C6?

Pubblicato: 6 settembre 2020 in Uncategorized

C’è una cosa insopportabile. Le presentazioni infinite, i powerpoint chilometrici che ti rovinano intere giornate. Dovrebbe dirlo qualcuno prima o poi che dopo la decima slide chi ascolta perde ogni attenzione. È inutile andare oltre, diventa tortura. Questo pensavo quando arrivò la vibrazione della notifica. Non guardai nemmeno il polso, era un segnale standard e da un annetto o poco più avevo dedicato vibrati diversi ad Anna e a un altro paio di contatti importanti. Il tizio intanto in preda a una smania comunicativa continuò il diluvio di parole, grafici, liste puntate, trends.
E quasi me ne dimenticai per buona parte della giornata di quella notifica, tra la narcolessia da slides e le tante piccole incombenze.
Fu a cena, mentre discutevo con Anna, che una nuova vibrazione catturò la mia attenzione. Era il mio saldo e a seguire il messaggio del dentista e…
Anna percepì lo stupore e mi chiese qualcosa. Non ricordo le parole esatte, troppo confuso, ma la mia unica reazione fu mostrarle il display.
“C6?”
Anche Anna ebbe un fremito, lo stesso mio gelo sulla schiena iniettato da quel rettangolino con il nome sopra: Leda.
Tre anni non erano bastati. E come fai a farti bastare gli anni per una assenza così potente? Come metti un punto, come volti pagina e ricominci a vivere. Non puoi, non è umano. Provi a farlo se non impazzisci, se fai finta di non impazzire. Poi di colpo dal tessuto digitale che ti avvolge affiora quel nome, quel numero. Con quel messaggio: “C6?”
«Devi cancellarlo il numero, Paul. Lo avranno riassegnato. Così ci distruggiamo.»
Riuscii solo ad accennare un sì, ma non a cancellare il numero. Per carità, ci arrivai a un solo click dio sa quante volte, ma niente, tornavo indietro. Era più forte di me.
“C6?”
La notte passò male. Anche Anna sentivo che si rigirava, facendo finta come me di dormire. No, non era il caso di parlare. Lo avevamo fatto per due anni. Poi forse avevamo capito che era stato tutto sbagliato dall’inizio e che di parole sensate non ne rimanevano più in gola.
Leda era nostra figlia. Una malattia genetica l’aveva resa incapace di comunicare con il mondo esterno. Sordocieca e con tanti problemi fisici. Solo il tatto, la pressione gentile di un abbraccio potevano penetrare in quel mondo silenzioso e buio. Poi Anna un giorno mi girò un post. Due righe e una foto. Fu un bene? Un male? Per due anni ci siamo scorticati l’anima a vicenda io e Anna con questa domanda. Poi abbiamo smesso di farlo a favore di un autolesionismo inconfessato.
Leda iniziò le visite al centro del professor Lovecraft. Una serie di accertamenti che durarono tre mesi. Nel frattempo noi venimmo ospitati più volte nel centro perché dovevamo essere resi edotti della tecnica e parlare con chi aveva già fatto parte del programma. Imparare dalle loro esperienze.
Quarantacinque percento di probabilità di successo. Dove per successo non significava un recupero completo, almeno nel caso di Leda. Gli elettrodi potevano fare molto sulle connessioni nervose e le azioni di riprogrammazione genetica erano ancora troppo limitate per riparare aree troppo devastate. Però quella percentuale non era zero. Rischio? Accelerare di qualche anno ciò che la natura da sola avrebbe fatto a Leda.
Quarantacinque percento. Non è una sicurezza, ma abbastanza da farti pensare che potresti essere fortunato. Voglio dire già il caso ti è venuto addosso una volta, possibile che adesso voglia di nuovo morderti? Guardavi quel corpo steso sul letto speciale e pensavi che quarantacinque percento è un numero enorme rispetto a quello zero del mondo buio di Leda.
Quando aprì gli occhi per la prima volta e ci vide affiorare da una nebbia grigia, Leda sorrise. Erano passati due anni da quel quarantacinque percento e lei finalmente vedeva quanta luce ci fosse nel mondo, tanta da doverle proteggere gli occhi per molto tempo con delle lenti scure.
Quando ascoltò le prime parole di Anna, Leda rise. Erano passati tre anni da quel quarantacinque percento e lei finalmente ascoltava quanti suoni ci sono nel mondo. L’udito arrivò dopo per scelta, affinché già abituata alla vista delle labbra che si muovono, non provasse paura per quelle voci nel buio che non aveva mai sentito. Eppure l’ambiente intorno a lei dovette essere ovattato per proteggerla dai rumori, solo poca musica, scelta con cura e a volumi moderati che la cullasse. Quel mondo era tutto una scoperta per lei e non ne conosceva ancora la grammatica. Spaventarla era facile.
La voce rimase un sogno in un cassetto. Scompensi ormonali suggerirono di rallentare i trattamenti. C’era bisogno di tempo e pazienza diceva Lovecraft. Tempo pensavamo di averne, pazienza tanta da esserne sopraffatti.
Intanto Leda aveva iniziato a coordinare le mani e a comunicare con una tastiera e un tablet. Piccole frasi, concetti semplici. Un miracolo.
Tra alti e bassi passarono sette anni. Abituarsi al miracolo impossibile. Ogni due settimane circa, Leda veniva connessa al sistema per gli upgrade. Bisognava sedarla per qualche ora perché molte funzioni venivano momentaneamente interrotte e vederla per quel tempo tornare al suo stato iniziale non era facile. In genere ero io a controllare il processo nella sua stanza e ogni volta rimanevo con quell’ansia che non ci dovesse essere un risveglio. Poi finito l’iter, apriva gli occhi e sorrideva. Non mi vedeva subito perché ero dietro al letto, al terminale a controllare i parametri. Lei apriva gli occhi e dal suo tablet mi scriveva: “C6?”
Ogni tanto in quella settimana controllai quell’account risorto. Di tanto in tanto sotto il nome spuntava un online, mai un segnale in più, un nuovo messaggio. Fu il venerdì che davanti a quel silenzio, provai di nuovo a cancellare il numero. Anna aveva ragione, chissà a chi avevano riassegnato il numero. Leda era morta per una complicazione al cuore, una notte di pioggia. Non aveva avuto il tempo nemmeno di chiamare aiuto. Non si comprese neppure se l’ultimo intervento sulla matrice di elettrodi avesse stressato troppo il suo fisico. Quell’upgrade doveva migliorare le capacità cognitive e permetterle una migliore comunicazione con il mondo esterno. Avrebbe potuto parlare nel tempo. Questo ci dissero. E noi ci chiedevamo quale sarebbe stata la sua voce. Leda non era più una bambina, avrebbe parlato con la voce da ragazza? Rimase solo la domanda.
Sotto la conferma di cancellazione lo stato si modificò da online a sta scrivendo.
Un movimento del dito e quel numero sarebbe svanito finalmente. Un movimento che non arrivò.
“C6?”
Bloccai la cancellazione e rimasi a lungo a guardare il display. Dopo un po’ cercai il cellulare. Trovai la chat e anche lì lessi: “C6?”
“Sì”, risposi con un nodo alla gola.
“Dove sono?”
“Chi sei?”
“Io?”
“Sì, tu.”
“Io? Non lo so.”
“Non sei Leda, giusto?”
“Leda? Sì certo! Leda, sono Leda.”
Sentii il sangue gelare nelle vene e tornai a guardare il display.
“Sono Leda. Sì. Dove sono?”
“Cosa vedi intorno?”
“Non vedo nulla!”
“Come nulla? Ci sarà qualcosa in giro.”
“Nulla.”
“Dove eri l’ultima volta che ricordi?”
“L’ultima volta?”
“Sì, l’ultima volta.”
“Nella stanza.”
“Quale stanza?”
“Una stanza.”
“Io c’ero?”
“Tu?”
“Sì.”
“Tu? Chi sei tu?”
“Io sono papà, Leda.”
“Tu? Papà?”
La chat si interruppe. Scrissi dieci volte almeno “C6?” Ma le spunte non davano alcuna consegna avvenuta. Poi di colpo, raccolsi le mie cose e scappai fuori. Guidavo guardando di continuo il display della macchina in attesa di una risposta. Di un segnale almeno. Nulla, silenzio sino a casa.
Anna non c’era ancora. Mi concessi una doccia, una lunga pioggia d’acqua sulla testa. Di colpo ebbi una idea assurda. Senza neanche chiudere l’acqua, mi precipitai fuori, nudo e grondante, percorsi il breve corridoio fino alla porta chiusa della stanza di Leda. Non ci ero entrato più. Anna sì, lei aveva rassettato e sgomberato alcune cose, anche se tutto sembrava conservare quel senso di pace ovattata che aveva custodito i progressi di Leda per anni. Mi guardai intorno cercando qualcosa. Poi lentamente tornai sui miei passi, affondando nel divano e perdendo lo sguardo sul display vuoto.
Quando Anna rincasò mi trovò così, nudo sul divano con lo sguardo vuoto.
«Non puoi continuare così, Paul. Me lo avevi promesso che avresti cancellato quel maledetto numero.»
«Ma era Leda, cercava me. È da qualche parte.» Davanti agli occhi le scorrevo la chat, le domande e le risposte.
«Dove sarebbe Leda, l’abbiamo vista con i nostri occhi diventare cenere. È morta Paul, è morta.»
Piangeva Anna, ma io ero troppo preso dalle mie visioni e da quella chat.
«Il suo corpo, Anna. Il suo corpo è bruciato. Ma il resto? Ti ricordi che dicevano che si sarebbe potuto caricare la coscienza di una persona su un server prima o poi? Ti ricordi Lovecraft?»
«Ma non hanno idea di come farlo ancora oggi.»
«E se lo avessero fatto invece. Se ci avessero provato e Leda fosse chiusa in quel server. Se volesse solo essere liberata.»
«Ma liberata da dove Paul? Da dove?»
Anna si prese la testa tra le mani. Disperata oramai di tutte quelle follie, forse con la paura che alla fine avessi davvero ragione. Anna in fondo aveva provato in tutti i modi in quei maledetti anni di elaborare quel lutto.
Il telefono di Anna squillò. Un numero non più salvato, ma che nella sua memoria ricordava bene. Era la segretaria di Lovecraft. Avevano cercato di mettersi in contatto con me, ma il mio numero era disconnesso. Guardai il display e speranzoso mi resi conto che avevo per errore commutato in modalità aereo. Mi riconnessi, ricevendo tutte le telefonate perse e poco altro. Leda era ancora offline.
La compagnia telefonica aveva a quanto pare riassegnato davvero quel numero a una nuova paziente in trattamento. Era agli inizi e per un qualche errore un server aveva attivato la chat verso me. Sì certo, aveva detto di chiamarsi Leda, ma la verità è che ancora non sapeva di chiamarsi Judy. Meglio lo sapeva, ma era ancora all’inizio e i segnali erano ancora deboli. Lo sapevamo bene come erano quegli inizi. Si scusavano moltissimo, perché avevano letto la conversazione e capivano il pesante inconveniente.
Anna chiuse in silenzio e si diresse muta verso il bagno. Voleva lavarsi via quell’ultimo dolore che in fin dei conti le avevo procurato.
Io rimasi ancora sul divano, nudo. Quasi in dormiveglia. Poi presi il telefono. Selezionai il contatto e lo cancellai. E così in silenzio mi concentrai sul rumore dell’acqua della doccia in bagno.
Il tempo ha fatto il resto. Io e Anna adesso abitiamo in una casa nuova. L’altra l’abbiamo lasciata con tutte le vecchie cose dentro, compreso la stanza di Leda. Ogni tanto visitiamo il cimitero dove riposa l’urna. Ci andiamo tenendoci per mano e così stiamo tutto il tempo. Io e Anna. Anche oggi che c’è un cielo cupo e minaccia pioggia. In giro c’è un silenzio irreale, neanche un cinguettio dagli alberi del viale.
Tornando in macchina parliamo delle prossime vacanze e del regalo di nozze di Mary Jane. Sul display un messaggio per Anna compare nelle notifiche.
«Leggi il messaggio», dice Anna distrattamente.
La voce di Siri galleggia asettica nell’abitacolo dell’auto.
«Da: Leda. C6?»

commenti
  1. newwhitebear ha detto:

    bello e surreale al limite dell’immaginazione con un dottor Lovecraft, il cui nome dice tutto.
    Complimenti

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