La profezia

Pubblicato: 5 febbraio 2015 in Magic Box

Dalle tapperelle trapelava la pochissima luce di un sole giovane, appena sorto e nascosto dalla coltre di nubi ogni tanto strappata da scampoli di azzurro.
Nella stanza tutto taceva, calmo. Solo il leggero movimento del respirare sotto il piumone arancio rivelava la presenza della bella ospite. Quello, le decolletee nere abbandonate ai piedi del letto e il tubino dello stesso colore adagiato alla sedia poco distante.
Il tempo ancora c’era per riposare e sognare e chissà cosa popolava quella soffice fase REM. Scene di monti, di mari. Oppure no, strade accoglienti di una piccola cittadina su un lago. Sì, un bellissimo lago al tramonto. Lui che le cinge delicatamente le spalle, provando a tirarla verso di sé. Lei che comprende che sta per essere baciata, china appena appena il capo, chiude gli occhi e attende che il tepore crescente le comunichi l’avvicinarsi di quelle labbra.
E in quel preciso momento, il cellulare.
La mano curatissima emerse dal piumone, iniziando l’esplorazione del comodino: collana di perle grigie, orologio piccolo dal quadrante oblungo, tazza con pochissimo latte residuo al fondo. Iphone. Finalmente.
Anche la folta capigliatura affiorò insieme al volto ancora sgualcito dal sonno profondo.
«Ma, ma chi è?»
«Micaela? Micaela chi?»
«A sì, Micaela! Ma che ore sono?»
«Cosa? Ma che diavolo ne so io perché non risponde?»
«La dovete finire di credere a tutte le fesserie che vi racconta…»
«Ma che ne so se sta parlando con Denis.»
«Ma vaff…»
Chiuse il telefono con rabbia ricacciandosi sotto le coperte. Piano piano il sonno tornò a vincerla. Questa volta era su una spiaggia, sdraiata su un telo bianco e azzurro. Lui riemergeva dall’acqua, avvicinandosi e sgocciolando di salsedine sulle sue braccia, sul viso, sulle labbra. E poi…
E poi di nuovo il cellulare.
Questa volta scattò come una molla isterica, disfacendo di colpo il letto. Afferrò con stizza l’iphone con la mano destra, accettando la chiamata senza neanche guardare il nome.
«Chi è?»
«Come? Non si sente nulla! Parla più forte!»
«Matteo chi?» – disse staccando un attimo l’orecchio e guardando il nome sul display.
«Ah! Sì! Certo! Ma che diavolo avete oggi!»
«L’hai trovata? Ma cosa scusa?»
«Cosa?»
«Ora? Ma sono le sei e io stavo dormendo? M’avete fatto stare sveglia una settimana. Mi fate dormire ora?»
Tre ore dopo, un piccolo jet anonimo otteneva l’autorizzazione all’atterraggio. Sulla pista una Panda grigia attendeva già da una mezz’ora. Al posto guida Alfio Falsaperla, leggeva con interesse del calciomercato, almeno fino a quando sulla scaletta, le gambe inguainate in un attillato fuseaux antracite non sequestrarono il suo sguardo. Un breve saluto, poi la corsa verso la città.
Per non dare nell’occhio i suoi capi avevano consigliato di fare viaggiare la donna sul lato passeggero, invece che dietro come il suo rango richiedeva. E Alfio continuava a sentir salire la pressione ogni volta che l’accavallarsi delle gambe ricordava le forme della donna accanto. Le orecchie arrivarono addirittura al calor rosso, quando la temperatura dell’abitacolo consigliò l’apertura della giacca corta, con conseguente esposizione di altri dettagli femminili di pregiatissima fattura. Per fortuna la chiesa dell’appuntamento arrivò a salvare il funzionario di scorta, ristabilendo i parametri coronarici normali. Con un sorriso accennato lei scese dall’auto incrociando un imperturbabile agente in borghese che le fece cenno di entrare.
La chiesa a quell’ora era deserta, solo due uomini in attesa la accompagnarono a una porticina seminascosta tra le decorazioni di un altare laterale.
«È giù» – le disse quello pelato – «stia attenta alla testa che all’inizio è molto basso.»
In effetti dovette fare alcune contorsioni per entrare nel piccolo antro. Barcollando sui tacchi alti iniziò la sua discesa reggendosi sul pilone ruvido di una scala a chiocciola che sembrava non finire mai. L’aria si faceva sempre più umida e pesante e la luce sempre più fioca. Lui era alla fine della scala con il suo sorrisetto da bambino viziato, accanto a tre energumeni con gli occhiali da sole.
«Matteo, se questo è uno dei tuoi scherzi…»
Lui non rispose proprio, la prese per mano e quasi rischiando di spaccarle i tacchi vertiginosi, la trascinò verso una strana apertura sul terreno. Avevano già montato un paranco elettrico, con un filo che prendeva la corrente da un complesso groviglio di cavi. Agganciato al paranco un cestello tipo quello delle mongolfiere.
«È giù» – le disse – «nel pozzo.»
Salirono sul cestello e uno degli energumeni azionò il motore. La luce divenne sempre meno, solo uno spot sulla sommità e un flebile chiarore sotto i loro piedi. Ad un tratto il rumore di uno schiaffone risuonò nel buio.
«Ahia! Cercavo la maniglia per tenermi io!»
«E non son maniglie, Matteo. Stai calmino eh, che oggi so’ nervosa proprio!»
Sul fondo del pozzo si dipartiva uno stretto cunicolo alla cui imboccatura, avvolto in una pelle di cammello, qualcosa era appeso al soffitto.
«È lei, è lei, è la Santa! Oliv…» – disse Matteo tutto eccitato, ma non ebbe neanche il tempo di finire il nome che un vento impetuoso si alzò e acqua iniziò a bagnare tutte le pareti. Dal cunicolo arrivarono urla disumane e come un frastuono di tuono. Prima una moltitudine di pipistrelli invase l’antro sfuggendo verso la sommità del pozzo. Poi una luce accecante rivelò una figura bassa, ingobbita, con evidenti occhiali di celluloide neri e orecchie pronunciatissime. In mano uno scudo crociato con due lettere fiammeggianti: D C.
«È lui, Giulio!» – fece Matteo con aria sognante.
«Ci sei riuscito, Matteo. L’hai ritrovato! Ma allora la profezia di Sant’Oliva era vera» – sognante anche lei, ma assonnata.
Fuori dalla chiesa Alfio li attendeva poggiato alla Panda grigia. In tutta la piazza caroselli di auto in tinte rosanero, festeggiavano qualcosa di storico. I due uscirono, accecati dalla luce del giorno, troppo intensa per chi proveniva dalle viscere della terra. Salutarono con la mano Giulio andare via dentro una macchina con i vetri oscurati, poi si avvicinarono alla Panda.
«Andiamo a mangiare qualcosa per festeggiare?» – disse Matteo – «caro Falsaperla, lei conosce qualche posto nelle vicinanze?»
«Vi porto qui dietro che fanno degli arancini…» – non completò la frase Alfio. Un fulmine dall’alto lo incenerì lasciando un alone di bruciato sul cofano della Panda.
I due guardarono il mucchietto di cenere perplessi.
«Guidi te che io c’ho i tacchi?»
«Sì, guido io!» – rispose Matteo – «A proposito Maria Elena che ti trovi ancora il libro di ricette palermitane? Vorrei darci un’occhiata! Tanto per sta’ sereni!»

Buon lavoro Presidente.

Annunci
commenti
  1. newwhitebear ha detto:

    Ho faticato non poco a destreggiarmi tra i dialoghi e le riflessioni ma sono arrivato alla fine con un dubbio: era un omaggio al neo presidente?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...