Scherza coi santi – parte prima

Pubblicato: 9 maggio 2014 in Palindromi

Nella piccola sala d’aspetto ci arrivo con le mani in tasca. Un tizio prima di me legge qualcosa dentro una cartelletta, fogli sparsi su cui fa delle correzioni. A destra un vecchio inginocchiatoio mi ricorda una nausea sempre presente dentro di me. Alla fine sono diventato cattivo anche con me stesso sedendo proprio di fronte a quelle quattro tavole di legno
tarlato. Le guardo con l’occhio dello sfidante, in testa ascolto qualcosa di
adatto, diciamo Am I evil dei Diamond Heads, si perché mi avete insegnato
questo qui dentro, anzi mettiamola così anche questa volta sarà una sfida la
mia. Sono qui dentro in coda per vedere cosa avete adesso da rinfacciarmi dietro quell’inginocchiatoio. Ho una vita complessa sapete, domande inevase che avrei potuto chiedervi se solo…

Giulio si volta un attimo nella mia direzione. Niente Rayban oggi. Si volta, chiude la cartelletta e si avvicina; mi riconosce lui e pronuncia il mio nome. È cambiato sapete, ma la voce è quella, leggermente roca seppur melodiosa. Gli verrebbe bene Am I evil rifletto mentre mi alzo con un sorriso sbiadito a salutarlo. Che ci faccio qua? Ci sono venuto perché lei vuole sposarsi in chiesa, sai come sono fatte le donne, no che non lo sai, tu non…

«Io sono qui per la presentazione di oggi. Quello è mio
figlio.»

Solo ora mi rendo conto che in un angolo su una panca c’è un ragazzetto che gioca con un Gameboy. Ho una reazione stupita a questo scenario: figlio, ma il seminario e tutte le storie attorno?

Non c’è necessità di vibrisse per percepire le singolarità di questo tempo: il bambino poggia sulla sedia la consolle e poi scappa via, una donna entra sorridente e bacia sulle labbra Giulio, dalla sagrestia dentro un clergyman arriva la faccia di Paolo sempre rosso, si salutano calorosamente, Giulio si gira verso di me…

«Sapete che c’è? Che adesso si va da Nostro Padre. A festeggiare!» Osservo questo deja vu sospeso in un punto preciso al confine con molte delle
domande che avrei voluto fare e che ora galleggiano in quest’aria rarefatta;
inalo teso ed espiro in un «e cosa?» dissonante. Ridono i due, basta il fatto
che ci siamo incontrati dicono: potrebbe essere una risposta, certo! Eppure
mentre cammino sulla strada solita verso l’incrocio antico di Nostro Padre non sono convinto che ci siamo davvero incontrati, noi in questa forma non ci siamo mai conosciuti, non sappiamo neanche i nostri veri nomi, siamo diventati troppo complessi e Nostro Padre ha chiuso da un pezzo lasciandoci solo un bar con i tavolini a ridosso della vetrina blandamente oscurata da una pellicola bruna. Tintinna il cucchiaino sulla ceramica della tazzina, risvegliandomi dal torpore: vi ho ascoltato parlare della presentazione, Giulio è un teologo pare anche affermato e presenterà il
suo libro proprio domani, Paolo l’ha invitato perché bisogna iniziare a dare
una bella scossa a questo pachiderma curiale, c’è fermento mi dite, c’è…

Poi il resto non lo raccontò nessuno di loro, il resto lo ascoltai dalla terra su cui ero disteso in mezzo all’erba e al settembrino. Vedevo le corolle dei fiori sopra la mia testa e le formiche salire prudenti sulle mie mani ed ascoltavo quelle e tante altre storie fluire in tutte le loro contraddizioni. Poi con una mano staccai uno stelo e iniziai a suggerlo: era aspro, aveva il sapore di un Dio. Egizio pensai, immaginandolo tra fumi densi e vestali discinte. Dalla finestra sulla destra in lontananza si vedeva un crocifisso piccolo appeso ad un muro bianco. Guardai Giulio e Paolo dispersi su quella terra nei loro incredibili pensieri. Guardai quell’uomo pendere da quell’assurdo vetusto supplizio. Poi guardai me stesso con il settembrino in bocca e con quasi nulla d’importante da avere perdonato.

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