Buona la prima.

Pubblicato: 22 gennaio 2015 in Magic Box

Iniziava a piovere e piccole gocce rigavano il parabrezza con sempre maggiore insistenza. Il tergicristallo provava a spazzarle via, mentre l’auto superato il tir si reinseriva sulla corsia di marcia, ma il risultato era pur sempre deludente.
Tun-tun. Tun-tun. Il rumore ritmico della spazzola sul vetro non alterava l’esito dei pensieri del guidatore, anche se ogni tanto l’occhio provava a seguirne il movimento, ma solo un attimo per non perdere il senso della carreggiata.
L’uomo era stanco e così l’insegna del prossimo autogrill lo convinse a cercare riparo e aspettare la fine dell’acquazzone. Inserì la freccia: tic, tic, tic, tic. E si portò nella curva d’accesso alla stazione.
A destra vari bestioni di metallo, soverchiati dal peso di enormi container giacevano esausti e fradici. Qualcuno grondava ruggine da una ferita ruvida sul fianco. L’uomo osservò la scena come se riconoscesse in quei graffi il marchio di un qualche cacciatore di tir appostato su quell’autostrada; e intanto dall’apertura della portiera qualche rivolo di burrasca lo raggiungeva in volto imperlandone gli occhiali.
La luce del pomeriggio s’andava ritraendo dietro la coltre di nubi sempre più cupe e cariche. Sembrava buio di già, ma ancora ne aveva di tempo per la sera.
Click, scattò la porta a vetri dell’entrata. Dietro le lastre appannate, dentro l’autogrill, i camionisti bivaccavano, sui tavoli chiari, ognuno con il suo caffè o beverone fumante.
Click, emise la chiusura metallica dietro le sue spalle. Al bancone un omino con una buffa chierica, intento a tampinare un appariscente donnone slavo, gli preparò il caffè e il tazzone di cioccolata calda su un vassoio tondo in metallo.
Nella parte opposta della sala la ragazza occupava uno dei tre tavoli disponibili. Aveva lunghi capelli corvini che si adagiavano sulla schiena, nascondendo la spalliera bianca. Il volto assorto si rifletteva sulla grande lastra di vetro che la separava della pioggia. L’uomo si diresse al tavolo alla destra della donna, depose il vassoio e si avvicinò una sedia. Anche lui iniziò a guardare fuori sorseggiando il caffè: spruzzate d’acqua inondavano le aiuole ogni volta che un tir transitava con la sua mole e la sua velocità. Del paesaggio si percepiva ancora qualche ectoplasma di esistenza un po’ oltre le corsie, rassicurante testimone della persistenza del genere umano sul pianeta.
«Alle volte penso che la fine del mondo dovrebbe iniziare così», disse la ragazza continuando a guardare fuori, «una specie di svanire progressivo di tutto. E io che guardo fuori da un vetro, mentre piove.»
L’uomo girò il volto, mentre poggiava la tazzina sul vassoio. Il profilo della ragazza aveva un qualcosa di antico; una bellezza disadorna da libro d’arte riaffiorata dalle ombre rincantucciate in qualche andito della sua memoria.
La guardò ancora e comprese che quella poteva essere la sua ultima occasione. Così si fece coraggio e con un tono caldo nella voce le chiese: «vuoi scopare?»
Il viso calmo della ragazza si rivolse verso di lui. Lo guardò come per leggere dentro i suoi sentimenti veri e scrutare le ferite, quasi fosse uno dei container graffiati dal cacciatore di tir. Rimasero così in silenzio per un lungo istante.
Poi scoppiarono a ridere piegandosi in due sulle sedie. Dietro di loro una voce stridula iniziò a urlare qualcosa in una lingua strana. Era il regista bielorusso dietro la macchina da presa, in piena crisi di nervi, che quasi si strozzava con il foulard al collo. Al suo fianco una figura eterea e calva, con un’improbabile camicia a fiori, lo aiutò a scendere dal trespolo, consegnandolo a due assistenti. Assicuratosi che il maestro fosse correttamente sedato si rivolse ai due che continuavano quella grassa risata.
«Ma allora voi l’avete col maestro! È la quarta volta che giriamo questa scena, perdio!»
«A belli capelli ed è la quarta volta che continuo a dire che ‘sto film è una cagata» disse l’uomo, che poi altri non era che Felipe Constantin, al secolo Pierantonio Finetti, vincitore di Uomini vs topi di fogna, il reality più popolare in Italia.
«Ma Pier! Questa è la scena che prelude la grande liberazione sessuale della protagonista. Si celebra la sua libera scelta del piacere. Da timida ragazza che per sopravvivere guida un tir a…»
«… a troia che nel container allestisce un bordello sadomaso e ‘nsieme a l’amichetto suo si tromba tutto il sindacato autotrasportatori, e pure il ministro», sbuffò la donna alzandosi dalla sedia e dirigendosi alla porta.
«A coso facciamo che tanto quello non si riprende, come due giorni fa, e ci si fa una bella mangiata dove so io. ‘Nnamo Pier!»
Felipe la seguì mentre il tipo calvo ed etereo continuava a sbraitare che 69 sfumature di diesel era arte pura e che loro non capivano il maestro, allievo del grande Bertolucci e casaro produttore del famoso burro.
Sull’autostrada ancora invasa dall’acqua Felipe e la povera Chantal – sì proprio la Chantal del fortunato reality Ninfomani vergini rapite dall’Isis – continuarono a sbeffeggiare il traballante copione di quel pornazzo scopiazzato. Andavano a trenta, osservando quanto si fosse svuotata da mezzi e guidatori quell’autostrada. Alla prima uscita presero la statale fermandosi in una piazza completamente svuotata dal mal tempo. Veloci si fiondarono nella trattoria di Cesco, ma anche quella era deserta. Suonarono al negozio e alle porte accanto: nulla, il paese inspiegabilmente era privo di vita. Allora uscirono e passarono due ore a girarsi il circondario ridotto a landa desolata, svuotato di ogni forma di esistenza umana. Come se tutti fossero di colpo evaporati appunto.
Poi ripresero l’autostrada e sotto gli scrosci sempre più intensi tornarono al famoso autogrill, anche quello deserto, completamente deserto. Niente tir, persone, banconisti, registi e assistenti. Solo loro. Unico rumore i loro fiati e la pioggia battente.
Chantal recuperò stordita il suo posto davanti la vetrata, così come Felipe il suo. La visibilità era quasi azzerata e il buio sembrava avvolgere tutta la terra. L’acqua iniziava a salire e aveva cancellato tutti i marciapiedi, rendendo la stazione di servizio un grande lago grigiastro.
«Hai presente quella battuta sulla fine del mondo?», disse Chantal con una voce lontana, «l’avevo scritta io allo sceneggiatore. Eravamo amanti. Me la facevo con lui e con il produttore, sennò col cavolo che mi davano la parte a me!»
Rise. L’acqua continuava a salire e da fuori iniziava a invadere la sala deserta. Felipe capì che doveva anche lui dire qualcosa, prima che Dio facesse evaporare anche loro. Qualcosa che rimanesse di lui ancora per un po’ nell’aria durante la fine.
Poi si girò e con un filo di voce chiese «vuoi scopare?». Dall’alto un Dio fece «ok! Buona la prima.»

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commenti
  1. newwhitebear ha detto:

    Un buon finale a completamento di un post, che secondo me soffre alquanto nella fluidità di lettura per via di aggettivi e immagini che appesantiscono la lettura. Sfrondato. Rese più secche le frasi diventa un eccellente racconto. Diciamo che la parte migliore è quella finale, dove Pier e Chantal si allontanano e trovano il vuoto.

    • catenomarco ha detto:

      Forse avrei voluto maggior spazio nella parte centrale, ma non volevo eccedere per motivi radiofonici.
      Anche se io spesso tendo a baroccheggiare, il cambio di passo anche nella struttura era un poco cercato. Come ho detto in trasmissione cercavo (riuscirci è un’altra cosa) di dare alla storia una continua indecisione del tono della storia. E alla fine, arrivati alla catastrofe anche Dio sembra solo disposto a scherzare.

      • newwhitebear ha detto:

        La prima parte in effetti è un po’ troppo barocca. Forse perché io tendo al minimale. alle frasi corte e secche, come avrai potuto notare. Poi la narrazione si è sveltita e gli effetti si notano.

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