Non sparate

Pubblicato: 30 agosto 2020 in Uncategorized

La tenda anti mosche dell’emporio si scostò appena per farlo entrare. L’uomo diede una rapida occhiata in giro e si diresse verso la cassa. Da dietro il plexiglass la ragazza lo apostrofò, con uno sguardo interrogativo.
«Andiamo dietro!» le disse.
«Sto lavorando.»
«Non posso aspettare. Sto partendo.»
La ragazza indossò la mascherina e lanciò un’occhiata d’intesa alla sorella. Poi scomparvero insieme, dietro la porta di legno chiaro sulla destra.
Furono nuovamente fuori in dieci minuti. L’uomo salutò le due facce stanche dietro il bancone con un cenno e si avviò fuori.
La ragazza tornò dietro la paratia trasparente e tolta la mascherina apparve piuttosto contrariata.
Terminato di servire una cliente infagottata in un lungo vestito di maglina, la sorella si avvicinò.
«Tutto bene?»
La ragazza esibì una smorfia negativa.
«Parte?»
«Sì, tra un’ora.»
«Preoccupata?»
«Un po’, ma quest’anno non aveva lavorato ancora un giorno. Deve andare.»
«Tranquilla, oramai sembra tutto sotto controllo.»
«Non lo so gli hanno fatto tutto un discorso.»
«Che discorso?»
«Sulla paura. Che la gente è lì a divertirsi. Che non vuole paura intorno. Quindi bisogna uniformarsi.»
«Ma ci sono le regole, dovranno rispettarle anche loro.»
«Mah. Forse hanno ragione alla fine. Forse a forza di avere paura stiamo solo invecchiando e pure male.»
La sorella ascoltò quelle parole cadere nel vuoto del negozio, presto occupato da una madre con due bimbi silenziosi. Sembrava che non avessero voglia di parlare proprio. O quantomeno che non volessero stare lì. Guardavano intorno come non trovassero nulla per cui frignare e provare a lucrare quell’uscita di casa. Stavano lì e basta privi oramai di voglie, forse anche ignari di poterne avere.
Intorno alle tredici serrarono la porta e controllarono la cassa. I loro sguardi sul magro incasso erano eloquenti, ma visto il periodo era già tanto potere contare qualcosa.
Il discorso sulla paura e sulla partenza lo ripresero a tavola. Ognuna di loro aveva una posizione, ma alla fine erano solo ragionamenti fatti da una stanzetta affollata di scatole, in un villaggio dimenticato da dio e per fortuna anche dagli uomini. Tacitamente decisero per un po’ di non tornarci su, perché in fin dei conti era inutile discuterne troppo: i soldi servivano e bisognava sfruttare ogni occasione. Il resto erano storie buone per quelli di città all’ora dell’aperitivo.
Ogni tanto lei e la sorella si dicevano che sarebbe stato figo andare qualche volta in città. Sedersi in uno dei locali affollati e mandare giù uno di quei cocktail colorati che vedevano in TV. Avevano anche tentato di farseli in casa, ma con risultati comici e bevuti più per stizza che per gusto.
La sera, prima che l’uomo iniziasse il turno, si sentivano per telefono. Ogni volta le stesse frasi, in sequenza, quasi una litania per nulla musicale.
«Hai dormito?»
«Qualche ora.»
«Ma così non reggi.»
«E lo so, ma quando si chiude c’è da sistemare e poi di mattina c’è da prendere il materiale nuovo. Ma tranquilla, sono forte io.»
«Stai attento almeno? La mascherina?»
Silenzio.
«Beh! In fondo stai all’aperto! Magari non serve ecco.»
Silenzio.
«Oggi non sono andata in negozio. Gloria aveva un test a scuola e ho pensato che se andava giù la linea era un casino. Meno male che Marta ha potuto tenere il negozio aperto da sola. Ma domani devo starci io, lei oggi si è distrutta. Ha male a una gamba, ma il dottore le ha detto che per adesso non si può fare niente.»
«E poi chi ha i soldi per il dottore per adesso?»
«Già. Ma comunque per ora è meglio evitare. Prendono solo i casi urgenti.»
«Lunedì ti mando dei soldi. Mi pagano la settimana e ti mando dei soldi.»
«Ma devi pagare la stanza!»
«Lo faccio la prossima settimana. Il padrone potrà pazientare una settimana. Questi li mando a te. Così magari potete andare dal dottore.»
«Ma in questo momento fanno solo i casi urgenti.»
«Ti mando i soldi lo stesso. Ora devo andare che tra un’ora si apre. Ti amo Kate.»
«Ti amo anche io. Ma non hai un passaggio?»
«No, Malcom non sta bene e io il suo motorino non lo voglio.»
«Ma quindi vai a piedi? E al ritorno?»
«Vediamo, ma due passi mi fanno bene. Sto ingrassando.»
Chiusero e la ragazza rimase con quella domanda inespressa in testa: “cos’ha Malcom?”
Rimaniamo spesso così noi esseri umani. Domande irte di spine che evitiamo di fare e di farci. Vediamo le piccole gocce di sangue delle punture colare sugli occhi, ma le prendiamo per sudore, ne dimentichiamo il colore cupo. E con questo peso nei pensieri andiamo dormire, convinti che il letto sia scomodo, che faccia caldo, che non abbiamo digerito. Invece sono le domande che pungono il cervello, che lo lasciano acceso tutto il tempo, in disperata ricerca di un pensiero comodo sul quale adagiare la testa e sognare. E se sogniamo poi sono incubi, di gente incappucciata che entra nelle nostre case e vuole prenderci i nostri figli. E così urliamo pensando che l’incubo ci abbia svegliato, quando invece vediamo mostri perché siamo sempre troppo svegli.
Sere dopo la litania al telefono ebbe una stonatura.
«Ho chiamato un po’ prima perché devo passare in farmacia?»
«Farmacia?»
«Malcom non sta bene.»
«E il medico?»
«Dice di stare a casa?»
«Deve prendere qualcosa?»
«Sì, qualcosa.»
«Quindi sei sempre a piedi? Ma perché non usi il suo motorino?»
«Serve a lui.»
«A Malcom?»
«Per andare a lavorare.»
«Ma se deve stare a casa?»
«Deve lavorare. Deve, per forza.»
Silenzio.
«Ti amo Kate.»
«Ti amo anch’io.»
Anche quella notte le domande non fatte rimasero con lei, ululando nel buio. E a nulla servì la luce del giorno dietro le tende, non le fece svanire, anzi montarono a ogni ora fino a divenire un torrente in piena che esondava anche oltre la paratia di plexiglass, su ogni nuovo cliente che voleva pagare e infilava nella feritoia le banconote usurate dal passaggio di mani. Denaro infetto che contagiava tutti, che uccideva in questo passare funereo di mano in mano. Non era un fatto di virus o di batteri, era il mostro che sbranava e lasciava i resti di carne a brandelli dovunque al suo macabro passaggio.
A pranzo quel giorno era sola. La gamba di Marta andava male, come gli affari. Sarebbe stato un caso urgente in realtà, ma le priorità di quel mondo erano altre. I fornitori oramai non concedevano più credito quella settimana, perché anche loro stavano affogando in quel mare cupo di ansia e un paio non erano nemmeno passati. Non valeva più il costo del carburante la sfilza di facce scure e di scuse imbarazzate. Meglio starsene a casa ad aspettare l’esattore.
Accese la TV per avere un po’ di compagnia in quel retrobottega ormai semivuoto. La solita tiritera di notizie e di bocche esperte non si capiva bene di cosa. Poi in un attimo il mondo si frantumò e si aprirono i recinti delle domande non fatte, delle risposte non date. Anche se non era l’ora corse al telefono.
«Cosa è successo a Malcom?»
«Non lo so! Era buio in quel vicolo e lo hanno fermato.»
«Ma cosa ha fatto?»
«Non lo so, forse aveva le macchie.»
«Le macchie?»
«Sì, deve avere avuto paura delle macchie sulle braccia. Io gliel’ho detto. Attento alle macchie, copriti. Ma fa caldo oggi. E ha avuto paura. E allora ha iniziato a correre, non era armato. Dicono fesserie in TV. Non era armato. Cristo, l’hanno massacrato. Cristo. Massacrato.»
«Tu come stai ora?»
«Sono venuti a casa, ma io li ho visti prima, dal bagno, e sono salito sul tetto. Urlavano come ossessi. Poi però se ne sono andati.»
«Ma tu che c’entri. Tu stai bene?»
«Devo andare a lavorare ora. Ti amo Kate.»
«Ma è troppo presto ancora. Tu stai bene? Cazzo, dimmi che stai bene prima.»
«Devo andare. Ti amo Kate. Devo andare ora.»
Quella sera il telefono rimase muto. Avrebbe potuto chiamare, certo! Ma era come per le domande, non le facciamo perché vorremmo non ricevere la risposta. La conosciamo già la risposta, ma proviamo a truffare il mondo, convinti che noi sbagliamo, che come quelli lì non dobbiamo vivere nella paura di ricevere sempre la stessa risposta. La paura ci frega. Quelli lì, quelli che il suo uomo faceva finta di selezionare sulla porta di quel postribolo in culo al mondo, loro sì che non avevano paura. Loro magari erano coperti di croste e di macchie, ma non avevano paura. Almeno sino a quando non uscivano da quel fottuto locale e se ne tornavano lividi nelle loro piccole stanze spoglie. E il giorno dopo magari li trovavano stecchiti, ma almeno non avevano vissuto con la paura accanto.
Così si convinse che bisognava fare in quel modo lì. Non chiuse occhio aspettando che dietro le tende si facesse giorno. Poi la luce divenne intermittente rossa e azzurra. Un ritmo feroce di sirena muta. Ma lei quella volta l’aveva fatta la domanda e la risposta se l’era pure ripetuta per una notte intera.
Chiuse gli occhi e prima di addormentarsi le scivolò una lacrima piccola, lungo il naso, sul cuscino. Ed era bella in fondo quella lacrima piccola. Fottetevi tutti pensò, mentre battevano i pugni sulla porta di casa. Fottetevi, ma per favore non sparate.

commenti
  1. tonyborghesi2005 ha detto:

    se ci metti una seconda esse a plexiglass (polimetilmetacrilato) il 10+ non te lo toglie nessuno

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