State serenissimi – parte seconda

Pubblicato: 11 aprile 2014 in Palindromi

La nebbia fitta delle valli bergamasche rendeva la scena ancora più opaca. I due figuri allampanati nei loro tabarri, rasente i muri del piccolo borgo scivolavano cauti. Per strada quasi nessuno, ma non si sapeva mai, bisognava fare attenzione.
Al secondo angolo, svoltarono nella stradina semibuia: il tipo più alto urtò con il piede una grondaia che rispose con un rumore sordo nel silenzio della sera. Quello dietro lo mandò a quel paese in malo modo, ma per fortuna a parte un gatto randagio che li guardò un attimo di sbieco, nessuno sembrava avere interesse per il mondo esterno alle case di pietra e mattoni.
Ad un tratto si fermarono dietro una porticina scrostata dal tempo e dal maltempo. Quello alto bussò tre volte, attese un attimo e poi aggiunse altri due colpi: un codice. La porticina si aprì per metà rivelando una faccia più opaca della nebbia che avvolgeva i due uomini fuori.
«Chi sei?»
«Sono il Bigio, non mi riconosci?»
La porta si spalancò quasi del tutto – «con questa nebbia non si vede niente»
Poi si accorse dell’altro e li guardò entrambi male – «e questo chi è?»
«Un amico», rispose il Bigio.
Finalmente entrarono nel piccolo disimpegno. Mario, l’uomo che aveva aperto, continuava a scrutare sospettoso lo straniero.
«Mario, ce ne servivano due… Anche una da dividere…»
«Ce li avete i soldi? C’è pienone stasera…»
Il Bigio si mise la mano in tasca e cacciò fuori un fascio di banconote della confederazione Padana nuove di pacca. Mario fece cenno di approvazione e gli indicò la botola. Arrivati in fondo alla scala a pioli, il Bigio e lo straniero furono accolti da uno con la faccia da cinese scemo. Gli indicò un angolo con un tavolino e due sedie traballanti, stese la mano e si fece contare una alla volta le banconote.
«Bastano per due?», chiese il Bigio.
«Sì, aspettale qui», fece il cinese scemo voltando le spalle e svanendo nella penombra della cantina. In giro si percepivano altre figure, ingoiate dal buio e in attesa. Ogni tanto il cinese riaffiorava dalla porta basculante in fondo, posava qualcosa davanti a loro, diceva due parole e poi scompariva di nuovo.
Finché arrivò il loro turno: il cinese guardò le loro facce estasiate e li invitò a fare in fretta. Non era posto per rilassarsi quello.
«Fate quello che dovete fale e smammale», ghignò con un piccolo inchino.
Il fumo lentamente risaliva le narici ed i due stravaccati sulle seggiole tenevano gli occhi chiusi per non perdere un grammo di quelle sensazioni. Alla fine controllarono di avere consumato tutto, si alzarono e soddisfatti si inerpicarono verso la botola per uscire. Un botto violento li sbattè a terra mentre le forze di sicurezza padane irrompevano da tutte le aperture possibili nella cantina illuminando con fari potenti.
Quella notte il Bigio e lo straniero la passarono alla centrale, insieme a tre quarti della giunta comunale, il parroco, il sagrestano, il giornalaio e tre casalinghe di Voghera venute lì apposta.
Ciro Esposito, Mario La Paglia ed il cinese scemo furono espulsi per spaccio di pizza margherita e produzione illegale di cibo meridionale, tornando di fatto a vendere coca davanti a Montecitorio.

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