State serenissimi – parte prima

Pubblicato: 11 aprile 2014 in Palindromi

«A Marechiaro ce sta ‘na fenestra», cantava una vecchia canzone partenopea.
E chissà se guardando da quella fenestra, lontano lontano, oltre l’orizzonte, magari sforzandosi con cannocchiali o altri marchingegni, o solo con un pizzico di immaginazione, si vede Fenestrelle.
Sapete cosa è, vero? No? Davvero?
Bhe! Se ci penso bene neanche io. Voglio dire, documentarmi mi sono documentato, ma la storia italiana è così da sempre. Esplodono bombe, rapiscono e uccidono politici importanti, precipitano manager visionari… Ma la domanda è sempre la stessa: ma cosa è successo veramente. Qual è la verità.
La verità probabilmente è che Fenestrelle è uno dei simboli della nostra mai completa unione politica e territoriale. Una fortezza, un carcere, un lager, bho!?
Fenestrelle è la dimostrazione che se non ci sono vincitori ma solo vinti, la storia non la scrive nessuno, e rimane lì in balia degli umori della gente. Ogni tanto qualcuno passa, la vede per terra la storia, tutta sporca di fango, la raccoglie e la mette in qualche vetrina di un negozietto in una viuzza laterale. Oppure la lucida e la espone sul corso principale sotto il cartello nuovi arrivi.
Fenestrelle è un posto abbandonato anche dai suoi morti, dai racconti dei soldati presi di notte dalle loro postazioni e mai tornati a casa. Catturati di notte da soldati con la faccia da bambino, l’accento francese e la paura di vedere le loro giovani ossa marcire in un fosso di quella terra straniera. La paura di chi sa che questo avverrà, ma non ha idea del perché.
Fenestrelle è il santuario delle idee tradite, è la Gaeta del Nord. Lì sono successe cose importanti, ma per buona pace del popolo ignorante e piagnone e meglio pensare a Marechiaro, alla fenestra e dimenticare che da lì si vede ancora Atlantide. Sì proprio quel continente mitologico che tutti hanno dato per perduto. Atlantide, che io immagino fatto solo d’acqua. Dove il mare diffuse idee e storie e vite molto meglio e molto prima di internet. Dove la globalizzazione esondava filosofi, madonne, imperi. Dove la rete c’era già e le vele fenicie colorate di porpora portavano in giro pescatori, che la stendevano in mare aperto la notte e la mattina la tiravano su piena di sirene e balene e profeti dentro le balene. E questi uscivano fuori dalle loro pance e raccontavano di dee dentro grotte umide, di pellegrini che ci arrivavano a piedi di notte, con le fiaccole accese, come quei prigionieri che arrivavano alla fortezza dalla vallata. Salivano insieme ai ragazzi con l’accento francese, che non li capivano nel loro lamentarsi, ma insieme a loro arrivavano stanchi, esausti, e non trovavano pace e ristoro, ma solo urla e terrore di morte.
Questo si vede da Marechiaro e questo si vede da Fenestrelle: il panorama è lo stesso, è l’Italia, è il mare. E lo stesso che si vede da Venezia, la porta d’oriente. Ed io benedico Venezia, perché senza di lei io bambino, il giorno dei morti, la pupa di zucchero non l’avrei avuta. E così mi sarei ritrovato pieno di paura in mezzo ai miei morti che volente o nolente avevano almeno una volta gridato viva l’Italia.

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