Qui non è la Merica

Pubblicato: 2 ottobre 2014 in Magic Box

Il Mericano stava aperto fino a notte fonda per quei quattro disgraziati che lo popolavano.
Tati era una arnese enorme, con una testa piccola piccola che sembrava essere stata incollata all’ultimo. Se la doveva essere dimenticata lo Spirito Santo prima della sua nascita, e alle ultime spinte di quella poveraccia della madre ne aveva rimediata una in fretta e furia, trascurando le proporzioni. Tati era uno dei disgraziati fissi del Mericano, ma quella sera fino alle undici non si era fatto vedere proprio. Non che fosse una notizia, alle volte quando litigava con la moglie si chiudeva in soffitta e ci stava per giorni. Per questo Fandango, il Lungo e Aperitivi non erano in pensiero per la sua sorte. Aperitivi dei quattro era il più sveglio, la sua occupazione principale era giocarsi i numeri, dissolvendo il magro assegno di disoccupazione. Pensava di avere un culo da competizione, che celebrava ogni volta con dosi massicce di Aperol soda e corredo di patatine e salatini. Quel soprannome non glielo avevano affibbiato a caso e la sua dipendenza dal salato era oltre ogni immaginazione. Fortuna che le sue vene continuavano a reggere e che il Mericano metteva in conto senza fiatare, perché le sue vincite erano sì frequenti, ma soprattutto ridicole.
Quella sera pioveva da fare paura e questo consigliava ai tre disgraziati di rimanere in quella specie di emporio/bar/edicola/pizzeria, almeno fino a quando il Padreterno non avesse deciso che andava bene così.
Alle undici e dieci, dalla porta, entrò un affare di plastica nera grondante di acqua. Una sorta di grosso sacco della spazzatura dal quale uscivano due calosce rosso fuoco. L’essere alieno, allagando il pavimento davanti al frigo delle bibite, iniziò a mutare pelle, rivelando un ripieno fatto di Tati in versione arruffata. Dieci minuti buoni per riprendere sembianze umane e finalmente arrivare al tavolino di plastica bianca, dove i tre stavano dividendosi una birra aspettando la tregua della burrasca.
Tati era il sognatore del gruppo e anche quella sera aveva un colpo in canna. «Voglio scrivere un libro di poesie», disse, come se fosse una roba normale. Ora voi Tati non lo conoscete, ma vi assicuro che la faccia degli altri tre al tavolo rendeva bene l’idea della situazione. Diciamo che Tati aveva, forse, letto un libro che era piccolo, se così si può chiamare un Topolino vecchio di suo cugino Evaristo. E l’unica poesia che conosceva era La cavallina storna imparata a legnate dalle suore.
La discussione ad un certo punto si fece accesa, mentre fuori la tempesta infuriava gagliarda su quel pezzo di mondo dimenticato da tutti. Alla fine Fandango era pur sempre un ex editor che aveva reso cristiani autoroni da migliaia di copie. E quella roba non gli andava giù. Tati doveva darsi una regolata oramai. Il fatto che la gioielleria di famiglia aveva chiuso per sempre qualche cosa significava. Là fuori, oltre alla tempesta, c’era il vuoto spinto della crisi e Fandango ce lo avevano spinto dentro cinque anni prima. Ufficialmente era stata una ristrutturazione. Peccato che invece fosse tutto legato a quella storia con Luca. E il capo sui gay aveva le sue idee e la fiducia in lui era calata parecchio. Così, ciao ciao Fandango. A trentotto anni per un laureato in lettere e filosofia, esperto di editing professionale cosa volete che ci fosse in giro. A parte il Mericano e quella sedia in quel paese del cavolo.
Dopo quasi un’ora il Mericano, con uno strofinaccio in mano, si materializzò dietro le loro spalle. In genere avvertiva con garbo che era ora di tornare a casuccia e, soprattutto, di mettere mani a portafoglio e sganciare qualche euro per il disturbo e per il chilometrico conto arretrato.
Ma quella volta fu diverso. Si avvicinò sì con lo strofinaccio. Per chiudere come al solito. Ma per sempre quella volta. Sì il Mericano chiudeva, perché non ce la faceva più a pagare i creditori e le tasse. È perché in quel posto erano rimasti lui e quei quattro disgraziati.
Di colpo si sentì solo l’acqua che batteva sui vetri. E fu il Lungo il primo a parlare, anche se non era roba sua. Farfugliò qualcosa del tipo che gli dispiaceva, che il Mericano ci doveva pensare bene con i tempi che correvano.
Poi di nuovo silenzio. Tutti in silenzio a guardare da dietro la vetrina piovere acqua, vento e notte.
Fino alle quattro del mattino in silenzio.
Fino a quando spiovve.
Allora come se niente fosse uscirono nel buio della piazzetta, guardarono il Mericano calare la saracinesca, mettere il catenaccio e sparire nella stradina che portava una volta al negozietto della famiglia di Tati.
Un cane svogliatamente li guardò di soppiatto, pisciò la ruota di una camioncino fermo sul marciapiede e proseguì la sua corsa.
Tra qualche ora un altro giorno sarebbe arrivato. Almeno in questo distrattamente speravano.

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