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E ora?

Pubblicato: 25 giugno 2017 in Delirii

Il pullman scivola via con un leggero grattar di frizione. Un’aiuola trascurata e la statua equestre riempiono l’assolato panorama di una piazza deserta.

«E ora?», chiede il cane pezzato che attraversa stanco la banchina. Nessuna risposta, nessuna voglia di seguirne le scia.

«Ora che?», rimugino per alcuni secondi. Poi un piede avanti l’altro, mi dirigo verso la porta scorticata della pensione. Sulla facciata un’insegna sbiadita chiarisce meglio: “Del tempo perduto”.
Dentro un po’ di fresco e un leggero tanfo di fritto. Giornali antichi sul bancone e nessun campanello da suonare. Luce affievolita dai vetri abbrunati da un lutto o da incuria. Voci di bimbi ovattate in un cortile esterno. Qualche secondo e tra le striscioline dell’antimosche emerge il volto di ragazzina sudata.

«Chiamo Maria», dice con un accento dell’est prima di eclissarsi.
La tenda compone un disegno geometrico a rombi. Osservo l’oscillare dei singoli elementi in mancanza di altri motivi di attenzione, a parte le pale ferme del ventilatore sul tetto.
Maria ha una vestaglina verde acqua tenuta stretta in vita da una fettuccia bianca. Lunghi capelli neri come la notte raccolti in una coda da un nastro rosso. Guardo il suo corpo muoversi dentro quella poca stoffa mentre annota le mie generalità. Guardo e penso al cane pezzato e alla sua domanda, «e ora?»

«Ora cosa?», chiede con lo stesso accento dell’est della ragazzina.
La guardo ma non ho una risposta. Così desiste dall’aspettare un prolungarsi del discorso, mi consegna un portachiavi enorme con il numero tre inciso e si dilegua dietro i rombi della tenda. Per alcuni istanti il suo passaggio lascia impresso sulle strisce pendenti l’impronta dei fianchi. Poi tutto torna alla sua ingenua geometria.

La stanza è ampia e rivolta verso una spiaggia, in fondo alla strada punteggiata di sterpaglie giallastre. Ha un piccolo balconcino, con una sedia impagliata di legno chiaro. Adagio le mie poche cose sulla panca ai piedi del letto ed è lì che seggo.
Una brezza calda ondeggia sul mio volto e sulle tende da sole del bar di fronte. Su una sedia di plastica un vecchio sorveglia la strada vuota e sorseggia di tanto in tanto una bibita rossiccia. Amarena immagino, come quella che in estate mia madre teneva in frigo nell’ipotesi di visite impreviste. Il ricordo mi avverte che ho sete: sarà da ieri sera che non bevo una goccia d’acqua. Dal lavandino del bagno esce una roba salmastra davvero nauseante. Guardo scorrere via il liquido maleodorante e penso che avrei dovuto chiedere informazioni a Maria almeno. Meglio andar fuori; così dalla sacca tiro fuori una polo pulita, che indosso osservando le costole increspare il busto riflesso sulla specchiera di fronte il letto. Forse dovrei trovare qualcosa da mangiare, dopo giorni di viaggio mi ritrovo davvero rinsecchito e provato.

Ripercorro con cautela le scale. Porte chiuse di stanze in prevalenza vuote. Solo dietro una di queste delle voci rivelano i suoi abitanti. Sul bancone lascio l’enorme cilindro d’ottone agganciato alla chiave arrugginita e torno fuori. La piazza semideserta ha guadagnato solo un striscia d’ombra, sulla parte a me più lontana. L’effigie di roccia della statua equestre dà  rifugio ai piccioni, forma unica di vita del panorama. Giro intorno all’isolato e ritrovo il bar, le tende gonfiate dalla brezza, il vecchio con la sua amarena a metà. Mi guarda insensibile mentre entro ed esco con la bottiglia d’acqua in mano.

Bevo e cammino evitando sterpaglie e pezzi malconci di marciapiede. Sino al mare.
Il muretto sgretolato a tratti separa la strada dalla spiaggia. Un metro prima del bagnasciuga una barca in secco e, accanto, un vecchio seduto ad armeggiar con una rete. Quando lo raggiungo non mi degna neppure di un cenno: continua a rammendare squarci e a fissare natelli. L’aria qui è buona. Stendo le gambe poggiato alla sponda di legno. Socchiudo gli occhi sul suono dei ciottoli fini nella risacca. Le mani del vecchio riportano le trame umide alla forma di rete. Il cane pezzato mi passa accanto e si accovaccia a due passi. Ecco, inizio a sentirmi stanco e arrivato alla fine del viaggio. E se sono qui ho solo una domanda da fare al cane: «e ora?»

«Ora ci sono io», sussurra Maria in piedi davanti a me. Folate impregnate di sale le alzano i lembi della vestaglina, quasi sino all’inguine. Il vecchio mi guarda infine, mi guarda e inspiegabilmente sorride.

Dieci secondi

Pubblicato: 5 giugno 2017 in Delirii

Portò una mano alla bocca, poi sugli occhi. Aveva bisogno di oscurità. Attese un attimo che il fiato tornasse in gola. Invano. Provò ad pensare, in apnea, a una superficie dalla quale riemergere. Poi finalmente luce. Respirò. Su di lui cielo con accenni di nuvole. Sotto, la panchina. In mezzo un uomo colmo di stanchezza e resa. Provò a reggersi sulle gambe anche solo per verificare di essere in vita. Lo era e questa era già una notizia, meglio, una sensazione che risvegliava arti e muscoli intorpiditi. Il cervello no. Procedeva ancora nella sua insonne stasi.Attese del tempo. Quanto? Nessun orologio lo misurò, trascorse e forse non era neanche necessario o ovvio. Infine tornò a correre nel suo normale percorso in circolo. Poi verso casa, con passo lento. Respirava ora.

Un calo di zuccheri, già! Solo un calo di zuccheri. Bevve un caffè, sistemò un quadro che sembrava storto, accese la TV e si immerse in un tiepido caos controllato. In frigo non aveva trovato nulla di gassato, a parte una vecchia birra in lattina. Chiese ad alta voce chi diavolo comprasse birra in lattina. Era solo comunque.

Bevve, lamentandosi tutto il tempo del gusto metallico. Bevve guardando le immagini di un film in cinemascope. Un po’ la testa girava, per esagerato effetto dell’alcol. Pensò che fosse meglio ascoltare una voce diversa dalla sua. Diversa dalla tele. Ma dovette accontentarsi del messaggio metallico al cellulare di fine credito. 

Fuori, uscendo dal bugigattolo che faceva da casa e ufficio, un pioggerella leggera bagnava il mondo. Percorse tutto il tracciato sino alla casa di Anna. Con calma, senza curarsi dell’acqua che lo stava lentamente inzuppando. Dal display di una farmacia l’ora notturna lo fermò appena prima di pigiare il campanello. Guardò le luci delle auto fuggire via, poi ancora l’orologio, pensò e suonò. Uno, due, dieci minuti. Suonò e attese. Uno, due, dieci minuti. 

Per la rabbia prese a calci un barattolo sul marciapiede. Della stessa marca di birra che aveva a casa. Rifletté per dieci secondi se non fosse proprio la sua lattina. Magari l’aveva poggiata un attimo per terra, per leggere meglio i campanelli. Poi altri dieci secondi. Schiuma bianca schizzava fuori mentre il cilindro verde e oro rotolava lontano. Si diluiva nell’acqua piovana che provava a montare, a diventare tempesta.

Venti metri e trovò un bar dove rintanarsi. Uno di quei posti che non capisci per chi e per cosa rimangono aperti. Cavò dalla tasca due monete, pagò una birra, in vetro, e si nascose in un angolo. Guardava fuori e non pensava a nulla, finché rimase lui e il ragazzo al bancone.

– Quando devi chiudere?
– Ora.

Fuori pioveva di brutto. Pensò dieci secondi. Poi altri dieci. E tornò fuori. L’acqua gli rigava il viso e gli schiacciava i capelli sugli occhi. Oltrepassò casa di Anna, oltrepassò sue semafori e si fermò davanti a una chiesa di mattoni rossi. Per qualche motivo assurdo era aperta. A quell’ora con quella burrasca era aperta. Ed era deserta. Nel posto dove stata fermo a osservare la scena delle piccole luci di candela tremule si formò una piccola pozza di acqua che colava dai vestiti intrisi di pioggia. Sulla destra, un crocifisso spoglio aveva davanti un banco in legno scuro. Si distese lì, aveva freddo e non voleva tornare a casa. Provò a esplorare ogni singola venatura del legno della croce. Pensò che anche il Cristo fosse sceso per cercare fuori un birra da mandar giù. Si diceva che avrà avuto anche lui voglia di parlare con qualcuno e sarà rimasto fregato dalla pioggia. Chiuse gli occhi sicuro che a quell’ora non c’era verso di trovar nulla da bere in giro. Quando li riaprì due lame di luce entravano dalle finestre laterali. Sulla croce la figura del Cristo martoriato al costato stava in penombra. Fece un segno di saluto con la testa prima di andar via, ma la scultura non rispose. La chiesa era ancora deserta e la porta sbarrata. Si mise in piedi poggiato a una colonna rivestita di listelli di legno nero. Avrebbe atteso l’arrivo di qualcuno, non aveva fretta. Le candele agonizzavano nella poca cera rimasta. C’era silenzio. Attese dieci secondi. Poi altri dieci. E respirava.

Prospettive

Pubblicato: 31 dicembre 2016 in Delirii

Questo più che una fine è un inizio. Come ogni anno dite? No, questo non è un anno qualsiasi. Questo è un affare diverso, molto diverso. E il motivo è che ho una lista di cose da fare e da cambiare.Già, cambiare. Vedete intorno a me vedo gente – tanta gente – che pensa che tutto debba continuare così. Ineluttabile ripetersi, come se il tempo fosse infinito. Pare che la strada l’abbiano già tracciata, questo pensano e la percorrono srotolandola davanti a me. E urlano che quella è l’unica, come se non ci fosse una scelta.
Ma bisogna guardare i numeri. Quelli non sbagliano e i numeri dicono che inizia un conto alla rovescia, come alla fine dell’anno. Tre, due, uno, stop. Ok, si ricomincia un istante dopo, ma i numeri dicono che esiste la fine e l’inizio. Questo dicono. Per questo ho fatto la lista e ho visto che la corsa inizia a essere inutile. Che poi sarebbe da chiedere verso cosa avete deciso di correre. Perché deve esserci sempre nel nostro sguardo un punto di riferimento. A scuola mi hanno spiegato che si chiama punto di fuga ed è dove tutto un intero panorama si precipita e inconsapevolmente si annichila, muore.
Certo ne hai voglia di considerarti solo l’osservatore estraneo nel tentativo di isolarti dal panorama. La verità è che ci sei dentro fino al collo, attratto vertiginosamente verso quel dannato punto. E allora bisogna metterci la fatica, il lavoro. Bisogna capire se hanno ragione loro o se esiste una via d’uscita, un punto di vera fuga da questo universo. Ecco questo vorrei iniziare, dopo la fine, nell’istante successivo vorrei cambiare rotta, meglio prospettiva. Non penso sarà semplice e a dire il vero non ho neanche un piano, uno stratagemma che mi aiuti a deragliare. Ma attendo l’avvento dell’anno bambino e poi si vedrà.
C’è poi il fatto – ma questa è una coincidenza – che sia un anno antipatico con quel mezzo secolo di vita in ballo. O forse questa è la vera ragione, il motivo vero di questa necessità di cambiare passo. Anche su questo dovrò ragionar di fino e scegliere una rotta. Questo mi aspetta e non sono né felice né contrariato. È un numero e come tutti i numeri non ha un valore universale, essendo relativi alle unità di misura del fenomeno.
Ecco, la novità sta nella prospettiva, nello stare il più possibile fuori dal panorama, per scegliere il punto di fuga invece di essere stancamente risucchiati nella corrente del vostro ineluttabile universo mondo.

Sta nella prospettiva la vita, fatevene una ragione.

Buon anno. 

Ibla

Pubblicato: 26 ottobre 2016 in Delirii, Soul food to go

Parole.
Mancano, mentre sul divano bianco scorgo, dietro i vetri della veranda, le lontane luci gialle dei lampioni.
Il borgo sul costone giace sulla sua storia e risalta nello sfondo di una vaga luce lunare.
Lei posa (e riposa) nel panorama dell’esatto momento, ed è come se nell’istante avessi perso forma umana, fluttuando quasi fossi cosa in sé che può finalmente veder oltre il confine dei fenomeni.
È uno squarcio in una vera dimensione pura. È casa, patria, vita. È la più grande felicità mai avuta e insieme la sua triste mancanza, percezione struggente della separazione dolorosa con quel vero oltre il velo.
Cerco le parole allora, per appuntare il dato. Eppure esse si dileguano. Sfuggono riottose. Vietano alla mia penna di annotare l’immagine, perché immagine essa non è. Aleggiano su una luce o un’ombra, piene di grazia.
Ma è tutto inutile. Io, la felicità perfetta su uno squarcio del tempo, le luci sfocate di Ibla, tutto di colpo immateriale come è il mondo di quell’istante successivo.
Appena riavuto, con il solo avvertire la perduta non consapevolezza, ricordo solo una melodia, muta e assordante. È il coro, l’unico che mima la perfezione: la perfezione estatica dell’infinita gioia e della sua contemporanea futura assenza.