentali a bordo degli stessi treni monobinario che prendevo con mio padre: le cuccette di seconda che si abbassavano prima di infilarsi nel ferry-boat, le lenzuola sintetiche e l’odore dei panini con la frittata preparati due ore prima della partenza. E i turni per salire sul ponte, mentre qualcuno restava nelle carrozze spente e arroventate dal caldo soffocante in stiva, perché altrimenti ti fottono le valigie. E sul ponte provare a farsi comprare una arancina e litigare selvaggiamente per il suo sesso. E poi estratti dal carro bestiame galleggiante guardare con l’occhio umido la sponda della nati isola, carezzando in tasca il biglietto della giostra di Italo che ci porterà in alto in alto, ma sempre con i piedi per terra, verso il paese di Bengodi, con i treni veri, a trovare i nostri nipoti con l’accento cambiato, per qualche festa antica ancora comandata.

Forza ragazzi non ci buttiamo a terra, che ha da venì baffone, che quando c’era lui Italo arrivava in orario e che prima o poi la crescita riparte e noi capiremo di avere i capelli bianchi e da sempre sbagliato il colore della tintura.

🙏 Sayonara

Sono troppo neri

Pubblicato: 4 settembre 2017 in Opinioni

Il problema vero è che non sono come noi. Sono troppo neri e si notano subito anche quando, stanchi, stanno chinati all’angolo in un incrocio. Passiamo e li vediamo e, diciamo la verità, ci danno fastidio.
Non ditemi che a voi non accade, perché sareste solo ipocriti e falsamente rintanati in una opinione inutile e dannosa.
Meglio tenerli lontani dalle nostre terre, dagli incroci e soprattutto dalla nostra vista. Meglio per noi non vedere e non capire.
Non vedere che il modello tecnocapitalista esclude e rende marginali eserciti di disperati, bianchi e neri, riduce il livello culturale generale e rende inutilizzabile qualsiasi ascensore sociale. Meglio non vedere quanto questo valga per una parte sempre maggiore della società, per i figli e i nipoti della vecchia classe media, per chi arrancava e ora è sconfitto, per tutti quelli che non hanno alcun motivo di esistere per il mondo del lavoro precarizzato e meccanizzato. Un modello che riduce la dignità degli uomini, bianchi e neri, e inserisce delle barriere sociali alte più dei muri che si vogliono ergere a difesa di qualcosa di ancora più immateriale della stessa economia virtuale.
Nessuna crescita riassorbirà questo branco di ultimi, bianchi e neri, che potranno solo combattere tra loro nelle nuove arene urbane.
E anche il prima noi (italiani) diviene ridicolo, perché in questa presunta lista prima non c’è nessuno. Si è tutti ultimi, solo che quelli neri si vedono di più.

🙏 Sayonara