La nebbia a Edimburgo non c’era.

Pubblicato: 8 gennaio 2015 in Magic Box

«Quattordicimila! No Peter, non ti puoi rendere conto, quattordicimila tutti dissolti in quella nebbia. E nessuno di loro avrebbe scommesso un penny sul fatto che alla fine l’arbitro sarebbe stato ancora in grado di cacciarsi il fischietto in bocca e soffiarci dentro per tre dannatissime volte. Riesci a vederla Peter tutta quella accozzaglia di persone? Riesci Peter?»
Peter quella storia l’aveva ascoltata mille volte, eppure il nonno riusciva sempre a inserire qualche particolare nuovo. Stava lì a sentire, come sempre, un orecchio al nonno e uno ai rumori fuori dalla stanza. Un occhio al nonno e uno alla goccia che scandiva il tempo della flebo.
Il racconto iniziava sempre e comunque dall’arrivo di Bob. Lui, insieme a tutti quei pazzi, si era ritrovato quel primo dell’anno davanti allo stadio. O quanto meno davanti a quello che doveva essere lo stadio, visto che l’unico modo di capire se c’era davvero era di andarci a sbattere contro, con la nebbia che si era ingoiata tutto: prato, spalti e tifosi. Tutto, compreso Edimburgo, invisibile e troppo facile preda della Luftwaffe. No, quello non era tempo per correre in mutande dietro a una palla di cuoio; c’era solo da calarsi il berretto sulle orecchie e correre verso casa, magari pregando che i crucchi non si divertissero a vomitare sulla città morte tonante dal cielo.
Già! E quello alla fine non fu un derby come gli altri, divenne bensì una rivolta. Un’intera comunità che si ribellava contro quella guerra, contro tutta quella morte. E fu proprio il pezzo grosso della BBC a innescarla, lui che spuntò dalla nebbia, prese Bob per un braccio e se lo portò dove lo attendevano già i due capitani con l’arbitro. Quello si vedeva che aveva un sacco di cose da dire, gesticolava come un italiano e terminò con un “e quindi si gioca” che significava un sacco di cose. Bob rimase in silenzio; capitani e arbitro si erano già avviati ai loro posti e lui era solo nel bel mezzo di quella nebbia fitta fitta come la polvere di un crollo.
«E io e qualche altro ragazzetto eravamo proprio lì. Capisci Peter, non è che qualcuno mi raccontò la faccenda. No, io la vedevo la storia accadere. Sentivo Bob che ci dava istruzioni, ci diceva che dovevamo andare a bordo campo e capire che diavolo stava avvenendo lì in mezzo. E quando ci avevamo capito qualcosa dovevamo arrampicarci sino alla sua postazione e riferire. Svelti su che hanno già cominciato, disse, e da quel momento si capì che eravamo proprio nel bel mezzo di un miracolo. Sì, perché Bob iniziò a inventarsi la partita: ogni tanto, dalla sua postazione, si vedevano le ombre di Gilmartin e di Donaldson sulla fascia prendersi a pedate, per qualcosa che doveva essere un pallone, ma niente di più. Io arrivavo di corsa, scandivo un nome, raccontavo qualcosa che mi avevano riferito quelli dalle prime file e Bob creava il derby. Lo tirava fuori dal nulla ovattato di tutta quella nebbia e lo sparava direttamente dal suo microfono contro tutto lo stato maggiore nazista. Peggio di un colpo di mitraglia. Scaricava più parole lui in un secondo che tutta l’artiglieria del Reich. E dalle radio negli accampamenti in Europa quelle parole per i nostri ragazzi diventavano un cielo terso, una bella serata invernale in Scozia. Diventavano le loro case, le loro donne, i loro cani, i ciocchi incandescenti nei camini accanto agli alberi di Natale scintillanti di rosso e oro. Finalmente era arrivata la festa di Hogmaney anche per loro, e Bob era il First-Foot che portava sale, carbone e la fine di quell’orrore. In cambio gli avrebbero offerto da bere e tutte le donne delle loro case da baciare.
Anche per mio padre sai? Dalla sua branda ascoltava il derby di Bob e sono convinto che, per un attimo, vide anche me fare su e giù da quel campo invisibile. Io, che stavo contribuendo insieme a tutti gli altri alla creazione di Bob. Io, suo figlio!»
Non era più tornato suo padre, uno dei tanti ragazzi inghiottiti dalla guerra in Europa, ma il nonno era convinto di quella cosa e continuava a ripetere che nell’altro mondo, lo avrebbe abbracciato di nuovo per poi raccontargli di quella sera sulla branda e di come lo vedeva salire e scendere da quegli spalti affollati. Gli avrebbe detto che allora non aveva compreso tutta quella fatica, visto che la nebbia per lui, su quella branda, non c’era in quella sera fredda e dolce a Edimburgo.
Con le dita ischeletrite il nonno girò ancora la manopola e dall’altoparlante iniziò a fluire il racconto del nuovo derby. Non l’aveva voluta la TV in stanza, diceva che le partite le devi vedere alla radio. Sì, diceva proprio vedere, perché per lui le vere immagini stavano solo nella voce del radiocronista. Lui chiudeva gli occhi e iniziava di nuovo il miracolo, come quella sera in Scozia, e non era per nulla importante se il tipo dietro il microfono sbagliava i nomi dei giocatori o s’inventava le cose. No, non era importante qual era la realtà, il senso era nel racconto, nella vibrazione di fondo che a un certo punto ti catapultava direttamente sul campo, a combattere e sudare per i tuoi colori, a ricordarti del posto dove eri nato, dove avevi amato per la prima volta, dove…
La partita era di fatto conclusa e questa volta erano gli Hibs i vincitori con due reti di scarto. Peter ad un tratto lo vide sorridere e alzare una mano come a salutate qualcuno. Allora li chiuse anche lui gli occhi e nelle parole del radiocronista iniziò a vedere suo nonno bambino arrivare trafelato dal bordo campo. Arrivare, sedersi accanto a lui con gli occhi felici e con la mano salutare un uomo poco distante, giovane, con la divisa della RAF.
«Peter, era come dicevo io! L’ho chiesto a mio padre e lui mi vedeva alla radio quella sera.»
Poi si era girato e aveva detto a Bob che la partita era finita già da un quarto d’ora, che gli Hearts avevano vinto sei a cinque e che Donaldson lo avevano recuperato che urlava come un ossesso nel campo vuoto cercando di farsi passare la palla da qualche disgraziato perso nella nebbia. Bob fece segno di sì con la testa, si inventò un finale epico urlando d’un tratto che era finita. E lo gridò come se anche la guerra in quel momento non avesse altra scelta che rassegnarsi e terminare.
Il tizio alla radio disse qualcosa su un Martini e sulle olive che avrebbe buttato dentro per festeggiare quella splendida vittoria, salutò e ringraziò tutti gli ascoltatori, chiudendo la radiocronaca. Il nonno e suo padre uscirono dallo stadio insieme. Si tenevano per mano e la nebbia a Edimburgo non c’era.

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commenti
  1. newwhitebear ha detto:

    Un bel racconto elegante e piacevole da leggere.

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