Archivio per la categoria ‘Caffè Letterario’

Sereno

Pubblicato: 20 maggio 2018 in Caffè Letterario

L’ultima volta che l’ho vista era maggio. È arrivata una sera senza avvertire, come al solito. Ha spalancato la porta e si è messa a esplorare come se per lei fosse la prima volta, guardando in giro per la casa ogni singola novità. Solo poche parole ma belle prima di fare l’amore, solo questo, evitando ogni saluto, qualsiasi smanceria normale per due che alla fine non si vedevano da tempo.
Stiamo insieme io e lei, da quanto non ricordo, o almeno così le piace pensare. Fosse davvero questa la verità, la mia vita sarebbe un’attesa eterna dei suoi capricci, per questo la dimentico ogni volta che si dilegua, per riprenderla con me solo quando ne ha voglia. E infatti a maggio dopo due giorni è andata via come suo solito senza salutare, ha preso il caffè una mattina, ha aperto la porta e via, sparita, lasciando solo poche tracce in bagno, uno spazzolino nuovo sul ripiano, un asciugamani verde, basta. Tornerà. Quando? Neanche lei lo sa davvero e nessuno ha idea di dove trascorra il suo tempo quando non è con me. Sono arrivato a pensare che non esista neanche o che magari vaghi da una città all’altra in cerca di un motivo per tornare qui, quale non so, penso noia o voglia di un abbraccio, di un caffè fatto bene, di un tramonto.
Tradirmi mai. Lei non potrebbe concepire un altro letto oltre il nostro, su questo potrei scommettere, ma deve vivere così in perenne attesa del ritorno. E lei in fondo è di per sé il ritorno di un corpo alla sua anima che io avverto essere qui, in queste stanze, insieme a me, ogni giorno. Osserva me, le donne che passano di qui, che la sostituiscono temporaneamente nel suo letto. È come un fantasma discreto che indaga, comprende, alle volte aiuta scegliendo la musica corretta per i momenti di solitudine che arrivano, nelle sere tiepide domenicali o in quelle fredde dei vetri imperlati di pioggia. Sta in silenzio finché il suo corpo, stanco di vagare, torna qui a distendersi con me, a guardare il tetto imbiancato e le piccole chiazze iridescenti prodotte dall’abat-jour che mi portò lei da un qualche posto del mondo. E ogni volta si stupisce di quelle figure, descrivendole con nomi e luoghi sempre diversi. Io allora le chiedo se è da lì che sta arrivando, lei ride come ridono gli esseri che non hanno malizia e dice che no, non ha importanza e che se fosse necessario saprebbe inventarli i posti dove era stata.
Oggi però osservavo con impazienza le ombre fuori e le lancette dell’orologio che segnavano le sette della sera. In genere è un‘ora buona per il suo arrivo e in genere non lo penso mai il suo arrivo. Eppure oggi è stato così. Forse ho percepito qualcosa, imparo magari i segni del suo provenire da una qualsiasi parte del mondo e così m’inquieto del suo ritardo non essendo lei per nulla annunciata. Forse. Tutta la nostra vita si manifesta con i forse. Compreso oggi che il suo fantasma è qui accanto a me e il suo corpo dovunque.
Annuso il vento come un cane per indovinare il padrone alla porta, ma no non è ancora tempo. Dovrei uscire probabilmente, fare due passi attorno a questo anonimo condominio, arrivare all’angolo dove ci sta il vecchietto dentro il suo chiosco dei gelati e chiedere qualcosa: un cono, una bibita fresca, se ti ha vista per caso passare con il tuo solito passo svanito, preannunciare con la vicinanza un imminente ingresso nella mia vita. Niente. Sto qua. Fissando immobile il muro screpolato di fronte a me e la figura nera della tv spenta.
È notte fonda quando mi alzo per nulla vinto dal sonno; pensieroso non ascolto subito lo sferragliare di chiavi, così quasi di colpo mi trovo davanti la sua bella figura, il suo volto gentile che mi osserva sin dentro le ossa.

«Ciao, ti aspettavo.»
«Davvero?» Dice quasi in bilico su un sorriso, come non lo immaginasse già.
«Sì, volevo salutarti per l’ultima volta.»
«L’ultima?»
«L’ultima, cambio casa e città, vado via, ma non dico dove, vado perché non è più tempo d’aspettare ritorni, di colmare il tuo vuoto con lunghe solitudini.»
«Ti mancherò?» chiede e non cambia per nulla espressione.
«Non credo, non penso ricorderò nulla di tutto questo, tranne quando facevamo l’amore e mi chiamavi con il mio nome, solo quello.»
«Vuoi che lo faccia?»
«No, non ne ho più bisogno, anche se non è vero.»
«Ci abitueremo», dice tornando indietro verso la porta.

A terra all’ingresso c’è il mio zaino con poche inutili cose, tutto quello che serve per ricominciare. Dalle scale la vedo scendere verso l’androne, va via lenta, al solito senza salutare. Va via come sempre, probabilmente sicura che tornerà per blandire qualche nuovo inquilino, non me però che ho lo zaino già in spalla.
Quando lei lascia che il portone si chiuda dietro le sue. spalle, respiro un attimo, poi affronto uno alla volta gli scalini, probabilmente sereno.

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La Sposa Felice

Pubblicato: 22 aprile 2018 in Caffè Letterario

Sposa

Foto flickr di DiVuDì: https://flic.kr/p/6LuFaV

La ragazza guardò nuovamente la sagoma del vestito dentro la fodera crema. A terra erano adagiate le scarpe candide e di lato, sulla poltroncina azzurra, in un ordine preciso, la lingerie da indossare. Era tutto perfetto per il giorno delle nozze e di questo doveva essere paga, ma lo stesso aveva chiesto di stare un po’ da sola, per riflettere almeno mezz’ora.
La sorella piccola se ne stava in un angolo del grande soggiorno a guardare con stupore le dita della mano, soprattutto le unghie e la forma della macchia chiara che denunciava crudelmente la sua indole bugiarda. O almeno questo le avevano raccontato e così pensava sinceramente che il mondo andasse.
E in maniera simile anche la madre, con svagata attenzione, ammirava le sue mani, interrogandosi sulla tenuta dello smalto e ragionando della stanza chiusa della figlia che aveva chiesto mezz’ora per stare sola. Pensava con un certo timore ai casi della vita e alla volta che anche sua sorella grande, proprio il giorno delle nozze, era stata per mezz’ora chiusa nella stanza e poi ne era uscita a dire che niente, non se ne faceva più niente e che tutti gli invitati potevano andare via o approfittare della festa ormai pagata, cosa che in pochi intimi accettarono, ma a sentir loro solo per confortare con caloroso affetto la parentela prossima. Si guardava le unghie e le mani leggermente corrugate dalla vita di madre e attendeva ansiosa il riapparir della figlia, pronta a quel giorno che a dio piacendo l’avrebbe resa sposa.
La ragazza stava intanto sulla poltrona sotto la finestra, preoccupata anche del tempo incerto, per quelle nozze che lei aveva voluto all’aperto e capite quanta fatica ed elemosine c’erano volute per convincere padre Marchese ad accettare quell’inusuale rito. Ah! e le granite e i sorbetti che aveva preteso per rinfrescare gli ospiti avrebbero ora avuto successo tra gli invitati? Perché c’era voluto il bello e il buono per far quadrare ogni cosa e adesso quel tempo, quell’improvviso rigurgito di inverno tardivo, metteva sossopra tutto quanto, soprattutto lei che guardava fuori e pensava.
La serva fidata, pettinava con dolcezza i capelli della sorella mezzana, all’oscuro della tensione che inondava la casa e il quartierino di abitazioni familiari limitrofe. Pensava al ragazzo con gli occhi nocciola che aveva recapitato l’ultima cesta di fiori: aveva fatto un movimento appena, tipo un sorriso, ma non proprio intero, solo un accenno che forse era per la cesta o per la mancia o, chissà, per lei. Pettinava e sperava di riveder quel sorriso, ma intero e aperto, insieme un ciao come va o forse era troppo chiedere per sé così tanta bellezza, per lei che in fondo era carina sì, ma ne vedeva tante e tante in giro, con quei corpicini che al loro passare facevano girar gli occhi e il busto ai signori e che signori! E pettinava.
La gatta, almeno quella, era serena e dormiva raggomitolata sul solito davanzale adesso un po’ in ombra. La madre ogni tanto alzava lo sguardo e la controllava e nel mentre rifletteva che mezz’ora doveva essere passata da un po’, ma che no, non era ancora il caso di bussare e chiedere tutto bene piccola mia? Perché le risposte dopo vanno gestite e così su due piedi, senza un’ipotesi, un piano corretto, ecco, meglio starsene buona buona, aspettare che le cose si dispongano al meglio, naturalmente, senza fretta, perché adesso mio dio, anche un’ora che volete che sia di fronte alla vita, a tutta una vita. Ed era da comprendere la ragazza o davvero credete che ognuna di voi in questi momenti si sia sentita certa di prendere la sua vita intera e proiettarla su di un unico ingenuo futuro; che non abbia guardato il vestito, le scarpe, il modo di procedere delle cose senza alcuna paura? Pensate che non ci stia una mezz’ora, o un’ora, o anche un giorno intero di pensieri incupiti? Che bisogna lasciar fluire via, come il nero della biancheria sporca, che risciacqui con cura e strizzi per rinnovare il nitore, facendo svanire il bruno dell’acqua nel vortice dello scarico.
Il padre, già. Di lui sembrava notarsi solo l’assenza. Per carità lui c’era e il suo esserci era evidente nei discorsi reiterati che lo citavano e negli oggetti da uomo che ogni tanto venivano spostati e riordinati. Una camicia candida per esempio, con i polsini e il colletto ben inamidati, che aspettava di essere indossata da un momento all’altro e quindi preannunciava il suo imminente apparire con quel fare bonario e accomodante, ma più spesso rigido e alle volte cupo come si confà al buon padre di famiglia appunto, che in quel ruolo ritiene fondamentale riprendere in modo severo e allo stesso tempo incline a concedere sempre fiducia. E poi buon dio, con tante donne in casa, alcune come si vede addirittura in età da marito, volete che tutto si accomodasse con il sorriso sulle labbra e senza un rimbrotto, almeno ogni tanto e quando ci vuole? Quindi, dicevamo, la madre s’aspettava di vederlo apparire da un momento all’altro per quietare la baldoria delle due sorelle, la piccola e la mezzana, e della serva fidata. Il padre invece guardava oltre, poggiato al davanzale, osservava la sera scendere, i colori in particolare, come se dalle tante tonalità si attendesse una qualche giustificazione. Il rosso fuoco sull’orizzonte e il pallore grigio del selciato nel cortiletto sul quale dava la stanza del primo piano. Nel fare questo, pronunciava un movimento unico del corpo, uno sporgersi un pochino e un pochino ancora, quasi a voler verificare quanto il baricentro potesse sporgersi prima di… E sentiva un dolore, lui e la ragazza lo stesso dolore, come un breve salto di un battito proprio in prossimità del cuore, un asfissiare leggero in gola, anche questo breve. Sentivano entrambi il peso di una faccenda, che sembrerebbe giusto chiamare addirittura felicità, esplodere in una lieve insopportabile angoscia per il procedere del mondo nell’esatta, sperabile direzione. Prendete l’amore ad esempio, splendido per loro, una perla lucente che tutti guardavano ammirati. E la posizione sociale forte e solida, con un futuro sereno e ricco di belle promesse. Ecco, era quello che si erano fermati a guardare, il padre e la prossima invidiata sposa, la troppa inevitabile felicità. Non che ne lagnassero, ma in tutto questo mondo perfetto non potevano non provare terrore per la sua necessaria fine. Sembrava loro che nessuna prova li aveva preparati a questo, allo spegnersi di un sorriso o di un respiro. Nulla. E così leggevano in ogni tramonto l’arrivo della fine di quella immane felicità e non sapevano entrambi cosa fare, come agire, in che modo farsi trovare con forze adeguate.
La madre, giacché le donne a un certo punto della vita pare possano prevedere esattamente cosa avverrà intorno a loro, sapeva che quel baricentro prima o poi poteva ruotare irreversibilmente, ma non ora, non oggi e quindi concentrava l’attenzione su quella porta lasciata chiusa oltre la mezz’ora richiesta. Così stava ferma e non agiva, pensava che le anime in bilico vanno delicatamente maneggiate, che a tutto deve esistere un rimedio anche quando sembra non esserci una soluzione. Tutto questo e tanto altro, finché il tonfo sul selciato non risvegliò ognuno da quel torpore sopportato. Ebbe allora lo spunto per aprire la porta e irrompere nella camera e raggiungere la figlia, in piedi, nella veste da camera, che guardava terrorizzata un alone rosso colorare il pallore grigio del selciato. Era stato un movimento incauto a far precipitare la bottiglia del vermut preferito dal padre dal primo piano della casa? O era solo un espediente per implorare ben altro? La madre comprese che di tempo ne rimaneva poco e che solo una follia della figlia poteva mutare la storia che si stava narrando. Ma fu troppo tardi, perché nella camera a un tratto il padre sorridendo arrivò.
Si narra oggi che di quel matrimonio se ne sia favoleggiato per anni. Si narra che la serva, in un angolo della casa un po’ buio, concesse le sue più intime grazie a un vecchio zio puttaniere incallito che con la promessa di portarla con sé in America un giorno la sposò. Di certo si seppe che la madre pianse tanto, per giorni, ininterrottamente. Passava il tempo con la sua nuova mania di star chiusi con le finestre sbarrate, sostenendo che la luce le provocasse una forma incurabile d’orticaria. E non solo dove lei stava, ma proprio in tutta la casa, come se i colori impregnassero per sempre ogni cosa irritando la delicatissima pelle pallida.
Ma a poco valse questa messa in scena, perché il padre in un giorno di maggio, inspiegabilmente, da un vagone di terza classe di un treno in corsa, scivolò fuori da uno sportello lasciato per disgrazia aperto, forse dopo essere inciampato in un bimbo zoppo dalla nascita, e rotolò sul selciato pallido della stazione di una piccola località sul lago fracassandosi il cranio.
La ragazza, giunta dopo alcune ore insieme alla madre, rimase una buona mezz’ora a guardare la chiazza rossastra di sangue rappreso e alla fine capì e a quanto sembra in quel momento si salvò. Da allora vive e lavora in un bordello di una città di mare della quale nessuno ricorda più il nome.

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Gabbiani

Pubblicato: 17 gennaio 2016 in Caffè Letterario

Il mio contributo al Caffè Letterario

Caffè Letterario

«Questo è un mondo logoro signor Leam. Vede questa bruma che sale dal promontorio? Vede? Alle volte spero che ci cancelli definitivamente! Così Puf! E che il giorno ci si risvegli scomparsi dalla storia umana.»Paul si fermò un attimo portando alla bocca la pipa. Guardava oltre lui. Leggeva il volo dei gabbiani e provava a capire il suo destino dalle evoluzioni degli uccelli. Ma quel giorno non comprendeva nulla. Niente! Come se avesse dimenticato l’intero alfabeto materno e le immagini si susseguissero senza una logica. Osservava, e stupito non riconosceva il senso delle cose intorno a lui, per la prima volta da quando era nato.
Il signor Leam provò a scuoterlo dal suo torpore.
«Sempre di buon umore Paul il primo dell’anno! Dicesti lo stesso l’anno scorso e due anni fa.»
«E infatti nulla è mutato da allora, siamo solo più vecchi su questa specie di brutto scoglio. Dimentichiamo noi…

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