Prendiamo i voti – parte prima

Pubblicato: 20 giugno 2014 in Delirii, Palindromi

L’ultima luce rimase bellissima per tutto il tempo.
Tremò un attimo in mezzo al nero assoluto dell’universo così come lo conoscevamo. Poi quasi con l’ultima paura residua di chi ha solo quella vita e si trova senza scelte, la legge, quella che aveva prodotto le cattedrali e le astronavi, quella legge, scomparve.
Puff! Tutto finito, dimenticato o, forse, memorizzato in un ondeggiare lieve nella radiazione cosmica.
Non aveva un colore, era nera sul nero del nulla. Era la fluttuazione di un quark. Sino all’ultimo cercava ancora di capire, di dare un senso, di correggere le ultime equazioni che avrebbero rivelato il dopo. O il prima. O il durante. O il sorgere di nuovi soli e di nuove lune.
Tardi! Era già troppo tardi.
Un eone è un tempo enorme per un Dio, ma sempre un nulla per quell’atomo di idrogeno che stava per essere inghiottito oltre l’orizzonte degli eventi.
Un eone è un cammino lunghissimo, da compiere in compagnia e mai da soli. Perché soli vuol dire perdersi di vista, mentre è la relazione quella che genera informazioni, è la luce che rischiara anche quest’ultimo corpo nero fermo immobile, mentre il tempo evapora, dissolvendo distanze e confini. Tutti gli orizzonti completati in un’unica assenza di un oltre, ma anche di un qua e di un la.
Di un prima e di un dopo quella carezza che ancora viaggia nell’ovunque, espandendosi e contraendosi al ritmo di quello che fu un ultimo respiro o forse un primo vagito.
Perché questa è forse l’essenza stessa delle cose, delle anime, avere tempo per annotare negli stretti orbitali dell’idrogeno le nostre immagini di vita. Saranno conservate per tutto un eone e poi dissolte e convolute con le oscillazioni concentriche nel nuovo universo. Saranno catturate da altri isotopi di altre materie descritte da nuove equazioni.
Ma sempre, troveranno un mare, e una spiaggia e un sole calante su un oceano calmo. Troveranno una mano di donna e una coppa di vino, rosso come la luce in questo cielo vero, come il sapore dolce nel mio bicchiere. Alla fine che sia proprio questo la vita? Lo dico all’oste rubicondo che mi versa da bere e mi chiede: «e il mio voto? Su dai guarda che bella terrazza sul mare e che donne e che tramonto! Magari il servizio un po’ lento ma un bel voto su Tripadvisor me lo merito, no?»
Oste, che fretta c’è? Sarà appena 14 miliardi di anni che siamo esplosi. Abbiamo altri 100 zeri da mettere uno dietro l’altro in fila prima di rivedere quest’orizzonte. Abbiamo un googol da enumerare con la lentezza bella delle cose.
Versa oste, versa per me e per l’amico mio.
Versa, che gli eoni passano, ma la vita di questi attimi resta.

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