Shamira

Pubblicato: 26 marzo 2015 in Magic Box

L’uomo che si tiene la testa tra le gambe accovacciato all’angolo della stanza non sono io. Ha l’aspetto mio, ma io adesso sono fuori da quel corpo. Come temporaneamente estratto da quelle membra tremanti, sono fuori e osservo dall’alto la scena. La stanza è quella di un infimo albergo, con il lavandino nell’angolo incrostato dal calcare. Sul letto, un corpo nudo di donna dovrebbe essere il ricordo di un amplesso appena consumato, ma non contiene vita. Sembra morte distesa su lenzuola sgualcite, nonostante respiri smuovendo la cassa toracica in frequenti piccoli sussulti dei seni in vista. Potrei addirittura pensare che sia impegnata nel pianto se non traguardassi distintamente il suo viso privo di lacrime.

Non c’è sangue, armi, ecchimosi di colluttazione evidenti, eppure aleggia perversa la versione immaginata di un crimine feroce appena commesso. Io lo so, guardo lo scena con la percezione del sentore dell’omicidio, da omicida. Della donna non conosco le sensazioni, mentre s’alza dal letto, riveste lenta quel corpo svelato e rifugge ogni vendetta all’aggressione appena subita. Riveste sé stessa e il suo spirito violato, inforcando nuovamente scarpe con tacchi che passano davanti i miei occhi puntati a terra. La carezza che tributa delicata alla mia testa è un rabbercio al mio venir espulso dal suo cuore. Similmente al pavimento che osservo ho rappezzi che occultano il danno degli anni e l’incuria passata in questa triste residenza temporanea. La porta si chiude dietro lei che abbandona questa storia. Ho ucciso, lo so, lei, me e tante altre figure umane che levitano a mezz’aria nello spazio delle quattro mura, con finestra e lavandino e letto con comodino, un piccolo armadio e due sedie.

Mi alzo in piedi osservando me e il mio sesso inutilmente esposto alla scena: davanti al lavabo guardo la faccia riflessa allo specchio, scarno pegno degli anni che ho. Ho ucciso, lo so, ma il chi, il come e il quando rievoca in me il dubbio sulla descrizione del crimine: ne avessi almeno una d’ipotesi proverei a elaborarla in un qualche senso compiuto. Così m’induco a pensare me come vittima. Sì, se così fosse molti dei miei stati mentali sarebbero giustificati, compresa la sensazione di essere estratto dal corpo per osservare la stanza da una postazione innaturale. Ecco, tutto sarebbe plausibile se fossi io il morto! Ma allora perché lei non ha varcato quella soglia urlando, chiedendo l’aiuto per me, scapicollata nel corridoio con la sbiadita moquette rossa rattrappita sui bordi? Giacché lei non è l’assassina. Lei è Shamira.

È obbligata ad amare me nello spazio ristretto e nel tempo limitato di questa stanza. Lei non può avermi ucciso. Lei mi deve aver trovato inerme e nudo in quest’angolo e allora è per questo che si sarà precipitata fuori, per supplicare aiuto. Se è vero quindi, la tesi deve sostenere l’arrivo del portiere di notte, ma non spiega come mai lei, nuda su quel letto, non abbia avuto cognizione del mio assalitore. Lei che era qui per amarmi. Lei ch’è Shamira.

Colgo appena il rantolo dei cardini della porta d’ingresso.

«Era aperta» – fa il ragazzo – «tutto bene? Si sentiva piangere e sono entrato. Tutto bene?»

Mi guarda come se fosse la prima volta che vedesse un vecchio nudo in lacrime. Forse pensa che io sia solo il presentimento del suo possibile futuro. Certo! Lui, e il me giovane che non volle mai osservare i vecchi, sono uguali. Della stessa identica genie, penso non concependo esistere diverso da me.

«Tutto bene, signore?»

«Hai visto Shamira?»

«Sì, sulle scale signore.»

«È bella Shamira, vero?»

Il ragazzo ha il volto di chi ne ha viste passare di Shamira in questo posto. Prende una paga da miseria e ogni volta che viene Natale e Pasqua, riceve mance per non vedere e non fare domande. Ogni volta sente il tanfo dei profumi volgari bruciare dentro le sue narici e ne ha nausea. Prende la mancia mentre quella nausea monta, ma ha imparato presto che questo è il ventre del mondo. Ha l’odore acre di escremento. Ne hai voglia di mescolare l’incenso o l’essenze delle bancarelle della fiera. La nostra natura è escremento!

«Shamira, dico, è bella vero?» – domando incurante del mio sesso scoperto e soprattutto della possibilità che io sia morto e quindi che possa risultare almeno strano il mio produrre domande.

«Molto signore, molto» – e il ragazzo avverte ora tutta la nausea del vecchio nudo e della mancia ora che viene Pasqua e dell’odore di escrementi in questo antro orrendo affittato ad ore.

«Mi ama, Shamira! Pago 200 euro l’ora per essere amato.»

Il ragazzo sa che il ventre del mondo è il posto dove le Shamira vengono digerite e rese escremento, eppure prova ancora sgomento per quelle vite che transitano da lì a ore. Pensa che quello è NON amare, ma ne dubita spesso quando il padrone di casa chiede il suo e la bimba finisce l’ultima goccia di latte in polvere. Probabilmente solo Magda lo amava davvero, anche quel giorno che gli mise in braccio il fagotto con la bimba dentro per ritornare nell’inferno della sua terra. Da sola, in modo che nonostante i dubbi il ragazzo si convincesse che quello era amarli: tenerli lontani da sé. Magari un giorno avrebbe bussato alla porta e…

Lentamente mi rivesto dei miei vestiti pregiati. Lo faccio anche per farmi ammirare dal ragazzo in piedi accanto alla porta, interdetto. Frugo nella tasca e trovo un fascio di banconote spiegazzate; ne estraggo un paio.

«Tieni, prova anche tu cosa significa l’amore di Shamira» – dico allungando la mancia smisurata e l’indirizzo della puttana – «riceve anche in casa, ma capisci, troppi occhi indiscreti per uno come me.»

Il ragazzo avverte l’odore del ventre del mondo, ma allunga la mano lo stesso e pronuncia un “grazie” orrendo di resa e di abitudine al vomito con nessuno a tenergli la testa per lenire il conato.

All’ingresso della vetusta hall l’autista, in silenzio, fa un cenno di saluto. Anche lui ha smesso di parlare, per non ascoltare la sua voce scandire bestemmie legali e verbi alterati ad arte. Il ragazzo mi vede entrare impacciato e sedere sul sedile cosparso di cartelle e quotidiani del giorno. Mi osserva come se quest’auto blu fosse il feretro dentro cui io, morto e scomposto nel mio vestito sartoriale prezioso, vengo stagnato dal rumore metallico della portiera.

Il ragazzo ora guarda l’orologio, ha finito il turno, e sfiora in tasca le banconote. L’indirizzo non serve, lo ha già buttato nel cesso, tirando l’acqua ipnotizzato dai gorghi di schiuma azzurra. Guarda distrattamente per l’ultima volta l’insegna dello squallido motel e, mani in tasca, si avvia verso casa.

Davanti alla porta scrostata attende qualche minuto, poi la faccia della donna appare sorridente. La bimba dorme, con una copertina verde e sa di menta; forse è proprio quel colore a convincerlo che l’odore provenga da quell’ignaro piccolo essere.

«Ha già mangiato» – esclama sorridente nel suo vestito colorato la donna.

«Shamira? È già tornata? Avevo una cosa per lei.»

La donna fa sì con la testa, saluta e scompare dietro una tenda. Dopo un minuto esatto Shamira, sporca di sonno violato, riappare. Il ragazzo, con la mano libera si fruga nella tasca, tira fuori le banconote e gliele porge..

«Quel tizio me le ha date per provare anch’io il tuo amore.»

Shamira imbarazzata guarda i soldi, la mano del ragazzo, la bimba, il vuoto della tromba delle scale.

«Sì, certo, se mi dai un’ora per riposare, ecco, solo un’ora e busso io quando…»

Il ragazzo guarda  Shamira, i soldi, il vuoto della tromba delle scale, la bimba.

«Ne aveva altri cinquemila in tasca. Come l’altra volta e la volta prima ancora. In fondo è questo il mio vero talento di ladro. Glieli ho contati uno per uno a Valerio, sul bancone della hall. E così ora ti ho comprato. Sei di mia proprietà!»

Ride il ragazzo: – «sei libera Shamira. Libera! E ti posso portare via da qui.» Prima di aprire la porta di fronte, sul pianerottolo ingombro di casse di plastica, si gira per guardare Shamira ancora tramortita sulla porta. Si ferma e ad alta voce pensa che sì, è davvero bellissima. Poi entra nel suo monolocale spoglio, raccoglie le poche cose che ha di suo e attende che si faccia l’ora per cominciare il viaggio di ritorno verso la sua terra imperfetta addormentata sul mare.

Io esco dall’auto e saluto l’autista. Metto una mano in tasca per controllare che anche stavolta sia vuota. Sorrido. Respiro e sorrido. Anche se da morto io ti ho probabilmente amato, Shamira.

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