La piccola storia del signor S

Pubblicato: 4 aprile 2014 in Palindromi

Il signor S frenò appena il passo, per consentire alla fotocellula di comandare lo scorrimento delle due ante di vetro, varcò la porta e si pose pazientemente in attesa che il suo numero, diligentemente prelevato dal distributore all’ingresso, fosse chiamato dalla voce sintetica del dispositivo elimina-code.
Dopo quasi dieci minuti S depositò il frammento di carta, con stampigliato il numerino annunciato dalla gentile voce di donna registrata, nel piccolo cestino appoggiato sul bancone. Il commesso – probabilmente un farmacista laureato – con un cenno iniziò il saluto: «posso esserle utile?»
«Sì certo, ecco, io stamane mi sono svegliato, ho fatto colazione come al solito, mi sono lavato, poi proprio nel momento nel quale ho visto poggiata sul tavolo dell’ingresso la busta gialla, sì di quelle che hanno il tuo nome stampato al computer e non fanno vedere nulla del loro contenuto, ecco, di colpo, ho avuto paura.»
«Ehm, signore, ma lei soffre di crisi di panico?»
«Io? No, non direi! Ma perché questa domanda?»
«Perché questa è una farmacia, e se lei è qui devo supporre voglia curare un suo malessere con una qualche preparazione galenica. E dalla sua descrizione ho impressione che si tratti di panico. Sì, credo proprio sia panico.»
«Per la busta? No, è che mi chiedevo, ma se nella busta ci fosse stato antrace, ecco, in una tale evenienza, quale sarebbe stato l’antidoto?»
«Mi spieghi signore caro, ma lei ha motivo di temere questa possibilità? Se così fosse il mio consiglio è di chiamare subito la polizia!»
«No! Io chiedevo così per sapere, per avere informazioni, nel caso di una tale sfortunata evenienza! Lei non sente i telegiornali? Non è informato dei casi strani della vita? Suvvia, perché pensare subito a crisi improvvise, ad ogni modo…»

La signora S, come il consorte poco tempo prima, frenò un istante la sua corsa per consentire alla fotocellula di registrare la sua presenza e comandare l’apertura delle ante scorrevoli. Dato uno sguardo alla piccola folla, raggiunse il marito, evidentemente in difficoltà nel discorrere di qualcosa con il commesso al bancone, toccandolo sulla spalla e pronunziando il suo nome.

«…ad ogni modo dicevo, seppur avessi una crisi, come lei sostiene, di panico, quale sarebbe il giusto rimedio. Mi dica, anzi mi procuri subito alcune dosi, potendo manifestarsi, come lei sostiene, anche senza la mia consapevolezza, potrebbe essere utile averne a casa. Tu cara che ne pensi? Non ti sembra a questo punto utile?»

La donna scosse il capo, prendendo tra le sue le mani del consorte.

«Caro, andiamo. Rientriamo a casa. Lì abbiamo tutto quello che ci serve per tranquillizzarti. Andiamo…»
«Ma quale sofferenza! Io non ho alcuna sofferenza, ho solo visto oggi la busta chiusa con il mio nome sopra ed allora ho pensato alle cose che dicono in TV. Ho pensato che se c’era dell’antrace dentro… ho pensato che…»

«Eccola! È questa, non c’è da avere paura, nessuna traccia di veleni o di altro.»
L’uomo guardando quel plico lacerato, strabuzzò ulteriormente gli occhi. Il viso assunse una smorfia ancora più iniettata di terrore. Nel muoversi, la mano della moglie aveva, infatti, spostato i fogli di quel che bastava a fare intravedere il simbolo di un qualche ministero. Con voce rotta il signor S iniziò a lamentarsi di come nei giorni nostri la burocrazia avesse distrutto le vite degli uomini, che in quei fogli poteva esserci scritta la sua condanna, magari per quella volta che, inavvertitamente, aveva esposto senza alcuna autorizzazione il cartello fuori dalla porta dello studio per ricercare un inserviente. O sì! Ma perché l’aveva aperta quella lettera, perché?! Poteva contenere antrace, avrebbero detto di non averla mai ricevuta, magari i tempi si sarebbero allungati a tal punto da non trovarli più in vita. E così nessuno avrebbe mai saputo nulla, nessuna vergogna, nessuna…

Quella sera quando contate le numerose gocce di qualcosa di amarognolo che lui bevve disciolte nel poco liquido, lo lasciò sulla poltrona di pelle dello studio, in viso lui era sereno: l’ignoto non era compreso nel gesto incombente, ed il fumo dei comignoli e l’immagine del fiume placido sulle anse lontane, non parlavano di errori possibili, a lui che fermo dietro i gerani sul balcone guardava pacifico il vuoto dei due piani sotto.
Il signor S. adesso dopo anni riposa tranquillo nella cappella di famiglia. Il complicato cognome ricorda ancora le sue origini, scolpite nelle troppe lettere sulla pietra. L’altra sera però, scrivendo questo piccolo appunto, ripensavo a quel giorno ed immaginavo il signor S. mentre guardava quel vuoto. Chissà se in quei pochi istanti ebbe modo di prevedere, che lo scalpellino per errore, sulla fredda lastra di marmo, avrebbe sbagliato due delle lettere del suo interminabile cognome. E che magari per questo preoccupato presagio avesse preferito tornare lentamente alla poltrona di pelle e chiudere gli occhi per un breve sonno, prima di chiamare personalmente il marmista suo amico.

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