Nove

Pubblicato: 13 maggio 2014 in Delirii

Arrivava dopo le cinque di solito, scampanellando in maniera caratteristica. Un trillo lungo e due corti. Il codice di Sciabbica.
Arrivava che mio padre era a casa, rientrato dal lavoro da una mezz’oretta al massimo. Poggiava la borsa stracolma di materiale sul pavimento di segato di marmo tirato a specchio da mamma, con la lucidatrice Miele. Ricordo che era blu con le spazzole sotto ed ordinatissima dentro quel guscio di plastica dura turchese. Ricordo questo come di Sciabbica perché ho sempre avuto una curiosità innata per il funzionamento delle cose. Ed ogni volta che si rompeva un elettrodomestico mi presentavo con la cassettina degli attrezzi di mio papà per procedere all’autopsia del cadavere tecnologico: volevo capire come era fatto di dentro, come era stato creato dai componenti più semplici e da questo tentare di desumerne il funzionamento.
Bella la lucidatrice se la vedi smontata, soprattutto gli avvolgimenti di rame. Perché il rame è bello a vedersi, forse meglio dell’oro, almeno fino a che l’aria non rivela la sua vulnerabilità. Ora attenzione: non che quella patina verde sia da buttar via, per carità, pensate ai processi chimici che portano a quell’ossidazione. Bellissimo! E sicuramente un paio di concetti mi sono rimasti in mente. La prima è che Dio deve avere un’intelligenza spaventosa per come ha combinato le cose di questo mondo, tutte ordinate, logiche, persino quelle più tristi e a prima vista insensate. Metti ad esempio un’aspirapolvere, come tutte le cose che popolano l’universo, deve – non può ma deve – rompersi ad un certo punto. Perché che te ne fai di una aspirapolvere eterna se ad un tratto la polvere finisce? Deve stare accesa il tempo giusto per toglierne una quota parte adeguata al numero di aspirapolvere accese nell’universo ed alla massa complessiva di polvere. E la seconda cosa è che se vuoi fare un gioiello il rame – seppur bello e caldo nel suo colore rossastro – non và. Ci vuole l’oro, per tutta una questione di chimica e, quindi, di estetica. Ci vuole l’oro perché ti concede l’illusione della sua eternità, non vera va bene, ma almeno plausibile nella scala temporale dell’uomo.
E Sciabbica alle volte questo ci lasciava dentro volumi affannosamente letti nei pomeriggi passati a decidere il futuro. Gioielli in forma di parole e pensieri che mi avrebbero portato via lontano dalla lucidatrice Miele e dal rame dei suoi avvolgimenti ordinati.
Solo la voglia necessaria di comprendere il funzionare esatto delle cose, mi accompagna ovunque vada e al minimo rivelarsi del dubbio continuo a disporre le parole in barricate alte e fumose.

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