Angeli

Pubblicato: 18 settembre 2014 in Magic Box

Un cane, latrando contro qualcosa non troppo vicina, attraversa rapido il mio cammino. Gira un attimo il muso per capire se rappresento un pericolo, poi si allontana svanendo dietro la baracca degli Hot Dog.
La ruota panoramica ferma, come tutto in questo parco, sembra lo sfondo di una scena di Wenders. Bianco e nero, nuvole che svelano di tanto in tanto una luna in chiaroscuro marcato. Enorme e quasi finta. Enorme e adatta solo a riflettere una luce sintetica su questo algido set.
Da sotto non si vede bene che in uno degli stalli in cima c’è seduto qualcuno. Ma a parte me, nessuno in giro avrebbe voglia di domandarsi chi è e come ha fatto a salire. Tutto è fermo, bloccato in attesa del giorno che forse verrà.
In un attimo sono su anche io. Seduto sulla panca di fronte, guardo le luci lontane emesse da vite in giro per la città. Si muovono, seguendo percorsi casuali che neanche noi riusciamo a prevedere.
«E ora?», dici continuando a guardare le scie di luce sulla terra.
«Ora cosa?»
«No dico, ora che andiamo a dire al Capo»
Rido, perché ancora oggi dopo una eternità il termine Capo mi sembra inadeguato, ma Gabriele è fatto così. Siamo emersi insieme dalle tenebre, dal nulla. Fiat lux! E da allora andiamo in giro per i vari universi a studiare le vite intelligenti. Sempre con il nostro corredo di stupore e inadeguata curiosità.
«Che gli diciamo? Che bisogna avere pazienza, che magari hanno ragione loro.»
«Mah! Io ancora non ho capito che cosa vogliono. Per cosa stanno combattendo e contro chi!»
Da quello che dovrebbe essere l’orizzonte alcune scie si staccano, le guardiamo nitidamente muoversi verso alcuni punti precisi della città. Atterrando sembrano spegnersi, ma deglutendo il piccolo frammento di terra che hanno toccato, divampano in un luce vivida. Il boato arriva con il ritardo della distanza, seguito da sirene e, a sentire bene, urla soffocate.
«E pensare che si stanno solo difendendo!», dici con il riverbero delle esplosioni negli occhi.
«Ma da chi?»
«Non lo sanno neanche loro. E in fondo non lo sa neppure Lui!»
«Certo che qualcuno deve avere iniziato…»
«Abbiamo fatto lo stesso discorso su Argan, su Gheloen, su…»
«Magari siamo stati noi»
«Noi?»
«Loro comunque sono venuti dopo! Tutti quanti sono venuti dopo! Forse le cose andavano fatte in un altro modo.»
«Ma li abbiamo provati tutti i modi. E ogni volta è così, come se fosse una costante dell’universo, una proprietà del vuoto che ha una voglia matta di risucchiarsi tutto. Magari è questo! Tentiamo da sempre di costruire cose che hanno solo voglia di tornare nel nulla. Magari è questo! Ci hai mai pensato?»
Ad un tratto una delle luci dal cielo lambisce la grande ruota, facendola oscillare spaventosamente. Termina la sua corsa sulla baracca del tiro a segno, esplodendo in una fantasmagoria di luce. Da giù guardiamo quel panorama di fuoco, metallo e cavi elettrici sfrigolanti di scintille. In fondo anche questo tipo d’inferno è dotato di una sua intrinseca bellezza. Nonostante l’avanzata ineluttabile del nulla, sembra che tutto su questo pianeta sia affetto spesso da una inutile bellezza. Persino la distruzione ha un suo fascino a pensarci bene. Devi solo avere l’accortezza di guardala sul fondo di un tubo catodico. Solo questo!
A terra il cane di prima guaisce contorcendosi sulla grossa sbarra di acciaio conficcata sul fianco. Ci avviciniamo mentre i suoi occhi chiedono aiuto, ingannati dalle nostre false sembianze umane.
«Ci avessero creato loro forse sarebbe stato meglio!», dici con il riverbero della morte sul viso.
«Mah! Loro sono solo dei mortali!»
«Loro ci avrebbero fatti in grado di fare i miracoli! Ci sarebbe servito poter fare miracoli… Saremmo stati utili almeno al cane!»

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