Quindici (L’attesa)

Pubblicato: 9 ottobre 2014 in Delirii, Magic Box

Qualcosa non funziona in quest’attesa. Adesso non è che ho animo di ricordarne i particolari. Troppo forti quelle sensazioni per provare a tirarle fuori dalle viscere e spiattellarle così, come se niente fosse. Come se mi fossero costate così poco da potersi mettere il cuore in pace e discuterne tranquillamente davanti ad un calice di vino.
Basta allora che sappiate che c’è attesa. E c’è qualcosa che arriva. O che parte. Ecco! Diciamo che c’è un treno e tutto intorno una stazione, visto che una stazione serve nella storia. Serve per contenere le vite di chi quell’attesa la sperimenta dentro, per delimitarne la gioia o il dolore. La gioia per l’incontro o il dolore per il distacco. E serve anche il treno, altrimenti l’arrivo o la partenza non ha alcun senso. Come servono capistazione e macchinisti e telegrafisti bravi che parlano con il mondo, magari da sostituire con cellulari che comunque parteciperanno a quest’attesa. Perché in fondo anche gli oggetti hanno necessità di un sentimento che li renda utili, e per questa storia tra un telegramma e un sms non c’è differenza, ma solo distanze da coprire per ascoltare e capire. Alla fine è tutto parte della grande scenografia dentro cui io e i pochi personaggi necessari ci disponiamo, con ordine, a recitare la nostra parte. In attesa!
E se qualcosa non funziona, allora è bene che l’autore, con calma, studi i movimenti dei figuranti e si renda conto del perché, nonostante i numerosi sforzi, la sua idea di attesa, quella configurazione dello spirito che vuole, o meglio, che ha necessità direi fisica della sua rappresentazione, non funziona.
Per questo motivo, adesso, devo impegnarmi a studiare la scena, ad analizzare le luci, l’enunciazione dei dialoghi che ogni singolo attore ha in dote per raccontare la sua parte di attesa.
Ma devo essere sincero con voi: non funziona. Chiedo un attimo di pausa e scendo sul set. Giro, osservo, guardo ogni comparsa. Poi, lo vedo. Seduto su una delle panchine. Avrà un dieci, dodici anni. Le mani stringono la seduta, quasi a evitare di scivolare giù. La schiena staccata dalla spalliera e lo sguardo perso nel via vai di gente sulla banchina di fronte.
Seggo. E lui si volta. Mi guarda in silenzio. Come me, in silenzio, che lo guardo.
«E tu chi sei?»
«Non mi riconosci?»
«No, nella storia non c’è nessun bambino.»
«Se lo dici tu!», e si volta ancora verso il binario vuoto davanti a noi.
Certo che lo so che non c’è nessun bambino, l’ho scritta io questa storia. E ho deciso che c’è una stazione e tante cose e persone dentro, e sentimenti di chi si lascia e di chi si trova. Ma bambini no!
Ad un tratto si volta ancora verso di me.
«Io sono te. Il te di quando avevi tredici anni.»
Adesso lo guardo meglio e qualcosa di familiare mi riaffiora in mente. Forse il maglione di lana variegata bianca e marrone a trecce.
«Io ci sono sempre nelle tue storie, magari in un angolo. Ma oggi sono qui perché sono il protagonista. Me ne frega poco che tu abbia dimenticato la mia faccia. Se sei qui per parlare di attesa io ci devo essere. Io e te lo sappiamo bene cosa era l’attesa, su questo binario vuoto. Ti ricordi o no, maledizione?»
Adesso è chiaro cosa non funziona! Quello che avevo in testa non era attesa, non era niente. È così mi alzo e devo correre lungo la banchina. Intorno persone, cose, ombre, tutto sta svanendo come in un sogno andato a male. Ogni tanto mi guardo indietro e nel vuoto indefinito che sta ingoiando tutto, solo quella panchina rimane bene a fuoco. Quella panchina e quel bambino che guarda il binario vuoto.
Ed io corro, quasi senza senso. Su quella banchina corro verso il treno che sta per arrivare. Fino a quando non mi passa veloce di fianco, sbuffando polvere e stridore di freni. Fino a che non mi si ferma davanti, ed io piegato in due dal fiato corto della corsa guardo la scena evolvere. Oramai la vita ha preso il sopravvento sulle cose ed io ne sono solo un comprimario che ha letto quel copione troppi anni prima e lo ricorda poco e male. Si vede che così doveva essere previsto che fossi, piegato in due per la corsa, con il maglione di lana variegata bianca e marrone con le trecce. E previsto era che mio padre scendesse dal predellino nel suo cappotto cammello. La faccia stanca di chi a lungo ha viaggiato in piedi, contro il finestrino del corridoio.
Adesso serve solo il finale. E per questo mi rimetto dritto, dolorante come chi non ha più tredici anni. Mi rimetto dritto per l’ultima battuta del copione. Solo per dire «ciao papà, ti aspettavo!»

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