Iris

Pubblicato: 26 luglio 2020 in Uncategorized

Quando si piazzava in quell’angolo era segno che qualcosa non andava. E questa volta doveva essere roba grave.
Wim era entrato e uscito tante volte, ma Iris rimaneva lì sulla seggiola tarlata e cigolante, zitta a guardare il suo tentativo d’ignorarla, imbronciata e cupa.
Si forzò a pensare ad altro e d’altronde di lavoro da fare con le bestie ne aveva, ma niente, lei stava nel suo angolo, nel suo muto spiare. Così alla fine si fermò con le gambe larghe e le mani sui fianchi.
Wim avrebbe potuto starsene zitto e aspettare di ascoltare la protesta del giorno, ma tagliò subito corto: «lo sai benissimo che deve andare.»
Iris lo guardò di sbieco: «Fesserie. Non sapete che dire e vi tirare fuori sempre queste fesserie.»
«Vi tirate chi? Qui ci sono io e basta, mi pare.»
«Tutti. È da quando che è arrivata la lettera che ripetete questa roba. Fesserie. Non avete le palle per fare qualcosa e allora vi inventate questa storia. E volete che io me la beva. »
Le avrebbe dato volentieri uno schiaffo, ma alla fine lui non era proprio nessuno per darle uno schiaffo e poi sapeva bene quanto avesse ragione. Così finse di avere ancora da fare e tornò fuori. Provò a concentrarsi su altro, lavorò come un mulo fino a che le mani non ne ebbero abbastanza di essere massacrate. Ma quando rientrò lei era sempre lì.
«Non capisco cosa diavolo vuoi da me alla fine.»
Lei rimase zitta, mentre Wim grondava come una fontana. Lo guardava come guardano le donne quando vogliono risposte, non come fanno le bambine. E lui lo sapeva bene come guardano le donne.
Fece due passi per andarsene, poi tornò indietro e sbottò: «maledizione a te e smettila di guardarmi. E poi togliti da quell’angolo e vieni con me.»
Iris si alzò, lisciandosi le balze della gonna e lo seguì continuando a tenerlo d’occhio a distanza. Aveva infatti imparato in fretta la diffidenza; sebbene Wim fosse di famiglia meglio stare in guardia, gli uomini alle volte erano strani.
Salirono la piccola scaletta a pioli sino allo sterrato esterno e percorsero il pezzo di terra sino alla casupola. Lui davanti a passi nervosi. Lei riottosa dietro. Puzza di merda nell’aria, come sempre.
«Aspetta qua», le urlo senza neanche girarsi indicando la panca nel patio striminzito.
Lei si mise a sedere senza protestare. Si prospettava una bella serata, ma il cielo terso e l’aria fresca del patio non le davano alcun sollievo. Lei voleva una mano a fermare il tempo. Voleva allungare ogni minuto che le rimaneva di quel posto. Tutto il resto era inutile.
Entrato a casa Wim sbatté con rabbia la porta e si diresse verso il bagno. Tolse tutti i vestiti da lavoro che gettò nella cesta e si concesse una doccia lunghissima. Poi ancora nudo versò il contenuto della cesta in una tinozza che riempì d’acqua bollente con un misurino di sapone liquido. Per minuti rimase a rimirare le bolle iridescenti formarsi sulla superficie. Agitava l’acqua e le vedeva nascere e morire in un puf discreto, in mezzo alle altre che prendevano il posto vuoto. Poi si diresse in camera sua per rivestirsi di roba pulita. Rimesso così in sesto sembrava anche più giovane, un ragazzino quasi. E ora che si sentiva ritornato alla civiltà si poteva occupare della ragazzina che ubbidiente attendeva fuori, mentre il sole provava a calare verso l’orizzonte.
«Vieni!» le urlò quasi senza guardarla.
«Dove andiamo?»
«Lì», disse indicando la croce di ferro sulla collina dei Meyer.
«Che ci andiamo a fare?»
«A vedere il tramonto. È bello vedere il tramonto da lassù.»
«Cosa diavolo me ne faccio del tramonto? Io ti ho chiesto di fare…»
«Qualcosa e io questo posso fare per te. Portarti e vedere il tramonto. Cammina e non rompere le palle almeno.»
Dovette girarsi due volte per urlarle di alzarsi e camminare prima di vederla staccarsi da quella panca, ma alla fine arrivarono sino alla quercia grande, proprio davanti la croce dei Meyer.
Si raccontava che questi tizi, i Meyer appunto, l’avevano piazzata lassù per qualche motivo e soprattutto perché qualcuno si ricordasse della loro piuttosto insignificante esistenza. Da quel punto si vedeva il piccolo borgo sotto e la lunga spiaggia. Sul lungomare, piccole ombre di gente che passeggiava godendosi la frescura della brezza e sul pontile altri con le gambe ciondolone si dividevano i tranci di pizza nei cartoni.
Respirò a lungo l’aria salmastra, «quando ero ragazzo avevo un amico. Si chiamava Larsen e stava nella casa rossa vicino all’emporio.»
«Quella di Maria?»
«Quella!», rimase un po’ a guardare l’orizzonte. «Arrivava a Giugno con sua madre e due sorelle piccole. Poi a fine Luglio arrivava il padre. Un pezzo grosso non so di che. So solo che arrivava su un macchinone blu con l’autista che lo faceva scendere e gli diceva buone vacanze ingegnere. Tutti gli anni la stessa scena. Il macchinone arrivava davanti alla casa, l’autista gli apriva lo sportello e diceva buone vacanze ingegnere! Io allora stavo già appresso alle bestie, ma andavo a scuola e me la cavavo anche bene. Larsen invece si salvava sempre per il rotto della cuffia, perché il padre era un pezzo grosso e se tuo padre è un pezzo grosso allora anche se non vai bene a scuola ti salvi uguale. Me le raccontava lui queste cose, eh! mentre giocavamo a pallone sulla spiaggia. In estate i miei mi lasciavano giocare finché volevo e alle bestie ci pensava solo mio padre. Mi diceva Wim, se non giochi ora quando lo vuoi fare quando diventi vecchio come me? Ma mio padre non era vecchio. Lo dico ora perché allora mi sembrava vecchio. Io ero un ragazzino e mi piaceva giocare con Larsen. Poi però suo padre lo mandarono non so dove, a fare qualcosa di ancora più importante e da quel momento Larsen non l’ho visto mai più. Così senza neanche avere idea sul dove, sul come.»
«Non è più tornato?»
«Mai! E la cosa più grave fu che di ragazzi che volevano giocare in spiaggia con me non ne arrivarono più molti. È un paese di vecchi il nostro e anche i villeggianti ci guardavano come appestati. A noi della collina dico. Sarà che la puzza delle bestie non te la togli di dosso neanche col detersivo. Chi ti dice che non potevo diventare una stella del calcio, eh! Ci pensavo allora sai? Metti che un allenatore famoso passava mentre stavamo giocando in spiaggia e diceva, guarda un po’ quel ragazzino! Tira bene, eh! È questione d’attimi la vita. Alle volte passano gli allenatori sulle spiagge sai? Passano e se tu non ci sei, loro passano lo stesso e sei fregato.»
Wim poggiò la schiena alla croce, «ora vedi Iris tuo padre non sembra molto contento di doversi spostare in quel posto del cavolo, ma deve lavorare. Non è passato nessun allenatore famoso neanche per lui. Così deve darsi da fare con le sue mani. Lui deve, non vuole, ma deve pensare a voi e se rimane da queste parti può badare alle bestie come faccio io tutto il giorno. Ma per le bestie già ci sono io. Tu puoi dirmi Wim smettila con le bestie e fai posto a mio padre. Se il tipo con il macchinone non fosse andato a fare qualcosa di importante e se fosse passato l’allenatore famoso e mi avesse portato via allora certo, voi sareste rimasti qui a pensare alle bestie. E tu saresti rimasta qui per sempre. Felice, per sempre. Eh! Ti assicuro che abbiamo tentato di fare qualcosa, ma questo è un bel posto solo per chi ha i soldi e ci viene a villeggiare. Tipo il papà di Larsen che arrivava con il macchinone e l’autista. E le bestie sono quello che sono e poi già c’è Wim per loro. »
«Cosa hanno le bestie che non va?»
«Puzza di merda, mani sempre sporche e alla fine della giornata la schiena rotta che non hai voglia nemmeno di guardare il tramonto.»
«Ma tu lo guardi ogni sera il tramonto.»
«È vero, non ne perdo mai uno. Fu mio padre che una sera mi portò qui. Era stanco morto, ma una sera tornando mi trovò sulla panca del patio e allora mi disse vieni! Non si tolse neppure i vestiti e la puzza di merda addosso. Ma disse, vieni! E mi trascinò qui sotto la croce.»
Fece un segno con le mani mostrando l’intero panorama. Il sole aveva appena toccato l’orizzonte e la luce rossa aveva colorato la scena, variegata dalla lanugine di piccoli nembi che galleggiavano nell’aria umida della sera.
«Mi disse, guarda. Ogni sera che viene in terra il sole tramonta e accade questo. Non importa se ci sei o non ci sei. Non è uno spettacolo, è il mondo che fa queste cose. E lo fa ovunque. Gratis ovunque. »
«E che significa tutto questo?»
«Non lo so. Disse questo e basta. Non parlava molto mio padre. Stava bene solo con le bestie lui e già questo era tanto per uno come lui.»
«E io ora che dovrei fare.»
«Cercati un tramonto dovunque andrai. Cercatelo. Io l’ho capito dopo anni che cosa volesse dirmi mio padre, ma so che già allora guardando tutto questo ero felice. Non mi fregava più di Larsen e del calcio e dei suoi capricci. Ero felice punto! Sicuro questo voleva dirmi mio padre, che è inutile cercarla troppo questa cosa della felicità. L’hai già dentro e ti serve solo un tramonto per goderne un po’. Dura il tempo giusto e ogni giorno la puoi riavere, puoi starne certa. Il resto è puzza di merda e ossa rotte, ok! Ma qualcosa fino al tramonto devi pur farlo», sorrise e rifece il segno con le mani come a dire tutto questo è bellissimo.
Tornando giù Iris si girò a guardare. Il sole era sparito, ma la luce rossa sulle nubi rade sul mare continuava il suo spettacolo. Lei si sentiva triste e non capiva neanche cosa ci fosse di così particolare in un tramonto. Provò anche a pensare a come sarebbe stato il tramonto in quel posto dove stavano per andare. Poi diede una pacca a Wim sulla spalla prima di girare al bivio. Lui proseguì come se niente fosse. Aveva un sorriso bello. Di quello che una donna apprezza. Si chiese quanto tempo ci volesse ancora per essere una donna. Ma soprattutto che cosa diavolo significasse essere una donna. Lei si sentiva Iris, non era sufficiente? Le prime case del borgo spuntarono dalla curva. Qualunque prova ci volesse per diventare una donna, pensò che non le avrebbe impedito domani di tornare a guardare il tramonto. Si asciugò una lacrima e diede un calcio a una pietra, che rotolò per un po’ oltre il ciglio della strada.

commenti
  1. Menti Vagabonde ha detto:

    Bel racconto, cerchiamo un bel tramonto

  2. tonyborghesi2005 ha detto:

    Semplicemente fantastico. Un racconto da Nobel. Bravissimo.

  3. newwhitebear ha detto:

    una storia di un tramonto e della sue magie.
    Racconto bello e ben strutturato.

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