Il tuono

Pubblicato: 4 giugno 2015 in Uncategorized

Mimì legata al seggiolino esplorava la bocca con la sua piccola lingua. Sì, non c’era più il dentino e questo voleva sicuramente dire che era cresciuta. Sorrise soddisfatta, specchiandosi sul vetro dell’auto, mentre pensava che il topolino quella sera avrebbe avuto il suo bel da fare per lasciarle il soldino.
Silviuccia accanto a lei scuoteva la testa al ritmo della musica in cuffia. Pensava alla festa della sera prima e mandava avanti e indietro il brano nel walkman. Chissà se Carlo avrebbe rispettato la promessa facendosi trovare all’uscita di scuola l’indomani. Intanto mimava le parole inglesi, inventandone il senso, come se parlassero di lei e del suo piccolo cuore in amore.
Valeria guidava e ogni tanto guardava fuori la gente sui marciapiedi. Pensava al tempo che stava passando su di lei: prendere i figli, portarli in giro, e i compiti, la cena. Mario le mancava molto, per fortuna che tra pochissimo avrebbe potuto chiedere il trasferimento e in un anno o due la loro vita sarebbe finalmente cambiata.
La città era oppressa dal caldo torrido di luglio e i finestrini stavano aperti nel disperato tentativo di far circolare l’aria. Una panda blu elettrico, passò rapida sulla destra. Valeria pensò che era un bel colore, insolito più che altro. Avrebbe voluto cambiarla quella vecchia Renault. Magari tra due, tre anni.
Mimì vide passare un cane enorme bianco. Un maremmano che al guinzaglio di un padroncino striminzito boccheggiava cercando un albero sul quale pisciare. Iniziò a frignare perché dal topolino non voleva monete, ma un cane. Magari non così grande e grosso. E soprattutto non così bianco da sembrare una pecora.
Valeria girò a destra e riaffiancò la Panda blu elettrico. Sul lato passeggero una ragazza con un vestito corto da mare teneva i piedi nudi sul tubolare del cruscotto. Silviuccia, pensò che un giorno Carlo avrebbe avuto una macchina come quella e lei si sarebbe seduta in quel modo, mentre tornavano dal mare, e avrebbe ascoltato dall’autoradio la canzone del walkman.
La Panda al semaforo proseguì verso l’Ucciardone. Valeria svoltò invece a sinistra, verso i Leoni. Fatti venti metri un tuono insolito s’impadronì dell’aria. Come se in un singolo punto di Palermo fosse scoppiata una tragica tempesta. Mimì, smise di piangere, perché i bambini lo sanno che la paura è una cosa seria. Silviuccia bloccò il nastro e pensò che quella città poteva essere troppo cattiva per lei e per Carlo. Sperò solo che la tempesta non si fosse abbattuta troppo vicino alla casa di sua nonna Michela. Valeria accostò un attimo prima dell’incrocio e si sporse fuori per decifrare la colonna di fumo nero che si alzava cupa sulla destra. Guardò l’orologio: erano le cinque passate. Le figlie sul sedile dietro la osservavano mute, aspettando da lei una qualche consolazione. Mimì intanto rifletteva che del cane poteva anche farne a meno. Silvia che le batterie del walkman erano quasi scariche. Entrambe pensavano che a casa avrebbero chiamato subito il papà, per raccontargli del suono. Valeria chiuse la portiera e si rimise al volante, svoltando a sinistra all’incrocio. Rumori di sirene e macchine in corsa alle loro spalle ferivano l’afa di luglio. Doveva arrivare a casa e telefonare il prima possibile. Voleva chiamare Mario e dirgli di bloccare il trasferimento. Voleva preparare le valigie e scappare da quel fumo e da quei tuoni. Per Mimì e Silviuccia. Alla fine lei voleva solo chiamare Mario e dirgli che le mancava troppo.

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