Elvis has left the building

Pubblicato: 4 novembre 2022 in Uncategorized

Racconto apparso anche su Caffè Letterario

Testo della trasmissione Mess is more del 4/11/2022 su Libertalia Radio.

Playlist Spotify della trasmissione

Elvis has left the building.
Nora rimaneva sempre qualche minuto ad ascoltare quella frase svanire nell’aria, frantumata tra il vociare calante della folla che fintamente delusa dall’annuncio riprendeva la via di casa.
Elvis has left the building.
C’era una melodia in quelle poche parole che doveva significare qualcosa di importante per lei. Perché le prendeva un groppo in gola e il cuore faceva un piccolo balzo, un extra battito che le accorciava il fiato e le imporporava le gote. Ci aveva pensato tante volte: perché e cosa le ricordava quella frase. Cosa? Ma niente, rimaneva così, incantata e senza fiato.
Spostò in avanti il secchio e immerse lo spazzolone nella schiuma ancora candida. Nel corridoio stretto che portava ai camerini la scia umida sul pavimento si raggrinziva velocemente in isole liquide, che la seconda passata provava a distendere e asciugare. Qualche volta si era sporta alcuni minuti prima e l’aveva anche visto Elvis, il re, che lasciava l’edificio. Più che camminare si trascinava poggiato a due bodyguard. Gonfio, grondante di sudore. E quella sera, sì, quella sera l’aveva anche guardata e le aveva sorriso. O forse era lei che si era immaginata che le sorridesse. Forse era una smorfia, il dolore che divampava in viso. Però che l’aveva guardata quello sì. E Nora si era sentita imbarazzata, come se di colpo si fosse scoperta nuda, in mezzo alla folla. Già, si era trovata senza protezione, inerme.
Alla fine del corridoio la porta di metallo azzurra era chiusa. Lo spazzolone aveva indugiato sfiorandone la sagoma opaca. Da lì, scendendo la scala che si mostrava poco dopo, e seguendo il muro con le foto dei personaggi importanti che si erano esibiti lì, si arrivava sul lato destro del palco. Un piccolo andito, con un pesante telone cremisi tra chi lo affollava e il palco. Stava alcuni istante lì Elvis prima di andare via. Guardava le luci indugiare su quello spazio ormai vuoto. Poi delle mani gli si poggiavano addosso, spingendolo velocemente via.
Elvis has left the building.
Chissà se l’aveva mai ascoltato quell’annuncio. O magari ogni volta lo perdeva, già immerso nelle luci tenui della sua limousine con i vetri oscurati. Gli occhi che osservavano le ombre del mondo fuori, uomini e donne ancora in attesa che una sorpresa lo riportasse lassù, davanti al pianoforte a cantare un ultimo brano. Respirava a fatica e pensava come sarebbe stato bello infrangere quella regola e tornare dentro, invece di correre via verso il nuovo concerto.
E invece, Elvis has left the building.
Nora, scostò il telo, il palco era solo illuminato da due luci fioche che a mala pena fornivano un chiarore lunare alla scena. Da piccola Nora avrebbe voluto cantare. Il reverendo Hamilton l’aveva pure selezionata per il coro, ma sua madre era stata inflessibile. Nella loro famiglia già ne avevano avuto uno di artista. Lo diceva con il tono di disprezzo che usava per il suo datore di lavoro e per John. Il suo datore era un filibustiere che rifilava hamburger pessimi ai ragazzini delle scuole. E John era il padre di Nora, un bassista che era sparito prima che lei nascesse e che di tanto in tanto si presentava in casa per non farsi trovare dagli sbirri. Un bell’uomo John, che le aveva insegnato a suonare prima di svanire per sempre ingoiato da chissà quale mare lontano da casa.
Nora mosse due passi per vedere meglio. Su un lato una rastrelliera con una sola chitarra rossa era rimasta ad occupare lo spazio del re. I tecnici dovevano essersi presi una pausa e il palco deserto appariva anche un po’ lugubre: un corpo violaceo, cadavere lentamente svuotato di vita e di senso. Qualche passo ancora e Nora ebbe chiaro il panorama sulla platea vuota che si dispiegava enorme davanti alla scena. Provò a immaginare la folla e le urla eccitate delle fans. Stentava con quella luce fioca a percepire le file più lontane, ma proprio lì vicino, sulle prime poltrone notò un’ombra, che sembrava osservarla.
Fece qualche altro passo e l’ombra rivelò il volto di un ragazzino. Nora pensò che quello sguardo doveva averlo visto da qualche parte. Sì, ma dove si chiedeva. Dove poteva essersi impresso in quel modo lo sguardo di un ragazzetto bianco.
«È finito tutto?», strillò dalla prima fila.
«Sì, ma da un po’. Anche tu dovresti tornare a casa. Aspetti i tuoi?», fece Nora avvicinandosi quasi al bordo del palco per vedere meglio.
«Sono solo e non credo che mi serva più una casa dove tornare.» poi indicando il teatro, «questa alla fine è la mia casa.»
«Ma qui non c’è più nessuno»
«Quella è rimasta», disse il ragazzo indicando la chitarra.
«La porteranno via a breve penso»
«È una Hagstrom»
«Non ne capisco niente di chitarre»
«Sai suonare?»
«Strimpellavo da piccola, mio padre suonava Jazz.»
Il ragazzo fece un segno di assenso con la testa. Poi si mise in piedi e si avvicinò al palco. Poggiò, rigirandosi, la schiena al bordo rivestito di legno.
«Sai cosa non mi piace dei teatri?»
«Cosa?»
«Visti da fuori non sai mai cosa c’è davvero dentro. È tutto rigido, solido. Una scatola che pretende di essere il contenuto. Capisci?»
Nora disse che no, non capiva proprio e tra sé si domandava anche dove diavolo aveva visto quegli occhi. Un ragazzino che parlava in quel modo poi. Una strana serata quella, forse doveva andare via in fretta e finire il turno. Infilarsi di nuovo tra la folla della metro e tornare dritta a casa. Ma stava lì, nella penombra, ammaliata dalla voce del ragazzo.
«Come quella chitarra lì. Dentro quelle corde ci stanno infinite note. E stanno lì pronte a dire delle cose a chi le ascolta.» S’interruppe per girarsi e guardarla. Nora pensò che sì, questa cosa la capiva. Quando John, suo padre, suonava da quelle corde lei sentiva arrivare un piccolo tepore, una tempesta di fulmini gentili che le raccontavano della vita e dell’amore e del fatto che ci sono padri che devono sparire per dire che vogliono bene alla propria figlia. Era tutto lì dentro e lei lo sapeva da sempre. Non sapeva come dirlo al mondo, ma lo sapeva.
«Ma quando stai su quel palco allora è il teatro a decidere. E non vale che è tutto studiato per i tizi che si sono piazzati su quelle dannate poltrone. Staccano il biglietto, pagano e poi si seggono e diventano un pezzo del teatro. Come i mattoni, i lampadari e le ringhiere delle scale. Quelle note possono rimanerti dentro, perché il teatro, la scatola, l’edificio, tollera solo la sua facciata e quei suoni che il teatro ha pagata. E per questo ti paga, per sentire quelle note lì e basta.»
Nora ascoltò queste ultime parole farsi gravi, una tonalità che le sembrò di conoscere, ancora una volta, ma che no, dai, chissà come era ancora lì. Nell’aria del teatro. Doveva essersi incastrata nelle pieghe di velluto delle poltrone e ora si mescolava con il silenzio della sala vuota.
«C’è quel momento però, che quel bambino che voleva solo cantare, non ce la fa più. Sta dentro una scatola pure lui compresso dagli estratti conto delle banche, dalle clausole degli avvocati. E vuole uscire fuori quel bambino. Che ne sapevo io che un teatro, che un albergo, una donna, una vita, un corpo fosse così impenetrabile. Ci vuole un terremoto per farne crollare almeno un’ala. E senza terremoti rischi di rimanerci per sempre lì dentro.»
Nora si ricordò che una volta l’aveva sentita una scossa, di notte, ed era corsa dalla madre.
«Quando sei piccola pensi che un adulto può salvarti da tutto. Pure da un terremoto», disse senza pensarci Nora.
Il ragazzo la guardò, «sai a cosa servono i terremoti? A scappare dagli edifici. Crollano muri e tetti e allora puoi, anzi devi, fuggire via. E portare fuori le note che ami, almeno per un’ultima volta, almeno davanti le macerie. Non te lo dicono gli adulti perché sono ormai loro stessi degli edifici. Degli assurdi, ridicoli edifici sigillati. E hanno il terrore che da una crepa, di colpo, si scopra ciò che tengono dentro, il loro sogno segreto da bambini.»
Poi il ragazzo si girò e lentamente si avviò all’uscita.
«La Viking è una bella chitarra, sai? Peccato non poterla suonare più, ma sta dentro l’edificio oramai e io come hai capito devo lasciarlo, il prima possibile.»

Nel dire questo si girò a guardarla e lei, Nora, ebbe chiaro di chi erano quegli occhi. Li aveva visti sorriderle qualche ora prima nel corridoio e no, non poteva sbagliare. Quegli occhi erano stati su quel palco e avevano guardato la gente lì davanti; ed erano orgogliosi quegli occhi perché c’era riuscito il ragazzo a cantare, liberandosi dal corpo flaccido e gemente, comatoso e dolente. Così corse dentro Nora, si cambiò d’abito e fuggendo, di corsa riuscì a prendere il treno di mezzanotte. Appena in tempo per arrivare ancora sveglia a casa e buttarsi a letto vestita così com’era. Aveva acceso la radio Nora e una voce affranta aveva detto quello che alla fine già sapeva: il re era morto, sfinito da quella stessa vita che lo aveva reso un edificio ingombrante, un corpo inutilizzabile per il ragazzo lì dentro che voleva solo cantare.
Pensò al ragazzo che finalmente si era liberato da quell’enorme prigione/teatro che gli aveva tolto anche il fiato. E Unchained melody si era diffusa nella piccola stanza di Nora, mentre stanca chiudeva gli occhi nel sonno. Sulla sponda del letto si accomodò John, il padre, con la sua camicia a scacchi e l’anello vistoso al dito. Le fece una carezza, mentre una voce in testa ripeteva senza sosta:

Elvis

has left

the building.

Pubblicità
commenti
  1. newwhitebear ha detto:

    ottimo post come ho già scritto su Caffè Letterario.
    O.T. per novembre non mi hai confermato la data.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...