Vendicari

Pubblicato: 9 aprile 2015 in Magic Box

Ogni volta che il vento girava era sempre così. Lui usciva fuori, si sporgeva sulla piccola piattaforma d’assi di legno fradicio e annusava l’aria. Le foglie degli alberi danzavano lì davanti e spesso precipitavano al suolo scosse dal vento impetuoso. Lui allora chiudeva gli occhi e inspirando tracimava di sentori del mare, che poco lontano l’aria mutata costrllava di candide palombelle di schiuma. Da lì però non si vedevano quelle piccole onde, ma s’ascoltava il loro rumore filtrare tra le ferule e le canne smosse. Quasi sempre dopo un po’ rientrava, perché capiva che non era il momento quello; che la luce non era giusta e radente sul mare al tramonto. Quasi sempre rientrava aspettando il giusto girare del vento, che portava potente l’invito a lasciar vuota la baracca all’ingresso della stradella. Lui allora usciva, annusava l’aria e sorbiva la luce accecante dalle nuvole bianche. Scricchiolando, il legno delle assi mangiate dal sale lo accompagnava, tra gli arbusti del pantano sino alla riva. E il mare crespo di spuma e scuro di umore lo salutava, bagnando la costa di posidonia spiaggiata in banchi e batuffoli bruni. Poggiato alla recinzione in legno osservava i gabbiani planare sul pelo dell’acqua, mentre dietro di lui poco discosti gli aironi esploravano col becco il fondale fangoso e le lucertole guizzavano tra le sterpaglie, rifugio mimetico per i loro corpi smeraldo.

Camminando a fatica sullo spesso strato secco d’alga arrivava per tempo alla tonnara, templio postumo alle divinità del mare sacrificate troppo presto alle esalazioni di zolfo dell’uomo. Un passo dopo l’altro proseguiva, investito dal vento traverso dal mare per guadagnare il posto che da quando esisteva la torre accoglieva gli uomini in attesa di lei. Lei che avevano battezzato con tutti i nomi possibili. Lei che avevano amata, stuprata, posseduta, tradita, uccisa. E riesumata cadavere l’avevano fatta a pezzi e venduta come scarto per poche monete di latta. Eppure lei ogni volta che cambiava il vento, ogni volta che le nuvole si illuminavano della luce accecante della fine del giorno, lei era lì. Appariva sulla scia luccicante oro del sole morente, sull’acqua incrostata dal vento. Appariva fantasma per poi diventare materia e ricordo e carezza. Appariva per chi sapeva che quella era l’aria, quella era la luce e l’ora e il giorno. Appariva per chi ritrovava in lei la madre e la figlia e la vergine intatta. Per chi desiderava l’incesto e deflorava e penetrava possedendo di lei la vita e soprattutto la morte. Appariva a chi l’ammirava deturpata e violentata, per giacere scomposta sotto le loro mani. E nonostante tutto si concedeva realmente solo a chi, come quell’uomo, l’amava così tanto da volere uccidere e ucciderla per carpire contro ogni sua riottosità l’utero dal quale finalmente e illogicamente sarebbe potuto davvero nascere.

Anche quella volta lei arrivò leggera, come ogni volta, tra la morte del pesce nel becco del gabbiano e il dissolversi del verme nello stomaco acido dell’airone. Arrivò raggiante di vita e predisposta al sangue nel suo sesso trafitto dall’uomo. Arrivò e sedette accanto a lui attendendo che quelle mani afferrassero e dilaniassero le vesti, violando e predando. 

Lui invece la guardò, mentre la luce ambra del tramonto ne inondava il volto. La guardò e lentamente carezzò via una lacrima d’acqua di mare dalla guancia. Poi poggiò la testa su quel ventre impaurito e intonando una vecchia melodia cantò del Raisi e del bacio pietoso prima della morte del tonno. Era una musica lontana, struggente,  fatta di tempo, di mare e d’aria. Era un rito pagano, fatto di ansie, sangue e bambini in attesa. E allora lei si addormentò, stanca e placata. Scivolò nel sonno e lenta tornò ad essere acqua, verginità ancora intatta e tratto di bambina, delicato ricamo del viso.

Fu in quel sonno profondo che l’uomo, da quel ventre sul quale cantava la mattanza, provò a impegnare la testa e a farsi partorire. Solo un piccolo dolore per donna, solo un pianto soffocato tra le note del canto antico, solo una placenta argentea illuminata dalla luce di luna. Poi nulla. Rumore di onda, latrare di cani, frinire di cicale. Basta.

La faccia sulla pietra bianca avvertì all’alba il calore fiero del primo sole. Brezza lieve si insinuò nelle fessure degli occhi invitando l’uomo ad alzarsi, a osservare il giaciglio di alghe dove era venuto ancora alla vita e traguardare la piccola teoria di pilastri, spoglio ricordo della vecchia tonnara. Il vento era calato e della donna, realtà a spettro che fosse, rimaneva solo l’umido ricordo di quella notte d’amore. Si osservò le mani nette di sangue e riprese la via verso la baracca d’ingresso sulla stradella. Dallo stagno aironi in stormo si alzarono in volo, ali di pace migranti verso terre di guerra lontane. L’uomo riconobbe le orme dei passi calmi del giorno prima sulle assi crocchianti e raggiunse il suo piccolo rifugio in attesa che i primi visitatori si presentassero all’ingresso per entrare. In un bicchiere di vetro ormai opaco versò dell’acqua che bevve d’un fiato. Da lontano un vento leggero portava un’antica melodia. Faceva “Aja mola, aja mola, aja mola, aja mola!” L’uomo chiuse gli occhi, annusò l’aria, ricordò quand’era u Raisi e tra le labbra socchiuse disse un flebile “assumma.”

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