Tutti nudi.

Pubblicato: 4 dicembre 2014 in Magic Box

Il commissario guardava la scena incredulo. Scarlett, con una spinta lo aveva buttato sul lettone ancora coperto dal piumone viola e, lentamente, si era sfilati via uno ad uno i vestiti, rimanendo con il rossetto carminio fuoco e un tanga microscopico. Con malizia aveva poi iniziato a giocare con i due esili fili laterali, lasciando intendere la pochissima voglia di mantenere addosso quell’ultimo succinto indumento.
Un rumore fastidioso, prima sommesso, poi sempre più insistente, stava però prendendo il sopravvento nella scena della camera da letto del mezzanino. Un rumore che distolse piano piano l’attenzione da quel piccolo trapezio di cotone, sipario delicato, adagiato su una scena esplosiva. Un rumore troppo noto al commissario e in controfase al lampeggiare sinistro nel buio della stanza. Vinto da quel crescendo di frastuono dovette sbarrare gli occhi, cercando invano la sinuosa figura della Johansson, mentre la sveglia segnava le 6:15 e il cellulare lampeggiante deflagrava in quel rumore inopportuno.
«Pronto?»
«Commissario sono Culicchia, stava dormendo?»
«No, ero a letto con Scarlett Johansson! Culicchia ma a quest’ora che è successo? Ci hanno attaccato gli UFO?»
«Commissario lo abbiamo trovato!»
«Ma chi Culicchia?»
«Il maniaco, anzi i maniaci!»
«E non si poteva aspettare che ne so, mezz’oretta?»
«Commissario, lei ci disse se lo trovate chiamatemi. E li abbiamo trovati!»
«Vabbè Culicchia, il tempo della strada. Tu inizia a preparare le carte per l’arresto!»
«Commissario! È che… Insomma meglio che prima di verbalizzare ci dà un occhio nel suo ufficio…»
Visto i trascorsi il poverino sbiancò, guardava interdetto il cellulare cercando inutilmente un qualche indizio rivelatore, poi saltò giù dal letto, infilandosi sotto il getto gelato della doccia, un po’ per svegliarsi del tutto e un po’ per limitare gli effetti, come dire, del sogno.
Per tutto il tratto di strada continuò però a impegnare il cervello con quei ricordi onirici evitando di concentrarsi sugli ospiti nel suo ufficio: si sentiva infatti nervoso, ma rimuginare la scena aveva solo l’effetto di incrementare il giramento di cabbasisi. La telefonata del questore che lo pregava di scortare la signora Johansson in arrivo a Punta Raisi se l’era sognata? E tutto il resto pure? Ma soprattutto una domanda gli frullava in mente, associata alla scena del tanga in lento scivolamento verso il basso. Una domanda su…
La faccia interrogativa di Culicchia lo attendeva implacabile nell’atrio del piccolo edificio, per riportarlo alla realtà. Il commissario sdegnato gli rifiutò financo il saluto, superandolo con una certa indifferenza in direzione del suo ufficio.
Aperta la porta trovò una scena affollatissima: sul tavolo laterale, macchine fotografiche, flash e treppiedi accatastati. Accanto, in piedi, cinque o sei individui con uno sguardo perplesso e preoccupato. Seduti davanti la sua scrivania tre sagome umane coperte da teli di microfibra arancione, lo attendevano.
Il commissario guardò Culicchia con uno sguardo che voleva dire tante cose e che l’appuntato ricambiò con un «eh!» autoconclusivo. Con il terrore nel cuore e contro qualunque volontà propria il commissario oltrepassò la scrivania, si depositò sulla poltroncina e rimase un tempo lunghissimo privo di ventilazione. Superata la soglia minima per la cianosi, pensò che il suicidio non era la soluzione, riprese fiato rumorosamente e girandosi verso l’appuntato sbottò in un interlocutorio «ma… Ma… Ma?». Che Culicchia completò con un «mah!» autoconclusivo.
Davanti a lui tre tipi alla Igor sorridevano con facce molto meno intelligenti di quella del buon Feldman.
«Ma Culicchia, lo vogliamo chiamiare un esorcista? Te l’ho detto, questo posto è infestato! Ma dove schifio succedono queste cose, me lo dici tu?»
Il primo sulla destra, con uno spiritoso accento fiorentino cercò di calmarlo.
«Stia sereno ‘ommissario, ci sarà sicuramente un equivoco, noi s’era in giro per la nuova ‘ampagna elettorale.»
«Culicchia e allora perché minchia sono qua questi?»
«Commissario ma noi che dovevamo fare? L’ha presente la tonnara? Erano tutti nudi sulle rocce a farsi le foto. E lì ci vanno pure i bambini!»
Quello più a sinistra con un chiaro accento messinese sbotto!
«Figghioli perddonate, io ho un grande rispetto per le forze dell’orddine, tanto che ne sono il capo. Ma lo abbiamo ddetto chiaro. Questa è innovazione, che vogliamo introddurre nel vetusto sistema elettorale italiano. Queste sono le riforme che vogliamo portare avanti ispirate alla massima trasparenza!»
E dicendo questo si era alzato lasciando inavvertitamente cadere il telo a mostrar le pudenda ministeriali ignude. Il commissario che aveva ancora in mente ben altre piacevoli nudità, fu preso da una voglia inenarrabile di gettarsi dalla finestra. Poi ricordò che erano al piano terra e desistette.
Al centro il terzo Igor non proferiva parola. Il commissario accorato si rivolse a lui.
«Ma almeno lei, alla sua età, faccia qualcosa per spiegare, per…»
«Io? E cosa vuole che faccia io! Per anni li ho tenuti buoni con quattro cene eleganti. E mi avete pure mandato ai servizi sociali. Ora vuole che ci pensi io? E poi, cribio, quello che ha cominciato è il leghista che si è fatto fare la copertina mezzo nudo, non li ha visti i giornali?»
Il commissario prese il suo cellulare e glielo mise davanti.
«Cavaliere io la prego, la scongiuro, chiami la Minetti, Dell’Utri, Riina, chi diavolo vuole e mi faccia dire che ne so che voi non siete voi ma siete Qui, Quo, Qua, i tre porcellini o i nipoti della regina Elisabetta. Quello che vi pare a voi, io ci credo, firmo e vi libero subito.»
Il tipo però scuoteva la testa, mentre assumeva una espressione sempre più simile all’Igor originale. Il telefono poi aveva iniziato a suonare e lampeggiare, sempre più forte, sempre più forte, sempre più forte e poi…
Il commissario sbarrò gli occhi e con una manata zittì la sveglia. Il cuore era su frequenze udibili e il fiato cortissimo, come se avesse corso la maratona di New York. Si guardò intorno e pensò che sogno impossibile e strampalato che aveva fatto, senza ne capo ne coda.
Accanto la chioma bionda della bellissima ospite era riversa sul cuscino, con delicatezza scostò il piumone viola, scoprendole il corpo sino al punto dal quale aveva visto sparire il famoso pezzettino di stoffa. Diede un’occhiata, poi soddisfatto la ricoprì infilandosi anche lui sotto. No, non era bionda naturale. Era tinta.

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