L’alba del Capodanno

Pubblicato: 31 dicembre 2014 in Caffè Letterario, mEEtale

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Questo racconto, in forma ridotta, è stato scritto per Sindrome Palindrome di Etnica Radio e adesso è su Caffè Letterario a questo link.
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L’alba del Capodanno su mEEtale.

Buon Anno.

Clangore di tempesta e urli di scogli sgretolati dall’onda. Questo si sentiva arrivare da fuori, mentre gli avventori, in quel buco di taverna, impiegavano le ultime ore sguaiate dell’anno. Le loro facce paonazze si abbandonavano sulle panche, in preda al delirio alcolico, ma troppo presto per conservare la voglia di alzarsi e guardare l’alba del primo giorno.
La barchetta, squassata da onde alte quanto montagne, era riuscita a doppiare la punta estrema del molo, ormeggiando all’unica bitta rimasta libera in quell’orrida notte. Lui e lei si vomitarono fuori dal sotto coperta, povero stomaco di quell’essere di legno e corda, fradicio di tempesta. Per alcuni minuti stentarono a capire dove fossero e soprattutto perché. Alla sinistra la luce della taverna del porto richiamò la loro attenzione; ricordarono allora che tutto quel mare lo avevano voluto affrontare per un desiderio, che finalmente in quel luogo avrebbero esaudito. Così, mano nella mano, si incamminarono verso quella luce, mentre il vento ululava come mai avevano sentito nelle loro giovani vite.
Lui e lei, con timore, entrarono nel piccolo locale in fondo al vicolo, finalmente al riparo da quella pioggia e dal Dio che la mandava. Il cameriere con un occhio solo li guardò in cagnesco: pensò – “a quest’ora ancora gente da servire?”
La signora, invece, si avvicinò sorridente, fregandosi le mani unte sul grembiule rosso festa.
«Benvenuti! Vi aspettavo!»
«Noi?» – fece stupita la ragazza.
«Certo voi! E chi altri! Tutti questi vecchi mi avevano stufato questa sera! Sedete vi avevo riservato un tavolo.»
Lui e lei tenendosi stretti, seguirono la signora verso lo striminzito tavolino all’angolo, incastrato tra i due monconi di muro ingrommati di salsedine. Proprio davanti a loro si apriva la finestrella sulla scogliera e, in lontananza, la barchetta che li aveva portati sin lì danzava al ritmo della residuale forza delle onde. Nessuno, sarebbe passato più a quell’ora e la flebile luce della luna, ogni tanto, trapelava dagli squarci delle nubi minacciose sulla piccola isola. Lui si chiese come avrebbero fatto a riprendere ancora il mare. Lei lo rassicurò che il sereno sarebbe tornato, prima o poi.
Il cameriere con un occhio solo si avvicinò svogliato, iniziando a disporre alla bell’e meglio pane, bevande e stoviglie sul decrepito pezzo di legno scuro del tavolo. La signora arrivò dopo qualche attimo, con il suo sorriso gentile e il pentolone di zuppa fumante.
«Non è il Grand Hotel, ma il pesce è freschissimo» – fece la donna mentre riempiva le ciotole di coccio rossiccio – «ovviamente sapete l’usanza della casa!»
«No, non sappiamo… è la prima volta che visitiamo questo posto» – disse il ragazzo.
La signora allora poggiò il mestolo nel pentolone e iniziò a frugarsi in tasca. Ne estrasse un foglio spiegazzato e un mozzicone di matita, che adagiò davanti alla ragazza.
«Ecco qua. Finite la vostra cena con calma, il tempo c’è, ma non dimenticate di scrivere su questo foglio un vostro desiderio per l’anno che sta per arrivare. Mi raccomando, è importante, prima di mezzanotte!»
La signora riprese il pentolone e scomparve dentro la cucina. La bufera fuori continuava, sferzando le imbarcazioni lontane richiamate in porto dal pulsare ritmico del faro. Giù, la spiaggia era ritmicamente erosa e lo scoglio piatto affiorava e veniva sommerso, in risonanza con il chiarore della lanterna sopra le loro teste.
Lui e lei mangiarono con gusto, scambiandosi idee, parlando e osservando fuori dalla finestrella il mare allungarsi e ritrarsi in schiuma bianca luminosa, sotto il fascio del faro. A un tratto si guardarono e annuirono complici. Lei prese la matita e annotò qualcosa. Lui prese il foglio, lo lesse e lo ripiegò in quattro, poggiandolo nuovamente sul tavolo, vicino alla bottiglia di vino. Pochi minuti e qualcuno, dall’altra parte della piccola sala, iniziò ad urlare che ci voleva poco, che era tempo di preparare il brindisi, che bisognava sbrigarsi, altrimenti tutti i loro desideri sarebbero rimasti inesauditi.
La signora allora si precipitò fuori, asciugando le mani in fretta sul grembiule rosso. Transitando davanti al tavolo dei due ragazzi diede un’occhiata al foglietto ripiegato e abbozzò un sorriso. Poi tirò fuori da una vecchia credenza un’improbabile bottiglia di vino frizzante e si mise in ascolto: in sala di colpo scese il silenzio, solo il mare in burrasca inveiva sulle rocce lontane. La luce della sala si affievolì, abbastanza da lasciare solo trasparire i riflessi del pulsare del faro sulla schiuma del mare. Uno, due, tre… Ne contarono dieci di intermittenze; poi fu un tutt’uno di urla festose, stappare di bottiglie e riaccendersi di luci. E scodelle, bicchieri, tazze e ogni recipiente piccolo o grande si affollò sotto la bottiglia, per assicurarsi il vino. La signora ne versò un po’ anche al tavolo dei due, controllò con un’occhiata che tutti in sala ne avessero, alzò la bottiglia in segno di augurio e trangugiò il poco liquido rimasto in un sol sorso.
«Allora, vedo che avete scritto il vostro desiderio! Posso leggere?»
Lei fece segno di sì con la testa e avvicinò il foglietto alla donna.
«Ci piacerebbe tornare ancora in questo porto sicuro» – lesse la donna; li guardò con uno sguardo amorevole, chiuse gli occhi e disse – «e sia!»
Lui e lei allora, per mano, entrarono nel piccolo locale in fondo al vicolo. Fuori pioveva che Dio la mandava. Il cameriere con un occhio solo li guardò in cagnesco: pensò – “a quest’ora ancora gente da servire?” La signora invece si avvicinò sorridente, fregandosi le mani unte sul grembiule rosso festa.
«Benvenuti! Vi aspettavo!»
«Noi?» – fece stupita la ragazza.
«Certo voi! E chi altri! Tutti questi vecchi mi avevano stufato questa sera! Sedete vi avevo riservato un tavolo.»
Il cameriere con un occhio solo si avvicinò guardingo, iniziando a disporre alla bell’e meglio pane, bevande e stoviglie sul decrepito pezzo di legno scuro del tavolo. Furtivamente però proprio sotto la bottiglia del vino nascose un foglio spiegazzato. Fu lei a vederlo per prima, lo aprì e riconobbe stupita la sua calligrafia. Poi lo passò a lui che lo guardò, osservò la piccola platea di decrepiti figuri intorno, e capì tante cose. Di scatto si alzò in piedi, la prese per mano e corse fuori. Tutti guardarono la scena inorriditi, perché mai nessuno era riuscito a fuggire in quel modo, e la signora si precipitò fuori dalla cucina provando a rincorrerli. Sulla barca con la quale erano arrivati, lui e lei abbracciati guardavano il faro pulsare di luce violenta. Le onde li sbalzavano e li inzuppavano e la paura della tempesta era grande, ma ancora più grande era stato il sentore che quel mondo di morti viventi, segregati da sempre su quell’isola assurda li potesse lentamente digerire in quelle viscere golose di promesse tradite.
Il cameriere con un occhio solo li guardò allontanare dalla finestrella, sorridendo complice; afferrò il foglio, lo accartocciò e lo lanciò nel fuoco del camino. Fu solo una piccola vampata, poi un fumo azzurrino verso il cielo che, di colpo e chissà per quanto tempo ancora, si colorò di alba: serena.

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