Layla

Pubblicato: 21 maggio 2015 in Delirii, Magic Box


Layla si intrufolò in mezzo ai tavolini semivuoti del bar sul corso. L’uomo stava seduto proprio accanto alla finta siepe di plastica che delimitava il suolo pubblico occupato. Non era in ritardo, eppure trovò opportuno scusarsi, così, tanto per bucare il gelo che percepiva in quell’incontro, per iniziare un discorso che altrimenti avrebbe stentato a spiegarsi.

«Non fa niente Layla, guardavo la gente passare pigra sul marciapiede e non mi annoiava attendere.»
La ragazza chiese una coca al cameriere che nel frattempo si era avvicinato a quell’unico tavolo occupato.
«Allora hai deciso!», disse l’uomo continuando a guardare la scena senza voltarsi verso di lei.
«Come fa a sapere che volevo parlarle di questo?»
L’uomo fece una smorfia con il labbro, «intuito dei vecchi?»
«Un tempo era delle donne!»
L’uomo mostrò ancora la smorfia e abbozzò un sorriso, «delle donne e dei vecchi allora.» Poi si fece serio, con un’ombra sul viso, «e comunque hai deciso! Giusto?»
Il cameriere depose sul tavolino la coca e lo scontrino, bloccandolo sotto il posacenere in plastica della Cinzano. La ragazza scosse la testa in segno di sì e il ghiaccio nel bicchiere tintinnò mentre mandava giù il sorso.
«Sai cosa ho ascoltato questa mattina, Layla?»
La ragazza non rispose, come ovvio.
«Il canone di Pachelbel! Non sapevo questa mattina perché. Mi è capitato in testa così di colpo e non capivo il motivo. E invece poi mi hai chiamato e allora ho realizzato.» L’uomo si cercò una tasca e ne cavò un cellulare. Armeggiò un poco, poi lo poggiò faccia in giù sul tavolino. Dal minuscolo altoparlante incastonato nella cover iniziarono con ostinazione a vibrare i bassi. Poi l’acuto dei violini, uno alla volta, iniziò a girare intorno e ad avvitarsi uno nelle variazioni dell’altro. Era una scena strana, una sospensione di tempo su quella strada poco frequentata in quell’ora meridiana.
«Layla, chissà se il buon Johann immaginava che il canone sarebbe stato per tanti uno spartiacque. Sì mia cara, c’è sempre un prima e un dopo. È la volontà che tramuti in decisione, la cosa che d’un tratto fai che pone il limite tra il prima e il dopo. Anche quando non te ne accorgi. Dopo l’esecuzione del canone tutto sembrò continuare sul suo normale binario. E invece no! La direzione era cambiata di un niente, ma era cambiata. Ci sarebbe voluto tempo perché quelle armonie circolari invadessero tutto. Si dovette attendere qualcuno che avesse il coraggio di acchiappare quella struttura innocua di note e lanciarla su chi attorno provava ad ascoltava. Tutti compresero allora che quello era proprio il dopo che avevano aspettato e ne rimasero appagati.»
L’uomo girò finalmente lo sguardo, «c’è sempre un prima e un dopo, ma io sono solo il basso ostinato del violoncello, Layla. Continuo a stare seduto a questo tavolo e voi mie care siete i violini. Arrivate, seguite le variazioni della partitura e ondeggiando decidete ad un tratto di andare via. Di intraprendere la vostra strada.»
«Ho paura del dopo, maestro! Come fate a non averne?»
L’uomo tornò a guardare il corso, «perché io sono il basso, Layla. Sono il durante, non ho un dopo. Ho smesso di averne per paura. Un giorno mi sono seduto a questo posto e ho scelto di non avere un dopo. Proprio per paura.»
Layla annuì. Finì l’ultimo sorso di coca e si alzò. Passando si chinò per baciare la guancia del vecchio. Poi decisa si allontanò verso il suo dopo.
Gli archi terminarono le loro evoluzioni. Il cellulare s’ammutolì. L’uomo in silenzio guardò ancora la strada, poi mise sotto il portacenere le banconote per il conto. Layla era già vapore di ricordo.
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commenti
  1. newwhitebear ha detto:

    Un bel racconto senza dubbio. Filosofia della vita. Layla ha spiccato il suo volo per il dopo. Il vecchio ha smesso di volare, perché troppo vecchio.

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