Restiamo umani – parte seconda

Pubblicato: 18 aprile 2014 in Palindromi

Suor Maria transitò leggera nel corridoio ascoltando i suoni ovattati che provenivano dalle camere. Poi si lasciò inghiottire dal tempore del suo piccolo sgabuzzino, dove aveva accomodato le sue poche cose.
Di vedetta c’era Tullio. Ascoltò chiudersi la porta e aspettò dieci minuti contando i colpi di tosse di Evaristo. Poi iniziò lentamente a ruotare il corpo insaccato nel pigiama a scacchettoni fino a poggiare i piedi sullo scendiletto scolorito.
«Evaristo, Orazio, Michele! Andiamo forza!»
Mugugni catarrosi emersero dalle tre brandine allineate nella stanza. Scrocchiare di ossa e cigolare di reti accompagnarono la difficile operazione di messa in posizione verticale, ma dopo altri dieci minuti il drappello si unì al gruppetto di signore nelle loro camicie da notte improbabili, tutti diretti in sala TV.
Facendo attenzione ad ogni minimo rumore presero posto tutti intorno a Tullio seduto su una sedia di formica azzurra.
Evaristo sembrava non trovare pace.
«Che c’hai», sussurrò Orazio.
«Mi si sarà spostato il catetere, mannaggia.»
«Se vuoi ti ci dò una sistemata!», ammiccò la Gina.
Orazio la guardò male, « tu la devi finire con quest’uomo, è il terzo bypass che gli devono mettere.»
«Shhhh!» – sibilò Tullio ristabilendo un minimo di ordine – «Allora! Domani è mercoledì e viene Silvio, ci serve una soluzione.»
Michele ricordando il suo passato di sindaco comunista ateo oltranzista di Vallepulciosa iniziò a tirare giù tutti i santi dal paradiso, ma quelli contestualizzando la situazione evitarono di reagire. Vari sguardi lividi lo indussero per un istante a tacere. Lui allora mostrò loro il dito medio – «Io domani c’ho la rettoscopia!»
Mani nodose si avventarono su Orazio proiettato verso il collo di Michele nel tentativo di strozzarlo, «maledetto e m’avevano detto che non c’era posto! Quanto le hai dato a quella maiala della dottoressa, quanto!»
Michele con un ghigno sguainò la mano aperta mostrando tutte e cinque le dita, «cinquanta euri!»
Orazio si accasciò sconfitto, mentre tutti tranquillizzati iniziarono a guardare Carolina.
«Smettetela eh! Mia nipote ha gli esami all’università! Domani non ci può aiutare. E poi quel porco ha usato le mani l’altra volta.» Carolina disse questo puntando il dito ossuto verso l’uomo seduto.
«Ancora con questa storia» – strillo Tullio – «l’ho raccontato cento volte, le avevo solo chiesto se potevamo fare la terza e lei si è avvicinata troppo, che ci posso fare se a tua nipote le sporge roba da tutte le parti. E che volete poi io sono un uomo. Ho le mie esigenze santo Dio.»
«Lascialo stare in pace il padreterno» – gracchiò la voce di Suor Maria, in piedi sulla porta nella sua camicia da notte giallina – «che poi te neanche alla prima arrivi a dirla tutta.»
Tutti si voltarono sconsolati a guardarla, mentre lei continuò strillando, «con questa pantomima dei condannati affidati ai servizi sociali qui non si dorme più. A letto, mandria di sporcaccioni.»
Lemmi lemmi tornarono nelle loro stanzette, pensando al mercoledì fatidico che stava arrivando.
Il compito andò malissimo, gettando nella disperazione Silvio Bertolazzi, insegnante in pensione di latino e greco, che una volta alla settimana faceva quel corso per gli anziani della casa. Aveva patteggiato quella pena per il furto di due mele alla Coop sotto casa. Per fame.

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