Tre

Pubblicato: 20 febbraio 2014 in Delirii

Alle volte si ritrovavano fuori dal cancello. Un cenno del capo, un smorfia di saluto. Poi in silenzio facevano quel pezzo di strada insieme, con le mani in tasca, la visiera del berretto calata quasi sugli occhi, il passo leggero, quasi fluido, mai scomposto.
E comunque non parlavano fino a quando non vedevano il mare.
Arrivava improvviso ogni volta, sebbene entrambi sapevano da più di una vita che girare la curva lo avrebbe rivelato. È che ogni volta aveva un aspetto diverso il mare, e di quello iniziavano a parlare. Sempre nel medesimo modo di esprimersi che la nostra lingua consente, e mai convinti che le singole parole riuscissero a descriverlo nella sua reale consistenza.
Così presero a portarsi dietro una macchina fotografica di quelle istantanee. Di quelle che la carta dentro il pacchettino pieno di roba chimica, la dovevi fare riposare dei minuti interi per convincerla a ridarti l’immagine di quella scena. Ma era tutto fermo su quel foglietto. Bidimensionale e fermo. Era pure peggio delle parole inadeguate che avevano in mente.
La videocamera la presero in considerazione un sabato, ma già il lunedì successivo avevano a noia quel falso riprodurre i movimenti su uno schermo che continuava a rimandare singoli fotogrammi senza vita. Poteva ingannare l’occhio e la sua inadeguatezza simile alle parole che sapevano pronunciare, poteva farlo ma era appunto un succedaneo.
Così pensarono di entrarci in quel mare, farsi avvolgere completamente, diventare loro pezzi di mare in movimento, rimanendo in silenzio e lasciando parlare l’acqua, il vento e la salsedine.
La gente dopo ore uscì dalle baite. Arrivarono alla curva in tanti ed osservarono preoccupati le orme sulla neve terminare sul bordo del precipizio. Sotto la vallata non mostrava nulla di quei due, solo un bianco ed immacolato fermo immagine. Arrivò lì anche la donna, in silenzio a guardare le orme spegnersi di colpo sul bordo indifeso della curva. Ma lei non guardò di sotto, chiuse gli occhi e sentì l’odore della risacca entrarle nelle narici. Lontano li vedeva nuotare, insieme ai delfini che premurosamente ne scortavano le scie. Agitò una mano e mani al largo risposero premurose.
Anche dopo quel giorno continuarono a trovarsi fuori dal cancello, ed in silenzio, mani in tasca, si avviavano verso la curva, stupendosi ogni volta che di colpo spuntasse il mare. Arrivavano sul bordo del precipizio e ascoltavano il suono della risacca e le urla dei gabbiani. Poi tornavano sui loro passi e sorridendo tornavano a casa, dalla donna che li aspettava, contenti di avere imparato finalmente a nuotare.

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