L’alba – su meetale

Pubblicato: 21 settembre 2014 in mEEtale

Tra il 16 e il 18 Settembre 1982 un enorme numero di persone furono massacrate nei campi profughi di Sabra e Shatila. Me lo ha ricordato un amico su Facebook, con un post dell’articolo di Robert Fisk, uno dei primi giornalisti ad entrare dopo il massacro. Questo racconto è dedicato alle vittime di quel massacro, ovvero a chi fu ucciso, a chi uccise e a chi sopravvisse. Perché tutti quel giorno furono vittime. Quando hai la sfortuna di essere nel posto dove la parola uomo perde qualunque senso, quella è la fine di tutto un intero universo. Perde senso qualunque creazione e qualunque Dio. Perde senso il senso.
Per i temi trattati il testo che segue può non essere gradito da persone particolarmente sensibili e dai minorenni. Attenzione, non troverete parolacce. Troppo dirette e inutili quando ogni centimetro quadro di Sabra e Shatila è una bestemmia atroce contro qualunque Dio. Ho solo tentano (che ci sia riuscito è altro discorso) di disporre le parole in modo da costringervi a visualizzare la fine del mondo. Questo avvertimento lo dovevo fare, anche se in quanto esponenti del genere umano, ai tre bambini superstiti incontrati da Fisk, abbiamo imposto non la lettura di un raccontino che già domani si dimentica, ma la partecipazione ad una catastrofe dalla quale mai più si saranno riavuti.

Per chi vuole leggere l’articolo lo trova a
questo link Ce lo dissero le mosche

Il racconto si può leggere e scaricare su Meetale nei principali formati ebook

L’alba su Meetale

Di seguito il testo

Una ferita oblunga sulla parete di fango e plastica è la finestra dalla quale penetra la luce del giorno. Uno come tanti altri, destinato solo a scandire il tempo che mi resta da vivere.

L’alba in quel tempo remoto aveva colori
sempre diversi e bellissimi. Io e mio fratello uscivamo fuori per vederla arrivare
nel silenzio del villaggio. Saltavamo fuori mentre solo i cani randagi
circolavano per le stradine, tra i rifiuti lasciati a marcire all’aperto. Poi
correvamo fino alla casa della bambina. Non ne ricordo più il nome, qualcosa
con la M, ma sono solo residui di ricordi belli. E troppo lontani.

Il villaggio era fango e polvere impastati
per farne case dentro cui io, mio fratello e la bambina della quale non ricordo
il nome, imparavamo che i sogni non servono a nulla se la notte devi scappare
dai coltelli degli uomini. Nel migliore dei casi ti ritrovavi a convivere con gli
incubi peggiori. Di quelli che ti svegliavano mentre fuori era notte, e tu eri
sudato e ascoltavi il battito del cuore accelerare fino quasi a scoppiare. Allora
ti alzavi correndo nel buio pesto, fino al letto dove una madre ti regalava la
carezza e ringhiando contro le ombre della sera le dileguava in un attimo. Solo
di questo avevo necessità allora!

Io, mio fratello e la bambina di cui non
ricordo il nome quel giorno avevamo visto l’alba, come tante altre volte. Ci
tenevamo per mano mentre i colori esplodevano nelle nostre piccole pupille di
bambini e sognavamo di andare verso quel punto, dove nasceva il sole. Fuggire
verso un lontano est oltre le mura di quella insensata prigione. Eravamo immersi
nel rosso fuoco dei nostri piccoli pensieri quando, di colpo, ci aveva assalito
il crepitio di armi da fuoco e lo sferragliare dei cingolati.

Scappare. Subito! Velocemente rintanarsi in
un posto, dentro la terra, insieme a topi e scarafaggi. Come sempre, come al
solito. Perché questa era la nostra greve normalità e quello sarebbe stato uno
dei tanti giorni normali, in cui tutto finiva precipitando i colori dell’alba
sulle nostre povere case, lasciate esplodere con tutte le bestie dentro.

E noi correvamo, ruzzolando nel fango.
Calpestavamo ossa, cervelli, occhi, denti. In un angolo, raggomitolato su
stesso c’era il corpo dello zio della bambina. Se la teneva sulle spalle quando
era festa, per farle vedere la cerimonia o la preghiera, ed ora lo guardavamo
ridotto a fontana di sangue caldo dalla raffica ravvicinata che lo aveva investito.
Ma non c’era tempo. Bisognava correre e urtare i resti dell’odio, ferirsi con
le lame lasciate a terra nell’ultimo inutile assalto contro un mitra. Correre
fino a trovarsi davanti l’uomo, vestito di verde inutilmente mimetico. L’avevo
visto cento volte, di fronte alla scuola oltre le recinsioni, aspettare l’uscita
di una bambina. Mi ricordavo di un pacchettino in mano, con un fiocco, rosso: all’uscita
in mezzo alla frotta di bimbi, un bacio in fronte ed una carezza. Quasi come
stavolta! Solo che in mano invece del regalo aveva un pugnale, inadeguato alla
carezza. Ricordo il taglio netto alla carotide, ma non il nome della bambina.
Strano! Forse perché non ci sarebbe stato più necessità di pronunciarlo, se non
per farlo annotare nell’inutile elenco delle vittime.

E non c’era tempo, c’era l’uomo quasi dietro,
c’erano le sue bestemmie contro qualunque Dio e c’erano altre vittime pronte
per il massacro. Poi non c’era nessuno. Nessuno! Neanche l’uomo. Fatto a pezzi
con i denti e le mani sporche di fango e di sangue. Nessuno! Solo pezzi di
mandibole e dita ancora serrate sulla tela verde mimetico, scarto del disperato
convivio antropofago dissolto da una granata pietosa. E ancora noi a correre
verso casa, verso il letto della mamma, verso la fine dell’incubo, verso una
nuova alba. Ne eravamo sicuri che ci saremo svegliati sudati ed avremo
aspettato nel letto grande la nuova alba. E tutto sarebbe ricominciato con la
luce. Perché tutto quello non era vero, non poteva esserlo. Bisognava
svegliarsi, aprire gli occhi e capire nel buio pesto della notte che era tutto
un brutto sogno. Saltare giù e correre fino alla casa della bambina di cui non
ricordo il nome a vedere il punto esatto da dove sorge il sole, oltre questo
recinto per bestie feroci, oltre questo inferno inutile. Oltre! Dove un giorno sarei
fuggito con la mamma e nostro padre e la nostra sorellina neonata e la bambina
di cui non ricordo il nome e la piccola Sara e…

Il letto c’era. Il muso maculato di Sara, in
un angolo, stringeva ancora il morso su un pezzo di mimetica intrisa di sangue.
Il resto del corpo, squarciato e senza due zampe, copriva l’assenza del volto di
un cadavere con la camicia di mio padre. Tra le gambe l’evidente evirazione
aveva lasciato uno squarcio sghembo a forma di mezza luna. Sul letto un fagotto,
piccolo, di pezzi rotti, tutto quello che rimaneva del busto dilaniato di un
neonato.

Accanto.

La donna.

Soffocata dalla mezza luna di carne grondante.
Il corpo coperto di rossi grumi rappresi e succo bianchiccio di violenza. Una
gamba divelta dalla furia dell’orda. E sangue fluire sul pugnale che deflorava ciò
che qualche mese prima aveva visto manifestarsi alla vita mia sorella neonata.

Inerte!

Con mio fratello uscimmo tenendoci per mano.
In silenzio e senza dire parola, come eravamo stati per ore in quella camera
ardente. Non stavamo celebrando la morte della nostra famiglia. Piangevamo la
nostra, di morte, la fine di ogni ipotesi di fuga verso qualunque futuro est. Con
i nostri piccoli passi attraversammo le rovine fumanti del nostro mondo.
Stavamo rasenti le poche mura ancora in piedi, scansando pezzi di uomo e di
metallo mescolati a vanvera da quella furia omicida. Ma oramai eravamo fuori
dai nostri piccoli corpi, eravamo immersi in una insensibile e nitida
dimensione, definita dal nulla che ci aveva preso ostaggio e mai ci avrebbe
abbandonato. Non avevamo più alcuna paura di ombra o scricchiolio o sparo,
nessuno avrebbe potuto più ucciderci perché la vita ci aveva lasciato
definitivamente. Anzi, eravamo la morte per definizione, l’unica realtà che
prepotente aveva invaso quel campo e la città intorno e quella nazione, e il
mondo intero, e l’universo che lo circondava. Tutto. Per sempre o almeno finché
la compassione di un evento casuale non avesse fermato i nostri due cuori. Non
avremo potuto neanche ucciderci, perché non eravamo più in grado di percepire
sollievo da nessuna morte, figurarsi la nostra!

I cancelli del villaggio erano aperti e
lentamente li attraversammo lasciando dietro di noi le cataste di corpi: cibo
per mosche e concime. Noi eravamo i due superstiti di quell’enorme letamaio,
escrementi espulsi dagli intestini estratti a mani nude dal ventre profanato
delle nostre madri. Poggiato su uno stipite vicino ad una delle inferriate
divelte, un vecchio con un berrettino verde in testa sembrò sorriderci da uno
squarcio profondo sul volto. Appariva felice cose se avesse ricevuto una bella
notizia, ma era solo l’ultimo orrore che scontavamo inani a causa del nostro
volere essere sopravvissuti.

Il sole era alto e anche fuori il panorama
appariva desertificato. Solo i morti erano realmente assenti, mentre i vivi o,
meglio, coloro che pensavano ancora di esserlo, ci guardavano spaventati dietro
gli spifferi delle finestre. Eravamo i due rimasti di quella strana progenie
relegata nel recinto per un qualche motivo dimenticato dai più. Vicino, le
campane di San Pietro in Vincoli piangevano qualcosa o qualcuno. Lo facevano
con il ritmo della morte che tante volte avevamo sentito e che adesso aveva lo
stesso battito del nostro cuore. Cupo, lento. Opaco.

Mario, mio fratello, non c’è più. Lo hanno fatto
esplodere dentro una scuola a Brembate. E sono stato contento per lui, perché
ha finalmente finito di sgozzare persone. Non che provi più qualcosa di simile
all’orrore, ma il sangue che sgorga di colpo sulle mani mi ricorda ancora la
faccia sgomenta della bambina di cui non ricordo il nome. E quello devastato di
mia madre, su quel letto. E Sara, la mia bastardina.

Penso questo mentre tengo per i capelli la
testa di uno di Cosenza. Uno di loro. Uno di quelli che credono che Dio non
esista. Noi invece sappiamo che c’è. E che ci odia.

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