L’arrivo del treno a Wittgenstein

Pubblicato: 13 novembre 2014 in Magic Box

Matthias si mise in piedi sullo sperone di roccia, portò due dita alla bocca e diede fiato sino a svuotare i polmoni. Fischiò così forte che tutta la vallata di Collins fu inondata da quel richiamo. Anch’io, nella casa sull’altro versante, avrei potuto sentirlo quel fischio se solo il vento non lo avesse spazzato via; perché il vento nella vallata di Collins disperde suoni e vite con la leggerezza di un soffio caldo. Si incanala seguendo i declivi di roccia e precipita sul fondo scuotendo i rami degli alberi e rimestando le foglie in un vortice inesorabile, fino a sfiorare il mare lontano.
Ci sarebbe da dire che anche senza quel vento, che scombinava le mie ciocche bionde sulla fronte, non avrei mai potuto ascoltare quel fischio, chiusa nel silenzio del mio piccolo mondo di otto anni. Mondo mentale s’intende, ché di anni veri ne ho tanti, quanti quelli di Matthias per la precisione, visto che siamo precipitati nella vallata di Collins lo stesso giorno, sputati fuori dalla stessa donna.
Ci sarebbero da dire tante altre cose di questa storia e varrebbe davvero la pena spingersi oltre la canonica pitturata di bianco e arancio, sino alla locanda di Marie Stain, e prendere un ponce caldo, ascoltando il vecchio James al banco. Sì, ne varrebbe la pena, se solo io e Matthias non sapessimo già di come tutto fosse iniziato con un fischio ben più fastidioso del suo. Uguale a quello del treno che arrivava, per la prima volta, in quella che era la stazione nuova di quel pezzo di mondo isolato da ogni luogo. Da quell’arrivo era iniziata la storia che lo aveva portato via, con quel fischio lacerante che aveva imposto alla gente della valle la consapevolezza dei nomi. Quelle rocce, quel borgo, mia madre, James, tutto esisteva prima di allora, ovvio, ma nessuno, neanche il reverendo Diaz avrebbe saputo dirvi in che diavolo di posto vivevamo, prima di quel giorno. Prima di quell’arrivo. Noi eravamo quelli della vallata di Collins, per via del pazzo che si fermò qui chissà quando, per estorcere a quelle scarpate di pietra qualcosa di coltivabile. Non importava se la tua casa era nel piccolo borgo vicino al torrente o appollaiata sulle rocce sopra le rapide: tutti eravamo anime dello stesso luogo e non dedicavamo un pensiero che fosse uno al suo nome, perché nei nostri racconti non c’era un altro posto. Il mondo stava tutto lì dentro; per carità di gente ne passava, percorreva la strada oltre la canonica e si fermava da Marie Stein ad ubriacarsi delle chiacchiere di James, ma nessuno chiedeva mai dove si trovava. Adesso non saprei dire se perché lo conoscevano quel nome o ritenevano inutile chederlo. Magari c’era qualche dettaglio, una luce, un’avvisaglia che li preservava dall’entrare nella scuola della signorina Clerk, andare dai bimbi e chiedere “ma, davvero non avete idea di come si chiama questo posto?” Secondo me, anche i forestieri sapevano che li avrebbero guardati come alieni arrivati per chiedere il nome del pianeta. “Terra!”, avrebbero risposto, “è la terra, punto. Che senso ha inventarsi un nome per la terra?”
Giuro che era così, finché non arrivò Geremia Watson e allora tutto iniziò a essere catalogato e annotato, come solo un ingegnere del genio ferroviario poteva fare. E la gente iniziò ad interrogarsi sui nomi e se noi Calvagno e tutti quelli che vivevamo sopra le rapide fossimo anche noi di… di?
Wittgenstein! Il nome quel giorno lo lessero per la prima volta, naso all’insù, sulla tabella della stazione, mentre aspettavano che il fumo della locomotiva annerisse il cielo della vallata. Ci spiegarono che noi eravamo di Fleres, oltre il ponte sul torrente Mortard. E da quel momento tutti ebbero chiara la loro nuova condizione; tutti tranne il mio vecchio, che allora di vecchio aveva solo il suo essere della vallata di Collins e il non dare nomi alle cose, quando non serviva.
Alla stazione, con il naso all’insù a leggere le sillabe di Wittgenstein, lui non c’era e non c’ero io e soprattutto non c’era James.
L’arrivo del primo treno a Wittgenstein divenne così l’unica storia che James non avrebbe mai raccontato. Non perché non c’era, sia chiaro; lui le storie le inventava, metteva insieme tre quattro fatti veri e ci ricamava sopra una trama bellissima. Dovevate ascoltarlo! Sembrava un ragno con quelle parole e dopo mezz’oretta ti aveva tirato dentro la sua ragnatela, incollato a quei fili quasi invisibili, vincolato a quel fatidico “e questo è tutto!” Ti guardava con quegli occhietti vispi mentre asciugava una tazza di vetro per il ponce e da quel preciso momento sapevi che quella storia non poteva che essere vera. Anche se ti aveva inventato la cosa più assurda, che ne so, del drago che si era schiantato sopra le rapide; dovevi crederci e se avevi tempo da investire, potevi metterti a scavare vicino alla tuia, tranquillo che le ossa del drago le avresti trovate, sepolte sotto un metro di terra. Potevi scommetterci che quell’animale era lì sotto, perché le sue storie erano opere del creatore e una volta inventate diventavano vere come le pietre del torrente. Se ti volevi dare delle arie, avevi tutta la libertà di fare il finto tonto e dire in giro che erano tutte sciocchezze. A patto di non lamentarti quando ci inciampavi sopra e ci sbattevi la testa su quelle storie e sentivi che erano dure e solite, quando ormai era troppo tardi. James allora ti guardava e faceva un cenno con la testa come a dire che lui non aveva colpe, se tu forestiero non capivi la differenza tra una storia qualunque e una delle sue meravigliose tele di ragno.
James non c’era alla stazione. E come Matthias e mio padre non ci entrò mai, perché quella non era una storia adatta a lui, era fatta di tecnica e metallo. Tutta roba troppo dura da modellare e troppo ragionata per diventare un drago. Toccava a me raccontarla, ci sarebbe voluto tempo, avrei dovuto imparare la lingua degli uomini, ma prima o poi cosa fosse realmente quel treno e perché ci avesse così cambiati spettava a me spiegarlo. A me, Benedith Calvagno, nata nella bruma insieme al mio gemello Matthias, quando queste quattro case non avevano nome, James Stain creava ancora il mondo per noi e mio padre non sapeva quasi nulla di albe.
Quella mattina Matthias, in piedi sullo sperone di roccia, guardò ancora il piccolo borgo sotto e il versante opposto con la costruzione bianca dalle finestre ancora chiuse. E capì che era arrivato tardi. Guardò giu verso la scarpata che recintava la ferrovia e pensò al suo vecchio. Lo pensò immobile, anche lui in quel punto preciso, guardare quelle finestre chiuse e ascoltare dalla mia voce questa storia. Anche senza andare da Marie Stain. Anche se dagli otto anni io, Benedith Calvagno, non proferivo parola.

Annunci
commenti
  1. newwhitebear ha detto:

    Un bel post, tutto incentrato sulla voce narrante che ricorda un passato che non gli appartiene.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...