Il vetro, le ombre, la paura. (UNO)

Pubblicato: 26 gennaio 2015 in Delirii

Dedicato a tutte le vittime.
Anche a quelle che furono carnefici.

Alle volte penso che dovevamo immaginarlo e fuggire via prima della catastrofe. In fondo eravamo convinti che parlare la loro lingua, vestire come loro, ascoltare la loro musica, leggere i loro libri ci avrebbe resi liberi. Ma sbagliavamo.
Adesso lo so che forse è stato un errore rinchiuderci nelle nostre tradizioni, o anche solo continuare a professare le nostre religioni. Tramandare quei valori che ci univano, lontani da quel tempo e da quella geografia. È stato un errore, perché ci si conosce realmente solo nelle feste, durante i riti. E noi avevamo le nostre feste, i nostri riti dai quali loro restavano fuori. Poi magari andavamo in giro, vestiti secondo la loro moda; e anche le nostre donne andavano in giro e vestivano come le loro donne, ma troppo tardi abbiamo capito che questo non era bastato.
Noi eravamo gli altri: infidi che covavano la vendetta. Occhio per occhio, mi sembra disse qualcuno. E stranamente quest’assurdo si applicò anche a noi, quando arrivò la paura.
La vedevi mentre camminavi per strada la paura. Negli occhi degli uomini che non riuscivano ad arrivare alla fine del mese. Nei borghesi con i loro vetusti cappottini, a sfidare un freddo che nessun tepore di casa avrebbe mitigato. Era la paura del futuro incerto. Pura paura senza alcun bersaglio preciso.
Percepivano che qualcuno stava circuendo i loro figli, i loro pensieri, le loro anime, ma vedevano solo figure sfocate dietro un vetro opalescente. Osservavano quelle ombre e avvertivano brividi di terrore sulle schiene curve di fatica e sottomissione. Poi qualcuno salì su un tavolo per farsi vedere meglio. Quel giorno erano tutti chini sui loro bicchieri vuotati d’un fiato per esorcizzare la paura. Così l’uomo salì su quel tavolo e tutti si girarono quando urlando ruppe il vetro opaco. Dietro c’eravamo noi, coi nostri riti, la nostra lingua, i nostri cibi, le nostre donne. Noi che eravamo ufficialmente gli altri.
Iniziarono a evitarci e in ghetti sempre più lugubri fummo con solerzia concentrati, finché qualcuno non disse basta. Basta, vadano via, tornino da dove sono venuti. Li si porti alla frontiera, abbandonati al loro destino. Che cerchino da soli le loro terre, se ne hanno. Ma le frontiere non erano per noi amiche. Anche di là nessuno ci voleva. Eravamo ufficialmente gli altri, ovunque!
Allora qualcuno disse basta, mandateli in qualche posto lontano: l’Africa, il deserto. Che ne so, il Madagascar, l’Australia! Dove c’è spazio e possono starsene lontani, tra loro, a farsi porcherie a vicenda. Ma eravamo tanti, troppi! E quante navi e vagoni e soldi e tempo che ci sarebbero voluti. Troppo, tutto troppo.
Schiavi! Ecco, schiavi fu la risposta, teniamoli come schiavi. In fondo è la loro indole, poco lontana da quella delle scimmie. Fanno ridere in fondo e hanno mani e braccia per lavorare da schiavi. Devono o no risarcire la società per il bene e il tempo che abbiamo concesso loro? Ma continuavamo a essere troppi e più cresceva la paura, più diventavamo. Loro, imbestialiti, iniziavano a chiedersi, ma come fanno a essere così tanti e perché l’uomo salito sul tavolo non riesce a toglierceli di torno.
Morte! Sì! Bisognava ucciderci tutti! Ecco! Prima schiavi e poi morti! Ma eravamo troppi e per ucciderci erano necessari proiettili e assassini e psichiatri per curare gli assassini. E soldi per i proiettili, per gli assassini e gli psichiatri. Così reclutarono chimici, fisici, medici. I migliori e, soprattutto, i più impauriti, proprio per ideare lo sterminio. E chimici, fisici e medici lo trovarono un metodo: a migliaia alla volta ci uccidevano come colonie di formiche. Ed essendo troppi, chimici, fisici e ingegneri dovettero trovare anche un modo per far dei nostri corpi cenere.
Finalmente stavamo scomparendo e si stupivano della cosa, ma ancora di più che tutta quella cenere stesse invadendo il loro mondo: montagne di cenere, campi di cenere, strade di cenere, cieli di cenere. Troppa cenere! Furono così i meteorologi a doversi inventare un vento nuovo: lo chiamarono oblio quel vento caldo che spazzò via la cenere e sembrò ripulire tutto.
Intanto il tempo scorreva, ma la paura quella rimaneva intatta e il vetro opaco era di nuovo al suo posto, integro. Dietro, si vedevano ombre sempre più numerose e cupe. Dell’uomo sul tavolo erano rimasti solo vaghi aforismi, spazzati via da un vento gelido da nord.
Un giorno udirono urli ferini arrivare dalle ombre e di colpo il vetro schizzare frantumi ovunque. E quindi si videro, da una parte e dall’altra chini sui loro bicchieri vuotati: un uomo torvo in piedi su un tavolo li stava indicando.
Compresero presto che ufficialmente gli altri erano loro.

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