Ester

Pubblicato: 27 novembre 2014 in Magic Box

Ester arrivò un giorno di tanti anni fa. La trovai seduta sul retro della casa che guardava i gabbiani planare oltre il dirupo. Doveva essere entrata mentre ero al mercato, a comprare qualcosa per la settimana. Mi vide e iniziò a raccontare di quel venerdì, come se fossi un vecchio amico che aspettava da non troppo tempo. Disse che era schizzata via verso la tangenziale quella sera, immergendosi nel traffico del rientro. Ogni tanto lasciava la frizione, guadagnava trenta centimetri d’ asfalto e tornava a occuparsi dei vetri che s’appannavano. La bionda ossigenata, nel suv enorme di fianco, continuava a urlare qualcosa al vivavoce. O almeno così le apparse la scena dell’enorme abitacolo con la tipa nel suo tailleur attillato, tragicamente sola.
Disse che l’aria fuori era solo puzzo di scarico e bestemmie di camionisti; dentro, un deficiente alla radio, cercava di convincerla che sarebbe stato uno splendido fine settimana. La vedo sa! Riflessa nello specchietto con quel suo sorriso ironico: fine settimana splendido! Sì, come tutti quelli che si era sparata in dieci anni, magnifico reiterare di happy hours sciapi, amicizie così leggere da evaporare alle prime luci dell’alba.
Disse che la bionda ricambiò l’occhiata, sbuffando e sorridendo al suo indirizzo; poveraccia, anche lei doveva essere una delle superfighe stressate dalle trimestrali in perpetuo tracollo. Roba dura, da gente con il pelo sullo stomaco, in perpetua battaglia epocale tra il ciclo e la globalizzazione, sempre in bilico, sempre in guardia.
Ester in verità non aveva in mente di uscire da quell’ingorgo, ma ad un certo punto alzò gli occhi e vide la tabella che indicava centro, a cinque chilometri, e a non più di cinquecento metri le luci dell’autogrill diffuse nella nebbia del paesaggio postindustriale oltre il guard rail.
Centro! La fila si mosse: altro rilascio di frizione, altra trentina di centimetri recuperati all’ingorgo e la bionda in silenzio, sempre a un metro, concentrata sulla targa dell’auto davanti, probabilmente rimuginando ancora sulla telefonata. Ester disse che più di ogni altra cosa, di quell’istante, ricordava la profonda nausea per i continui stacchi pubblicitari alla radio: era una sera quella per una stazione che la allontanasse per un po’ da se stessa, dall’inondazione di pensieri vuoti inoculati dall’ennesima settimana in quella terra. Ricordo che sorrise dicendo tutte queste cose, perché non avrebbero dovuto avere senso per lei che devolveva dodici ore al giorno in spot per clienti così poco interessanti da dimenticarne anche il nome. Ad un tratto, ecco, si ritrovò a ricambiare ancora lo sguardo della bionda, e allora tirò giù il finestrino e mimò il gesto del caffè. Si immagina la scena? Ester di punto e in bianco che in mezzo all’ingorgo di auto, tira giù il finestrino e fa quel gesto ad una tipa sconosciuta che colta di sorpresa impiegò, certo, del tempo per farsi un’opinione: che diavolo voleva quella ragazza accanto, caffè? In quel casino di motori inferociti? Ma doveva essere una sera davvero stramba, perché ci volle solo un attimo per convincerla a innestare la freccia e passare sulla corsia di emergenza. E dietro, Ester, la seguì nel cambio corsia guadagnandosi le invettive scomposte di un paio di volti abbrutiti dall’attesa. Per carità anche io avrei fatto così in fondo, perché ogni cambio di corsia, a noi fermi nella nostra carcassa di lamiera, ci crea ansia. Noi ancora abbiamo decine di rate per dichiararlo nostro quel pezzo di ferro, figurarsi se non nutriamo odio per chi deturpa la regolare e matematica disposizione del caos sulla tangenziale. Ester comunque non si curò affatto dell’asimmetria che avevano creato e cinque minuti dopo era nel parcheggio dell’autogrill, insieme alla bionda, a guardare la lenta marcia delle auto nella fila che avevano abbandonato. Qualche presentazione, un minimo di convenevoli e poi entrarono: il posto tutto era tranne che affollato. Una signora con il viso decorato di rughe versò loro del caffè, in due bicchieri di cartone rosso disposti su un vassoio insieme a due sfoglie tonde con l’uvetta. Sedettero di fronte, in un tavolo oltre il distributore di bibite e qualcosa si dissero, perché rimasero lì a parlare per ore. Di questo però Ester non ha mai raccontato nulla. Di tante altre cose di quella serata sì, ma di come avesse spiegato alla tipa quella sua idea non fece mai parola. Dopo anni credo addirittura che non fu necessario affatto, ché le due donne erano pronte, punto. Erano ferme in quell’ingorgo e si erano rese conto che da quelle auto dovevano scendere, con qualunque scusa dovevano fermarsi, mettere la sicura alle portiere e buttare via le chiavi nel fosso vicino la carreggiata, mentre da dietro la siepe, le scie di luci d’auto transitavano nel rumore di rotolamento dei pneumatici di macchine rade, animate da musiche battenti nella notte del fine settimana, fantasmi di una vitalità al più chimica.
Certo a pensarci ora mi chiedo come mai nessuno considerò assurdo che due donne, sui tacchi alti, procedessero in silenzio sulla corsia di emergenza. Ester sostenne per anni che arrivarono alla stazione ferroviaria dopo ore di marcia, ma se devo dire la mia, questo mi fu sempre molto difficile da credere.
Il tenentino mandato dalla questura, ascoltava tutto e prendeva nota con ordine sulla sua Moleskine. Poi disse – «posso vederla?»
Feci di sì con la testa e lo guidai nel retro della villetta. Su una panca di legno chiaro, la donna sedeva e dava loro le spalle; stava così, ad asciugare al sole del primo pomeriggio i capelli biondi bagnati. Di fronte, oltre il dirupo, il mare. Entrambi rimanemmo a guardarla di tanto in tanto ravviarseli, in silenzio, con il solo rumore del vento tiepido nei nostri pensieri.
Finita la conversazione, il tenente mi strinse la mano e infilò il casco scuro in testa.
«Cosa farà adesso?» – chiesi guardandolo mettere in moto.
«Non ne ho idea. Riferisco, penso, e poi se ne occuperà l’ambasciata.»
«Capisco.»
Fatti venti metri girò la moto, tornò verso di me, alzò la visiera – «e la tipa bionda?»
Feci spallucce – «dissolta nel nulla alla prima stazione. Ester disse che si salutarono e da allora… Ma sa che c’è? Secondo me non è mai esistita. Era solo il riflesso di Ester sul vetro, un artefatto della sua immaginazione. L’utile fantasma che le ha consentito di liberarsi da quella noia mortale e rifugiarsi qui.»
«Aveva bisogno di un gancio?»
«Ho impressione di sì!»
«Capisco. Facciamo che anche la Ester che ho visto oggi è solo un personaggio di fantasia: la mia. E che non sono riuscito a trovarla. Dirò questo sì! Comunque tornerò, prima o poi, per chiedere a Ester della bionda e magari per un caffè!» Fece il segno della tazzina con la mano e sorrise.
Lo vidi scomparire oltre il cancello, sgommando sul brecciolino. Poi andai sul retro, le posai una mano sulla spalla e iniziai a guardare il mare. Lei non si scompose – «ti ha chiesto di Ester, vero?»
«Sì, ma gli ho detto che non sapevo chi fosse.»
Un gabbiano dal dirupo spalancò le ali e planò nel nulla, verso il mare lontano.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...