Il capitano

Pubblicato: 12 febbraio 2015 in Magic Box

Sara guardò l’ora sul monitor: erano quasi le sette. Tolse la cuffia posandola accanto alla tastiera e iniziò a radunare le sue cose dentro la borsa. Uscendo passò un attimo dal bagno per dare una rinfrescata almeno al viso. Aveva il volto segnato da sei ore di lagne che, da tutta Italia, avevano accompagnato i suoi tentativi di rifilare improbabili contratti telefonici.
Fuori su una scassatissima utilitaria c’era già Fabio. Poco più di tre ore e sarebbe iniziato il suo di turno: dovevano far presto. Sul sedile, adagiato in bella vista un mazzo di fresie profumatissime l’attendeva. Sara lo raccolse, ne odorò le corolle e si sciolse in un abbraccio.
«Grazie, sono bellissime.»
«Ho prenotato un tavolo proprio sul mare signorina, posso avere il piacere di invitarla a cena?»
«Se riusciamo a incastrarla con il tuo turno!»
«È un buon posto, mi conoscono e il servizio è velocissimo.»
Fabio mise in moto e si diresse verso la Cala. Arrivati al porticciolo accostò l’auto, con galanteria girò velocemente per aprirle la portiera e porgendole il braccio l’accompagnò fino alla panchina di pietra bianca. La fece accomodare e poi ritornò alla macchina: dal cofano posteriore recuperò dei pacchetti con diverse pietanze ancora calde di rosticceria.
C’era anche una bottiglia di vino bianco ghiacciato che, versato in bicchieri di plastica trasparente, completò la scena. Un cin cin, un bacio e si dedicarono quindi al buffo banchetto.
La serata era bella, ma fredda e la brezza del mare soffiava tra gli alberi spogli di vele delle imbarcazioni riparate nel porto. Su una di queste un uomo con un berretto da marinaio li guardava non visto. Dopo alcuni minuti si sporse a poppa e iniziò a fischiare per farsi notare. Sara fu la prima ad accorgersi che a grandi gesti li stava invitando ad avvicinarsi. Fabio si alzò e andò a confabulare con l’uomo. Dopo poco tornò perplesso a riferire:
«dice che qui fa freddo e che possiamo andare da lui sulla barca per la cena. Non so se è il caso di fidarsi.»
Sara guardò il capitano – ché così lo avrebbero poi chiamato tutta la sera – come se cercasse una giustificazione a quelle paure. Poi disse, «dai mi sembra una brava persona, andiamo!»
Raccolsero le loro cose e si diressero verso la passerella. Il capitano porse subito una mano a Sara aiutandola a salire a bordo.
«Benvenuti nella mia modesta dimora», li salutò. Poi li accompagnò sotto coperta. Fabio continuava a fare il ritroso e a ricordare che avevano poco tempo prima del suo turno.
Il capitano allora prese i pacchetti che aveva ancora in mano e lo invitò a tranquillizzarsi, «c’è tempo Fabio, su questa imbarcazione c’è tutto il tempo che vi serve. Intanto provate a rilassarvi e fate una doccia, mentre preparo per cena.»
La cabina nella quale li accompagnò era molto ampia per le dimensioni esterne dell’imbarcazione. Nell’armadio trovarono poi un grande assortimento di abiti, per entrambi. Come se il capitano stesse aspettando proprio il loro arrivo e avesse provveduto per tempo. Una lampada azzurrina spandeva nell’ambiente un effluvio di aromi che ricordavano molto le fresie che erano rimaste nell’auto.
Nel bagno, due accappatoi freschi di bucato li avvolsero dopo la doccia, ma solo per il breve tempo che impiegarono ad arrivare alla grande specchiera davanti al letto. Fabio guardò l’orologio, che incredibilmente assicurava più di due ore e mezzo, poi iniziò a far scivolare l’accappatoio dalle spalle della ragazza. Il corpo umido di Sara rimase così nudo davanti allo specchio, mentre le sue mani iniziarono a esplorarne ogni singolo scampolo di pelle.
Il capitano accennò un sorriso mentre doppiava l’imboccatura del porto, poi virò deciso puntando in direzione di Capo Gallo. Ogni tanto le onde lente assecondavano il prevalere dei due corpi l’un sull’altro e il vento trasportava i rumori dell’amore sotto coperta. Il capitano si manteneva comunque concentrato sul mare buio intorno a loro: arrivato sotto il promontorio gettò l’ancora e si diede a preparar la tavola. Fabio e Sara riemersero dalla cabina che tutto era già pronto, stupiti dalla raffinatezza dei coperti. Al caldo in cloches lucenti trovarono splendidi piatti dei quali non riconoscevano neanche gli ingredienti, mentre in secchielli trasparenti delicati vini spumanti accompagnavano ogni boccone. Solo alla fine della cena, quando tornò a farsi vivo il capitano, Fabio controllò l’orologio. E solo per sincerarsi che, come affermava l’uomo, avevano ancora più di due ore, abbastanza per levare l’ancora e fare un comodo viaggio di ritorno. Dal ponte guardarono la manovra mentre il promontorio sfilava via sotto la luce della luna piena sfavillante sul mare. Poi, spinti del capitano, tornarono in cabina: nella penombra dell’alcova la loro pelle riluceva di ambra e il sapore di ogni anfratto dei loro corpi aveva l’aroma delle spezie preziose gustate nelle pietanze di quella sera.
Giunti al porto, ringraziarono il capitano e scesero tenendosi per mano. Fabio continuava a guardare l’orologio e non si capacitava di come il tempo si fosse così stranamente dilatato. Arrivato a destinazione scese dall’auto e si infilò nel grigio portone del call center. Sara invece tornò a casa e provò a dormire, ma con scarso risultato. Le sue mani ogni tanto ripercorrevano le anse del corpo ancora intriso dei profumi della barca del capitano. In bocca ancora il sapore di quelle spezie e del suo uomo. Quasi all’alba decise di prepararsi per il lavoro, radunnò le sue cose e riprese l’auto. In mezz’ora era alla Cala. Accostò e si diresse verso il posto – vuoto – dove la sera prima aveva ormeggiato il capitano. Rimase qualche attimo sperando di vedere l’imbarcazione nelle vicinanze. Un ragazzo con una giacca scura si affacciò da una delle barche accanto per gettare qualcosa in acqua.
«Mi scusi, sa se il signore della barca ormeggiata qui tornerà presto?»
Il ragazzo la guardò perplesso, «ma proprio qui accanto dice? Perché saranno due settimane che il posto è libero.»
Sara si guardò un attimo in giro per raccapezzarsi.
«Sì, certo! Era qui ieri sera!»
«No, no! Le dico che sono settimane che è vuoto.»
Sara guardò le cime sommerse colonizzate dalle alghe nell’acqua limacciosa del porto. Pensò che delle favole alla fine non se ne poteva fare a meno, altrimenti era inutile provare a vivere. Prima di rientrare in macchina diede un ultimo sguardo alla banchina: sulla sua barca il capitano la guardava e si lisciava la barba. Lei lo salutò sussurrando un grazie! Lui ricambiò, mandandole un bacio sul dorso della mano.

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commenti
  1. newwhitebear ha detto:

    Una delicata favola adatta alla giornata di domani.

  2. tonyborghesi2005 ha detto:

    Un racconto nel quale ho riconosciuto ogni momento che la vita di mare può veramente concederti. Perfino i due accappatoi bianchi sono reali. Bravissimo Marco.

  3. tonyborghesi2005 ha detto:

    Se qui dichiaro che Fabio e Sara li ho conosciuti davvero (e questo è vero) non avrò più la possibilità di scrivere altre cose indispettendo Simonetta la moglie di Fabio deus ex machina della casa editrice dove Fabio generosamente mi pubblica. Però posso ammettere d’essere il capitano. Questo sì.

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