Il bacio

Pubblicato: 19 marzo 2015 in Magic Box

Salvina, com’è consono alle donne, fu l’ultima a mollare. I fratelli più piccoli, anche se svogliati, l’avevano sostenuta per anni nella difesa di quel fragile brano di terra che la città aveva progressivamente asfissiato, infiltrandosi in ogni millimetro libero tra i muri di recinzione e le fabbriche dei condomini. Pian piano però la vita aveva incanutito i tre uomini, fiaccando le loro inadatte energie e consigliandoli a negoziar la resa. Lei pure aveva d’altronde avvertito l’illanguidirsi delle forze, ma era donna e sdegnata aveva diniegato ogni possibile armistizio. Questo finché un giorno non le comunicarono che da lì doveva passare un viale e che il nemico aveva dalla sua il ghigno della legge. 

«Dura lex sed lex» – mugugnò allora corrugando la fronte e avviando di fatto l’eutanasia di villa Graziella, davanti allo sguardo finto del funzionario solerte. Poi si sa come vanno le faccende della burocrazia: per anni tutto rimase in una strana sospensione di vita, un coma indotto in attesa che il ruggire delle ruspe risuonasse in quell’antico podere. Tutto assolutamente previsto nell’iter tecnico indispensabile, in quell’ingrigirsi dei giorni di Salvina con l’unico sussulto tragico della morte di Ciccio, il più piccolo della famiglia, portato via dal brutto male. 

Durò così fino all’arrivo della carta scritta che sanciva la fine per il lunedì successivo. Salvina se l’era fatta leggere bene dall’avvocato; tre volte se l’era fatta spiegare, l’ultima mentre con gli occhi chiusi concentrava meglio l’attenzione sulle singole parole. Poi aveva ringraziato, richiuso la porta dietro le spalle e iniziato i preparativi per quell’ultimo giorno. 

Sulla strada d’accesso poco trafficata c’era ancora il cancello fissato nella pietra d’Aspra smangiucchiata da una lunga storia. Tutto intorno si percepiva chiaramente quanto il cemento delle cooperative avesse voglia di ingurgitare quell’ultima vegetazione alla destra del polveroso vialetto d’accesso. Entrata in casa Salvina spalancò un paio di persiane, per fare arrivare la luce nell’ambiente d’ingresso. Controllò con cura di aver abbastanza viveri per il fine settimana e poi affrontò la scala fino al primo piano, dove raggiunta la stanza da letto prese a rassettare. Dalla finestra con il davanzale ingombro di piante grasse nei loro vasetti si vedeva l’albero nel bel mezzo di una selva di erbacce ben alte. La donna ogni tanto gli destinava uno sguardo, muovendosi stancamente intorno al letto da preparare con lenzuola pulite e una coperta leggera.

Quand’ebbe terminato, diede un’occhiata ancora per controllar qualche dimenticanza e ridiscese per la stretta scala in muratura poggiandosi alla parete ruvida. Con calma apparecchiò per pranzo con gli avanzi della sera prima e un pezzo di pane, scuro di crosta e dalla mollica giallastra e compatta. Da bere niente vino, aveva da rimaner ben lucida quel giorno; solo acqua delle due bottiglie di plastica trasparente riempite alla fontanella di canto l’entrata. Sparecchiato tutto si concesse due orette di riposo su in camera, con un’occhio sempre in osservazione discreta dell’ulivo contorto sul suo tronco. Nel pomeriggio si preparò com’era solita fare da quel lontano giorno: un po’ di cipria, una spazzolata ai capelli riassestati con le forcine  e, per ultimo, un velo di rossetto sulle labbra scolorite dagli anni. Ridiscesa giù da basso prese una delle sedie impagliate e inforcati gli occhiali si dispose con il giornale sul tavolaccio sotto l’incannucciato: l’aria era fresca ma piacevole e Salvina leggeva tutto con estrema cura e grande attenzione soprattutto ai nomi dei necrologi del giorno, provando a rintracciarne di familiari.

Piano piano imbrunì e dai palazzoni in assedio le luci delle case iniziarono a brillare. Le cucine odoravano l’aria di cena imminente, e televisori diffondevano voci e risa di insulsi conduttori di giochi serali. Salvina alzò lo sguardo e provò a ricordare le riseghe della montagna celata dai casermoni giallini. Fu in quel preciso istante che l’albero le si focalizzò ancora negli occhi, ricordando il motivo della sua ultima visita in quel posto condannato dalla legge degli uomini. Piegò con cura il giornale e lo ripose in una fenditura del muro esterno, poi si alzò e con il suo incedere malfermo si avviò verso l’albero. Dopo pochi passi, tra le erbacce scostate con il piede, iniziò a ritrovare le pietre disposte sulla terra a delineare un viottolo curvo. Erano sassi di quelli dei muretti a secco, scheggiati sui bordi; tastati via via sotto le suole la guidarono, assecondandone la traiettoria curva, fino all’ulivo. Una parte del tronco o forse una radice affiorata e i resti di un qualche altro arbusto formavano un appoggio sul quale sedette, chiedendo al suo anziano corpo movimenti poco usati da tempo. Pensò preoccupata che ne avrebbe avuto da fare a rialzarsi avendo pure trascurato di portar con sé il bastone.

Da quella postazione si vedeva nitido il palo che Tore aveva piantato quel giorno di tanti anni addietro.

«Ti ricordi vero?» – chiese d’un tratto il ragazzo, pendendo a testa in giù da un ramo bitorzoluto.

«Sì Tore è l’ultima cosa che ricordo di te» – rispose Salvina.

Con un salto il ragazzo le atterrò proprio di fronte; sorrise accarezzandole le rughe del volto poi, con smorfie da monello, iniziò a contare i passi in direzione del palo – «uno, due, tre… dieci!» Con aria trionfante Tore, arrivato al legno conficcato nel terreno, ci poggiò una mano sopra e svolta una corda che aveva in vita, ne annodò un capo. Poi si rigirò e ricominció a contare i passi verso l’ulivo – «uno, due, tre… dieci!» – ritrovandosi nuovamente di fronte a Salvina che lo guardava attenta e seria.

Tore tese la corda e iniziò a percorrere il viottolo di pietre che descriveva un cerchio attorno al palo.

«Uno, due, tre… ti ricordi Salvina…  undici, dodici, tredici… le abbiamo messe qui noi queste pietre… ventuno, ventidue, ventitre… tu eri seduta dove stai ora… trentuno, trentadue, trentatre… e mi hai risposto fatti un giro completo… quarantuno, quarantadue, quarantatre… quando ti riesci a fermare preciso preciso davanti a me… cinquantuno, cinquantadue, cinquantatre… e mi riesci a dare un bacio in bocca… sessantuno, sessantadue, sessantatre… solo allora io scappo via con te.» Tore disse l’ultima frase girandosi indietro a guardare la donna seduta sotto l’albero.

«E non ci sei mai riuscito Tore. Io ho aspettato e aspettato, e alla fine sei pure scomparso.»

Il ragazzo sorrise, tese la corda e cominciò nuovamente a contare sempre più veloce, ne aggiunse altri 23’247 di passi, mentre le luci dei condomini lentamente si spegnevano e le ultime urla delle madri provavano a mantenere a letto gli ultimi bimbi riottosi.

E girò, girò, come un vortice girava, mettendo in fila una teoria infinita di numeri e numeri, fino a contarne 20’932’380 di passi; ma anche a quel punto dovette guardarsi indietro per osservare il volto della donna. Neppure questo però suggerì lui di desistere e fermarsi, ché quella era notte che avvolgeva tutto e il tempo stesso sembrava stregato dalla violenza di quei numeri che scorrevano inarrestabili dalla gola di Tore. Qualunque cosa nel creato provò a manifestare stupore per la donna seduta e per l’uomo che, apparentemente invano, girava in tondo come a voler percorrere in quel modo bizzarro tutta la vita alla quale avevano rinunciato entrambi per quello stupido gioco. Ad un tratto, anche il cemento dei palazzi sembrò in procinto di collassare davanti a tutta quella insostenibile esplosione di cifre e la stessa montagna lontana provò a guadagnare un pochino di scena convincendo il palazzone a farsi da parte. L’uomo girava, l’universo intero attendeva, tentando di dilatare il suo tempo da lasciare al reiterare di quella immane enormità di passi: mille, diecimila, centomila, miliardi di volte in circolo e a ogni giro Tore sperimentava su di sé i segni del tempo che incideva rughe sempre più profonde sulla sua fronte.

Sorse anche il sole, provando anch’esso a rallentare il moto apparente e a regalare tempo prezioso a quell’uomo e a quella notte assurda. Sorse sì, ma l’uomo non fermò la sua folle corsa ripetendo e ripetendo e ripetendo tutta l’intera sequenza. Alla 41’338’043’484esima reiterazione, vecchio e canuto, crollò in ginocchio davanti a Salvina, sopraffatto da un assordante silenzio universale.

Le ruspe arrivarono alle dieci, iniziando a sferragliare distruzione nel piccolo scorcio di terra tra i palazzi. Salvina e Tore, seppur assenti, li osservarono avanzare come bestie fameliche verso l’ulivo, svellendo e devastando. Poi quello che doveva essere il capobranco si arrestò, tacitando il rombo dell’arnese di ferro e balzando giù di colpo. Anche gli altri due lo copiarono in fretta, abbandonando i mastodonti oramai spenti e unendosi agli altri uomini a piedi.

Sotto il tronco ritorto i due corpi esanimi erano composti in uno strano abbraccio. La donna, accovacciata sul legno, poggiava un’esile carezza sulla testa bianca dell’uomo in ginocchio, adagiato sulle sue gambe. Dai balconi dei condomini, gente ammutolita e a corto di fiato, osservava la scena con pena, stringendosi in vestaglie logore di nylon. Empaticamente avvertivano tutti un dolore inaudito per quei due vecchi, che sapeva di perdita definitiva del segreto custodito nel cerchio solcato da Tore.

Il tempo piano piano riprese il suo corso in silenzio, finché due ragazzi su uno scooter, girando dal viale alberato, non notarono i due carri funebri e la volante della polizia davanti al vecchio cancello di ferro battuto annerito. Salvina scese e andò a chiedere lumi, mentre Tore l’attese seduto sulla sella. Dopo alcuni minuti la ragazza tornò indietro facendo spallucce: – «hanno trovato due anziani morti in quel vecchio giardino abbandonato». Poi si avvicinò ancora di più al ragazzo e con le dita fece per pulirgli qualcosa su un angolo della bocca. Lui istintivamente si ritrasse appena – «tranquillo Tore, solo un po’ di rossetto. Solo l’alone di un bacio.»

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commenti
  1. newwhitebear ha detto:

    Un bella favola metropolitana con la triste fine dei due anziani abitatori di quel fazzoletto di terra.
    Bello e complimenti

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