Il contatto

Pubblicato: 26 febbraio 2015 in Magic Box

La spianata davanti alla villa era piena zeppa di teste assiepate con il naso all’insù. Su un piccolo palco, le autoproclamate autorità attendevano, dilettandosi di gossip governativo innaffiato da coppe di bollicine colorate di rosa pallido.

Poco oltre, un nugolo di scienziati nei loro occhiali pesanti consultava nervosamente tablet e montagnette di fogli sgualciti. Volevano essere preparati per il grande momento e avevano pure fatto un contratto con una software house di Cesano Boscone,  per sviluppare il software necessario alla traduzione elettronica istantanea. Tre anni buoni di lavoro e sapevano che gran parte dell’operazione sarebbe dipesa dalla loro bravura con le comunicazioni. Qualche prova con i trasmettitori l’avevano anche fatta e tutto sembrava funzionare, ma quando hai segnali compressi e decompressi a distanze di svariati anni luce, può capitare di tutto.

Alle 13:30 il presidente entrò in scena, osannato dalla piccola folla di amici interessati. A dire il vero in buona parte erano convinti che quella fosse l’ennesima bufala per compattare un partito allo sbando. Ma lo sapevano, quando il capo chiamava, specie quando chiamava a casa sua, andare era sempre un privilegio e, soprattutto, un piacere.

Alle 14 in punto ora locale due ombre gigantesche si delinearono sulle loro teste. Eccoli! Il momento che avevano da tanto atteso stava per arrivare. Al centro esatto delle due grandi ombre si aprirono due aperture di color blu cobalto, dalle quali due cilindri lucenti come gocce di mercurio iniziarono a planare verso la spianata.

Una donna avvenente sul palco svenne per l’emozione, ma solo la tipa accanto a lei lo notò a causa della botta violenta della testa della poveretta contro il suo ginocchio sinistro. Tutti gli altri osservavano invece, in religioso silenzio, l’atterraggio perfetto sul prato davanti a loro.

Le squadre dei tecnici si precipitarono verso i cilindri, ma giunti a qualche metro dovettero bloccarsi, perplessi per l’assoluta assenza di portelloni o aperture visibili.  Visto da vicino il materiale di quei veicoli dava ancora di più la sensazione del mercurio, sembrava infatti liquido e tremolante sotto i raggi del sole. E liquido doveva davvero essere, visto il modo con il quale un varco si spalancò sulla parete anteriore del cilindro. Dall’interno arrivò una luce azzurrina a delineare alcune sagome, che con lentezza iniziarono a muoversi verso il pubblico in attesa.

Dal palchetto, alcuni membri scelti, si avvicinarono seguiti da una nutrita schiera di guardie del corpo. I contatti preliminari avevano infatti delineato la natura pacifica degli ospiti venuti dallo spazio, ma, prudentemente, si era approntata una potente organizzazione di protezione, celata abilmente tra la piccola folla.

La donna svenuta intanto continuava a essere bellamente ignorata, anche perché la luce del sole aveva finalmente messo in mostra le fattezze degli alieni giunti da un pianeta lontano. E tutti erano rimasti per un attimo interdetti. In quegli anni, infatti, le poche immagini provenienti dal loro mondo ne avevano ritratto i visi e qualche panorama sbiadito. Colpa della necessità di ridurre le dimensioni dei file trasmessi sui canali a loro disposizione.

Nessuno sconcerto quindi per il viso privo di narici, per la chioma fluente e per l’esile struttura fisica. Il problema fu trovarseli davanti completamente nudi e glabri. Le donne o, meglio, gli individui che sembravano corrispondere a quel genere, ostentavano un seno prosperoso messo lì apposta da un qualche chirurgo plastico esagerato. Il problema di una corretta classificazione di genere era però dovuto alla presenza, tra le gambe in tutti gli individui, di un attributo maschile piuttosto evidente, le cui oscillazioni furono salutate con gridolini di giubilo dall’ampia platea femminile. 

Il drappello di benvenuto con a capo il presidente si bloccò un attimo, non sapendo come gestire quell’inaspettata evidenza. Fu il tecnico con il microfono che ruppe l’imbarazzo, facendo gracchiare gli altoparlanti con i suoni gutturali generati dal traduttore elettronico. Seppur progettato da entrambi i team alieno e terrestre, il tempo non era stato sufficiente e la conversione dava non pochi problemi. Viste le espressioni perplesse degli alieni, il tecnico fece un sorriso e un ampio gesto con il palmo di una mano, rasserenando alquanto i visitatori. Nella loro lingua, infatti, il traduttore aveva chiesto cosa c’era per cena e gli alieni che avevano dato per scontato l’invito del presidente, si sentivano in imbarazzo per non aver fatto cambusa in modo opportuno. Una delle presunte donne si avvicinò allora al microfono, sotto gli occhi sconcertati degli astanti, e ci vomitò dentro una valanga di consonanti, spesso doppie. Dopo alcuni istanti la voce sintetica propose la sua discutibile traduzione.

«Provocanti esotici inquilini di questo porco terra. Ciao! Io sono Astolfo capoccia forte della nave che veniate da Canopus!»

Vabbè, alla fine si era capito il concetto e così Astolfo – vari dubbi sul nome corretto rimasero per ore – continuò tra gli sguardi perplessi del presidente e dei suoi sodali. In particolare risultava per tutti dissonante il nome maschile, il seno prosperoso e il poparuolo gigante.

«Bella figura che vi conoscete dopo un viaggiare stanco e illimitato! Per prima ci stupisce vedere i maschi di vostra razza sono lontani e niente qui. Che siete discriminanti dei maschi?»

Il presidente attese un attimo per capire se c’erano problemi di traduzione, poi quasi ridendo rispose – «ma per la verità noi siamo tutti maschi. Dovrebbe essere evidente anche a voi!»

Un paio di alieni confabularono sull’interpretazione della frase, specie perché conteneva pesanti allusioni sull’onorabilità delle loro madri. Fu sempre Astolfo a rispondere!

«Stranezza e anche voi figli di madre deflorata da gorilla di montagna, grazie! Ma dove portate i coglioni che siete! 200 e più civiltà che abbiamo conosciuti e tutti hanno dove noi qui» – dicendo questo si toccò delicatamente il seno prosperoso, sollevando varie espressioni di stupore in giro – «voi invece dove siete?»

Il presidente piuttosto imbarazzato si toccò il cavallo dei pantaloni esclamando un flebile “qui”.

Astolfo rise – «di sotto il naso? Che brutto essere di raffreddore in questa Terra, che strizzi naso e se sbaglio che dolore su coglione!»

«Naso?» – domandò il presidente perplesso.

«Naso che respirare!» – disse contento Astolfo toccandosi il membro ciondolante – «sì io conosco che voi siete in mezzo a occhi il naso. Che è bello quando raffreddati usi bocca a respiro. Noi invece pericolanti nessuna altro buco che respira! Solo naso! Muori tanti con raffreddore!»

In tutto questo, vista la scabrosità, i tecnici avevano quasi azzerato il volume per gli spettatori, che continuavano a ignorare l’argomento della discussione e stavano a farsi domande sull’anatomia degli alieni. La signora intanto era rinvenuta rischiando nuovamente il coma a causa del generoso dimensionamento dei nasi alieni.

Terminati i convenevoli gli abitanti di Canopus furono condotti alla villa per riposare. Il presidente nella sua auto era piuttosto distratto, in fondo non era un bel periodo per lui, con tutte quelle grane giudiziarie. Giunto alla villa il segretario lo accolse, comunicandogli che l’ala degli ospiti era pronta, anche se un certo numero di ragazze continuavano a occupare alcune delle stanze.

«Non credo sia un problema, per qualche giorno possono pure condividere gli spazi.»

Rientrato nei suoi appartamenti si scoprì però inquieto e anche la notte continuò a svegliarsi in preda a incubi che non riusciva a spiegarsi. Fu alle prime luci dell’alba che quel pensiero si materializzò finalmente chiaro nella sua mente. Scese dal letto quasi inciampando; nel suo pigiamone presidenziale e pantofole rosso cardinalizio, coprì in pochi minuti la distanza tra i suoi appartamenti e l’ala degli ospiti. Al suo arrivo comprese che le sue paure erano motivate: ovunque ragazze discinte e piangenti gli si fecero incontro, disperate. Purtroppo però era arrivato troppo tardi. Nelle loro stanze gli alieni giacevano con il naso all’insù, tutti palesemente asfissiati.

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