La donna fatta di viso e di mani

Pubblicato: 23 ottobre 2014 in Magic Box

Alla fine la luce si acquietava, mentre gli ultimi ritardatari entravano alla spicciolata. Furtivi provavano a scovare le sedie ancora libere, chiedendo permesso e scombinando le file ordinatamente disposte.
Poi buio. Anche se un residuo chiarore assecondava lo sforzo degli occhi nel percepire il muoversi di ombre sul minuscolo palco. In effetti non le vedevamo davvero le ombre, ma avvertivamo il fremere di quei pensieri e lo scricchiolio di tavole di legno percorse dal loro invisibile spostarsi. Una in particolare, dalla destra, emergeva come una lieve alba sul leggio colmo di fogli spiegazzati. Era una donna, sulla quarantina, così tanto vestita di nero da sembrar fatta solo del suo viso e delle mani minute che scorrevano sulla partitura. Un leggero sorriso decorava l’inizio del sottofondo, immateriale come la luce che, comunque, lambiva pochissimo il pubblico, lasciandoci avulsi da qualunque legame con la musica. Estranei a sbirciare quel sinuoso avvolgersi di note e voce di donna fatta di viso e mani.
E almeno lei aveva quello: noi, il pubblico pagante, eravamo invece dissolti nella buia coltre d’aria. Avevamo perso ogni evidenza reale del nostro esistere, a parte, di volta in volta, l’interrogarci con lievi carezze sulla ruvidezza di un jeans o sulla morbidità delle gonne leggere indossate dalle nostre vicine di posto. Dentro percepivamo quei corpi evocati negli intermezzi musicali, non li vedevamo e neppure azzardavamo un tocco maggiormente deciso, ma l’archetto di crine teso o il fluire dell’aria espulsa dei fiati, ci rassicurava sul loro esserci.
L’orchestra era sempre piccola e variegata. Alle volte solo un paio di elementi celati dietro il corpo inesistente della donna, raccolti in un angolo discreto. Solo alla fine si manifestavano sulla scena, quando la luce riprendeva il suo spazio sul buio e noi, in piedi ad applaudire, realizzavamo finalmente la presenza di tutti i colori. Osservavamo il brillare d’ottone della tromba, i vestiti rosso fuoco delle danzatrici e cercavamo il corpo della donna nel mucchio di gente sul piccolo palco. Vanamente indugiavamo aspettando lei, la donna fatta di viso e mani, sublimata più che uscita dalla scena. Ci consolava l’ipotesi che di lei svanisse ogni consistenza non appena la luce inondava l’intercapedine tra due file.
Spesso quel riportarci alla vista ci ritrovava mano nella mano, palesemente inconsapevoli di quel contatto stabilito solo per limitare la solitudine che il buio ci procurava. Guardavamo le nostre mani pudicamente sganciarsi e notavamo quanto fossero grandi al confronto di quelle minute della donna sul leggio appena illuminato. Con cura si evitava ogni altro sguardo tra vicini, proprio per scongiurare qualunque agio di far continuare quella strana atmosfera oltre l’uscita dal piccolo caffè letterario all’angolo. Avevamo avvertito l’amore e la vita coalescere nel buio opaco del corpo assente della donna fatta di viso e mani e questo solo avevamo licenza di portare via con noi. Pagavamo, lasciando qualcosina di mancia alla cassa, e portavamo via quell’ideale nel nostro muoverci veloci al fresco della sera.
Quella volta però ebbi l’impressione che nell’autobus che mi portava verso casa, proprio nel posto accanto al mio, ad un tratto sedesse qualcuno, una donna, e che le mani fossero uguali a quel nostro comune ricordo. Fu un brano di tempo tra due fermate, eppure non volsi lo sguardo. Le mani si muovevano leggere su una gonna di un bel tessuto a fiori: io, con studiata cura, continuai a guardare il sedile arancio di fronte, in ogni suo dettaglio e solo una volta, con la coda dell’occhio, sbirciai il grande vetro alla mia sinistra, notando quella forma del volto a noi tanto cara. Intanto con piccoli movimenti allontanavo la mia posizione dalla vicina, dispiaciuto del fatto che potesse essere interpretato come forma di disagio dovuto alla sua presenza. Sarebbe bastato poco per rompere quell’imbarazzo, spostare lo sguardo e chiederle qualcosa, farle un complimento, sostenere l’evidenza di averla riconosciuta. Nulla di tutto questo però volevo. La mia era una paura, di più, un terrore di scoprire che quel viso, quelle mani avessero una collocazione umana su un corpo che la umiliasse ad esistere. E che a causa del degrado inevitabile dell’esistenza la obbligassi a perire un giorno, lasciando vuoto su quel palco non solo l’idea di quel corpo, ma persino delle sue mani e del viso. Avrei reso con un sol gesto inutile l’accendersi della luce sul leggio, demolito un intero universo creato per quella voce e quelle storie, ma al prezzo di fare avvizzire quelle mani, immobilizzate da morte certa e sul viso cospargerle rughe in gran copia. Io ero lì, arbitro della sopravvivenza del nostro comune sogno, e violentando la mia stessa natura rimasi così immobile, a guardare le parole graffiate sulla plastica arancio del sedile di fronte al mio, a sentire accanto a me qual corpo esistere, respirare. Ogni tanto l’aura tiepida del sangue che scorreva ad un tocco dal mio braccio richiedeva insistente il mio avvicinarsi, ma io stavo incollato al mio fermo volere. Fino alla fermata successiva, fino allo spostarsi dell’aria che quel corpo occupava, ritraendo in qualche modo lo sguardo per evitare l’incontro con la sagoma dei fianchi e delle spalle.
Lei scese noncurante del mio artefatto ignorarla. Io restai a catalogare pensieri, armonie e graffiti sulla parete interna dell’autobus. Poi la vettura con un sobbalzo mi allontanò da quella sera ed io non andai mai più al caffè letterario.
Da allora, per paura, imparai a sognarla.
Da allora, per paura, rimasi solo.

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