Dieci secondi

Pubblicato: 5 giugno 2017 in Delirii

Portò una mano alla bocca, poi sugli occhi. Aveva bisogno di oscurità. Attese un attimo che il fiato tornasse in gola. Invano. Provò ad pensare, in apnea, a una superficie dalla quale riemergere. Poi finalmente luce. Respirò. Su di lui cielo con accenni di nuvole. Sotto, la panchina. In mezzo un uomo colmo di stanchezza e resa. Provò a reggersi sulle gambe anche solo per verificare di essere in vita. Lo era e questa era già una notizia, meglio, una sensazione che risvegliava arti e muscoli intorpiditi. Il cervello no. Procedeva ancora nella sua insonne stasi.Attese del tempo. Quanto? Nessun orologio lo misurò, trascorse e forse non era neanche necessario o ovvio. Infine tornò a correre nel suo normale percorso in circolo. Poi verso casa, con passo lento. Respirava ora.

Un calo di zuccheri, già! Solo un calo di zuccheri. Bevve un caffè, sistemò un quadro che sembrava storto, accese la TV e si immerse in un tiepido caos controllato. In frigo non aveva trovato nulla di gassato, a parte una vecchia birra in lattina. Chiese ad alta voce chi diavolo comprasse birra in lattina. Era solo comunque.

Bevve, lamentandosi tutto il tempo del gusto metallico. Bevve guardando le immagini di un film in cinemascope. Un po’ la testa girava, per esagerato effetto dell’alcol. Pensò che fosse meglio ascoltare una voce diversa dalla sua. Diversa dalla tele. Ma dovette accontentarsi del messaggio metallico al cellulare di fine credito. 

Fuori, uscendo dal bugigattolo che faceva da casa e ufficio, un pioggerella leggera bagnava il mondo. Percorse tutto il tracciato sino alla casa di Anna. Con calma, senza curarsi dell’acqua che lo stava lentamente inzuppando. Dal display di una farmacia l’ora notturna lo fermò appena prima di pigiare il campanello. Guardò le luci delle auto fuggire via, poi ancora l’orologio, pensò e suonò. Uno, due, dieci minuti. Suonò e attese. Uno, due, dieci minuti. 

Per la rabbia prese a calci un barattolo sul marciapiede. Della stessa marca di birra che aveva a casa. Rifletté per dieci secondi se non fosse proprio la sua lattina. Magari l’aveva poggiata un attimo per terra, per leggere meglio i campanelli. Poi altri dieci secondi. Schiuma bianca schizzava fuori mentre il cilindro verde e oro rotolava lontano. Si diluiva nell’acqua piovana che provava a montare, a diventare tempesta.

Venti metri e trovò un bar dove rintanarsi. Uno di quei posti che non capisci per chi e per cosa rimangono aperti. Cavò dalla tasca due monete, pagò una birra, in vetro, e si nascose in un angolo. Guardava fuori e non pensava a nulla, finché rimase lui e il ragazzo al bancone.

– Quando devi chiudere?
– Ora.

Fuori pioveva di brutto. Pensò dieci secondi. Poi altri dieci. E tornò fuori. L’acqua gli rigava il viso e gli schiacciava i capelli sugli occhi. Oltrepassò casa di Anna, oltrepassò sue semafori e si fermò davanti a una chiesa di mattoni rossi. Per qualche motivo assurdo era aperta. A quell’ora con quella burrasca era aperta. Ed era deserta. Nel posto dove stata fermo a osservare la scena delle piccole luci di candela tremule si formò una piccola pozza di acqua che colava dai vestiti intrisi di pioggia. Sulla destra, un crocifisso spoglio aveva davanti un banco in legno scuro. Si distese lì, aveva freddo e non voleva tornare a casa. Provò a esplorare ogni singola venatura del legno della croce. Pensò che anche il Cristo fosse sceso per cercare fuori un birra da mandar giù. Si diceva che avrà avuto anche lui voglia di parlare con qualcuno e sarà rimasto fregato dalla pioggia. Chiuse gli occhi sicuro che a quell’ora non c’era verso di trovar nulla da bere in giro. Quando li riaprì due lame di luce entravano dalle finestre laterali. Sulla croce la figura del Cristo martoriato al costato stava in penombra. Fece un segno di saluto con la testa prima di andar via, ma la scultura non rispose. La chiesa era ancora deserta e la porta sbarrata. Si mise in piedi poggiato a una colonna rivestita di listelli di legno nero. Avrebbe atteso l’arrivo di qualcuno, non aveva fretta. Le candele agonizzavano nella poca cera rimasta. C’era silenzio. Attese dieci secondi. Poi altri dieci. E respirava.

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