Ventuno

Pubblicato: 20 dicembre 2014 in Delirii

«Tempi bui, caro amico. Ci vorranno secoli per ritornare vivi!»
Il vapore bianco che si sprigionava dal cilindro arrossato di ruggine ebbe un lieve ondeggiare. L’uomo, sporco di fuliggine controllò che non ci volesse ancora sale sulla brace, beccandosi una zaffata di fumo proprio in faccia.
«Tempi bui, dicevo. Proprio un mese fa Margherita ha deciso di andare via. Lo aveva detto e lo ha fatto.»
Poggiò la pentolaccia e si ripulì con uno straccio le mani imbiancate di cenere di sale.
«Alle donne uno non ci crede, perché le vede quasi inermi. Dice che è il sesso debole. E invece lo sa che c’è ? Che quelli deboli siamo noi! Sì.» E infilandosi ancora dentro il fumo candido diede un altro scossone alle castagne.
Il tizio in attesa, barricato nel suo cappotto liso, non comprendeva esattamente il discorso. Aveva solo freddo e una prescia esagerata di rientrare a casa. Solo quello. Tutto sommato però stava bene ad ascoltare quell’omino e la sua storia. C’era il fuoco acceso e tanto caldo da portarsi a casa in quella sera gelida. E c’era quella tettoia precaria a ripararlo dalla pioggerella battente e fastidiosa che tutto il pomeriggio aveva picchettato sul davanzale. Gli stava bene così ed elargì una bella frase di circostanza.
«E lo sa perché siamo deboli? Glielo dico io! Perché ad un certo punto ti ritrovi che lei se n’è andata chissà dove e nessuno ti ha spiegato cosa fare. Siamo deboli perché alla fine non reggiamo la solitudine e allora ci mettiamo a parlare con il primo che capita!»
Afferrò il pentolone e rovesciò le castagne sulla cesta. Fuori la pioggerella iniziava a mischiarsi al vento gelido dalla montagna.
«La sto annoiando, lo so!» – tirò il foglio di carta bruna in un coppo, premendo la punta e lo riempì di caldarroste roventi.
«Ma no si figuri!» – disse il tizio mentre contava con gli occhi le monete del resto – «fa piacere invece scambiare due chiacchiere.» Poi augurò qualcosa per quella sera di festa e si diresse verso casa, cercando di sfruttare il riparo dei balconi. Non doveva andare lontano, ma la pioggia gelata arrivava a raffiche oblique che gli ferivano le guance. Arrivato al portone frugò la tasca destra, estrasse il piccolo mazzo di chiavi e come al solito stentò ad aprire il cancello grigio scrostato.
La casa era fredda come la strada, ma lo stesso si liberò dell’ingombrante cappotto, poggiandolo sulla spalliera di una delle due seggiole della casa e rimanendo con il solo maglione a scacchi. Sul tavolo della cucina, minuscola, il coppo continuava a emanare il suo calore, nel tentativo disperato di limitare il gelo della casa. Fuori le luci della festa ticchettavano ironiche e già dalle finestre di fronte arrivavano volti di bambini che si disponevano all’attesa. Dietro il palazzetto dell’angolo il fumo bianco si alzava dalla fornacella nascosta del castagnaro. Il tizio prese da uno sportello un cartone di rosso indecente e due bicchieri che sbadatamente dispose sui lati opposti del tavolino. Ne versò solo in uno osservando il colore già virato al marrone. Prese una castagna, tolse la buccia e ne gustò il sapore che sapeva di scene di famiglia e urla di bambini. Il vetro brinato di piccole gocce iniziava intanto ad appannarsi e lui con il dito disegnò il suo nome, bevendo un po’ del vino e guardando il fumo in lontananza.
Non era sera per stare soli quella e così si ritrovò, ancora nel suo cappotto liso, sotto la tettoia precaria, davanti all’uomo che smontava la postazione ambulante, caricando le carabattole sull’ape giallina.
«E pensa che si sistemerà la faccenda?» – disse il tizio senza neanche salutare.
L’uomo non si voltò neanche come se la conversazione di prima non si fosse mai interrotta. Sistemò un sacco di iuta sul cassone e ci si mise seduto sopra.
«Non è facile a dirsi. E magari neanche importante. Bisognerebbe essere educati sin da piccoli che le cose non si sistemano sempre. Che è inutile tenere insieme i pezzi con la colla. Ecco! Forse l’errore dei nostri genitori è avercela comperata la colla, perché noi siamo venuti su convinti che i cocci vale sempre la pena di sistemarli. Poi da grandi ci si rende conto che quella roba era da gettare via. Che quei vasi rabberciati era meglio ricomprarli nuovi, e finisce che in queste sere ci ritroviamo da soli a pensare che in effetti si capiva che il vaso incollato perdeva tutta l’acqua…»
«… ed era anche brutto da vedere» – completò il tizio – «Pensavo che è festa! Magari possiamo continuare davanti a un bicchiere di vino.» Lo disse, ma ricordò tardi che quel cartone a casa era vecchio più di lui in quella sera fredda.
L’uomo fece una smorfia a dire perché no? Poi si tuffò nell’abitacolo e da sotto il sedile tirò fuori un sacchetto di plastica con una bottiglia e altre vettovaglie prese al supermercato di fronte. Lo mostrò con aria trionfale, mentre il tizio pensava che era meglio così.
Seduti nel piccolo ambiente rimasero svegli sulle due seggiole, guardando la festa nelle finestre di fronte, mangiando castagne e bevendo vino di imprecisata provenienza. Continuarono a parlare e fare smorfie di assenso e di diniego, con le case lì fuori che piano piano si acquietavano addormentando l’ultimo bimbo riottoso. All’alba l’uomo disse qualcosa dell’alone del nome sul vetro. Il tizio fece una faccia dubbiosa.
«Non ricordo se è proprio quello il mio nome, ma potrebbe esserlo. E il suo?»
L’uomo era già sulla porta e non si girò neanche.
«Era scritto sul vaso che ho gettato via. Non ne ho più alcuna idea.»
L’ape sferragliò infastidendo il silenzio della stradina. Il tizio la vide muovere e girare a destra. Bevve l’ultimo sorso di vino rimasto nel bicchiere e poi con la mano cancellò l’alone di quel nome dal vetro.

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commenti
  1. newwhitebear ha detto:

    Lo squallore di essere soli in una giornata di festa umida e gelida.
    Una storia ben scritta con riflessioni amare, come quello di rinnegare il proprio nome.

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