Mittenti ignoti

Pubblicato: 30 ottobre 2017 in Micro

Ogni volta che Giulio transitava davanti alla cassetta della posta ci guardava dentro. Pensava che sarebbe stato bello ricevere una lettera e, in mancanza, s’immaginava a rovistare la tasca per cercare le chiavi o mentre apriva lo sportellino ruotandolo verso l’alto, con una certa lentezza, per evitare che la busta liberata scattasse fuori come una molla. Alle volte si convinceva che stesse accadendo davvero producendosi in uno moto brusco per afferrare l’involucro, prima che planasse invisibile verso il pavimento. Inutile però, perché nella realtà c’era solo lui, l’ingresso deserto e la cassetta vuota.
In casa smetteva di pensarci sino al dopo pranzo; rassettava il piccolo angolo cottura e passava un panno umido sulla superficie azzurrina in plastica del tavolo. Sporgendo la testa dava sempre un’occhiata alla cromatura rovinata dei piedi di metallo. Non fosse stato solo in casa l’avrebbe mandato a sistemare, ma per lui andava bene così, picchettato di ruggine bruna. Riposava sempre sulla poltrona coperta dal drappo finto indiano rimediato su una bancarella del mercato, con Oscar, il gatto, ai piedi e raramente in grembo. Guardava la parete, la carta incollata decenni prima, ingiallita dalla luce, segnata dal tempo e ragionava su un altro tipo di foglio ripiegato in quattro o in tre, dentro una busta bianca con il suo nome in inchiostro nero o blu.
Fu un martedì, aveva piovuto di notte e l’aria era investita da un gelido torpore. Sulle prime una mattina come tante, solite incombenze artificiali per giustificare l’uscita da casa. Passava davanti alla buca dell’ufficio postale e a dir la verità non seppe mai dire cosa lo colpì. Mi raccontò solo che aveva avuto la certezza che doveva esserci qualcun altro in giro come lui. Ne era sicuro. Disse così, «deve esserci un altro me in giro che desidera ricevere una lettera, ma non lo conosco.»
Così ogni giorno, per mesi, infilò in quella apertura decine di buste affrancate, evitando di annotar sopra il mittente. Gl’indirizzi li prendeva dai rari elenchi che reperiva nei bar, vicini al telefono grigio alla parete, in un un angolo riparato del locale. Li prendeva da lì a caso e li annotava in una vecchia agendina nera di tre anni prima. Dopo pranzo rimaneva sul tavolo della cucina a scrivere lettere a quegl’ignoti. Non mi disse mai di cosa parlava nelle sue missive e io per pudore mai lo chiesi.
Quando prima di andar via da questo borgo mi raccontò la sua storia io ero seduto davanti a lui in un baretto del centro. Non ci conoscevamo, ma avevamo entrambi bisogno di parlare. Non importava di cosa, serviva fiato e suono e orecchie per raccoglierlo. Una storia come un’altra di vita ordinaria, noia reiterata, amore. Andavo via per un po’, a cercare qualcosa, forse per sempre. Lo salutai con cortesia e presi uno degli ultimi treni che andava verso la città. Una donna di mezz’età, molto bella e probabilmente triste per qualche accidente a me ignoto, prese il posto accanto a me. Dalla borsa, una volta partiti, tirò fuori una busta già aperta, dentro un foglio, ripiegato in quattro, con sopra una calligrafia ordinata, una paginetta di parole scritte, in blu. Avrei voluto chiederle tante cose mentre la riponeva in borsa, ma lei adesso sembrava in un certo senso felice. Voltai lo sguardo invocando almeno una lacrima, ma io andavo via per quello. E così fuori il mio mondo rimaneva indietro. Per fortuna.

commenti
  1. tonyborghesi2005 ha detto:

    Hai evocato col tuo bellissimo racconto un mondo terribilmente triste pieno di solitudine. Una domanda però: come faceva Giulio a non ricevere nemmeno una fattura o una pubblicità? A presto.

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