La prima volta – su Meetale

Pubblicato: 13 febbraio 2014 in mEEtale
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Un esperimento rosa per San Valentino. Su mEEtale si legge e si scarica nei formati PDF, EPUB, MOBI. Basta seguire il link La prima volta – su Meetale

Il cerchio si stava chiudendo intorno a quella faccenda, se lo sentiva proprio. Mancava quel leggero passettino per completare l’opera, e per farlo bisognava farsi venire un’idea. Così, disteso sul letto, rifletteva e guardava il soffitto. Sarebbe stata una gran bella cosa se da quella bianca superficie d’intonaco fosse arrivato un aiuto, ma i soffitti, anche allora, erano piuttosto restii ad occuparsi di cose umane, figurarsi se di natura, diciamo così, amorosa.
Beatrice l’aveva conosciuta in banca, una volta che era andato con il padre per lavoro: quando poteva, gli piaceva accompagnarlo in giro per la città e quella volta erano arri-vati la mattina presto, qualche minuto dopo l’apertura. A dire il vero avrebbe preferito un qualche ufficio, dentro uno dei palazzi antichi del centro, ma anche quel via vai di uomini e donne dietro lo sportello della banca era un bel vedere. Amava osservare i cassieri contare le banconote, svelti e precisi; le dita soprattutto lo affascinavano, in quella che sembrava piuttosto una danza, mentre sfioravano la carta ed i bordi, in un movimento che già allora gli sembrava sensuale. Avrebbe voluto almeno una volta maneggiare le mazzette in quella danza voluttuosa, ma sapeva che nessuno avrebbe lasciato provare un ragazzino. Il padre guardava intorno come suo solito, annotava mentalmente tutto con cura, osservava chi entrava e chi usciva, i vigilantes ed anche lui le dita veloci dei cassieri sul contante. Era sempre stato un osservatore incredibile, ed a chi gli avesse chiesto quale fosse stato il flusso di banconote in quel momento, state sicuri che avrebbe risposto con una incertezza di poco meno di un franco.
Lui adorava il padre ed il suo lavoro, e nel vederlo all’opera, mentre discuteva di investimenti con il direttore della filiale, ascoltava il suo splendido accento inglese, op-portunamente inventato per quella occasione, blandire le deboli difese del dirigente. Lo ascoltavano entrambi non senza venerazione, perché conosceva bene quello di cui stava parlando e soprattutto il come dimostrarlo con perizia di tecniche e termini.
Ad un tratto, lo ricordava ancora con la stessa trepida-zione di allora, comparve lei, Beatrice, avvolta in un vestito leggero azzurrino. Aveva qualcosa da fare firmare al direttore e nel transitare dietro di lui sfiorò la sua spalla sinistra con le sue morbide forme. Chinandosi con i fogli in mano, polarizzò lo sguardo del ragazzo sull’accenno di solco tra i seni: una delicata lingerie in tono con il vestito si nascondeva tra le anse di quel corpo magnifico. Anche il padre sembrò attratto da quella scena, dalla mano che sistemava sul petto generoso quel ciondolo appariscente e, forse, questo turbò ulteriormente il suo sentire adolescente.
Eh, sì! Suo padre di queste cose se ne intendeva, il suo sguardo sulle donne era sempre attentissimo, specie quando ne incrociava di bellissime durante le serate di gala alle quali spesso partecipava. Sua madre sapeva che era fatto così e lo lasciava fare, magari ogni tanto tirandone il braccio e mettendogli il broncio, quando al suo fianco notava quegli occhi esplorare con troppa insistenza quei magnifici colli o le mani inanellate. In verità lei era tranquilla, perché sapeva che mai quell’uomo l’avrebbe tradita: quello faceva parte del suo lavoro, e per come lo intendeva lui sapeva bene che quelle donne erano le migliori, come dire, clienti, l’aggancio perfetto e spesso la vetrina più illustre, dove cogliere le opportunità che avevano reso famoso il marito in tutto il paese.
Transitando nuovamente dietro la sedia, sentì nuova-mente quel corpo sfiorarlo, quel seno indugiare sulla sua testa: immaginò il ciondolo premuto tra il soffice della donna ed il coriaceo del suo cranio, e si convinse che quello doveva essere il suo primo vero desiderio da esaudire. Notò con la coda dell’occhio i fianchi della donna oscillare sui tacchi, mentre usciva dalla stanza, lasciandogli il sentore di quel contatto ed il ricordo vellutato di quel tocco. Si convinse che anche il padre aveva guardato quella sua prima reazione da uomo, che in qualche modo il suo viso rivelasse un qualche segno evidente, ed interpretò in questo modo anche quell’espressione compiaciuta del direttore quando, con un buffetto sulla testa, lo salutò uscire dall’ufficio.
Per strada rifletté tutto il tempo di quelle sensazioni, as-surdamente pensando alla donna; ogni tanto, specchiato nelle vetrine dei negozi che incrociavano sul loro percorso, notava il rossore che quella valanga di sensazioni nuove provocavano al suo viso. Rimase quasi in silenzio con questa tempesta nelle viscere tutto il giorno, ed anche la notte si svegliò più volte agitato da certi sogni tumultuosi: la immaginava, distesa su un divano di broccato blu notte, davanti al lui immobile e teso. La esplorava nella sua lingerie azzurra, che rivelava i morbidi percorsi a quella mano bambina tremante nella lenta carezza; indugiava appena sotto lo sterno, percependone il tranquillo espirare, sempre più profondo e veloce, mentre s’insinuava tra quei seni arrivando a quel ciondolo indossato quel giorno in banca.
Fu così che iniziò quell’assurda avventura: la banca era sul tragitto che ogni giorno faceva tornando da scuola, e più volte aveva visto gli impiegati uscire per il pranzo. Per giorni la vide incamminarsi verso quella che scoprì essere la casa della donna, la seguì per un tratto osservandola ammirare vetrine, fermarsi al negozio di fiori ed entrare dal portone verde bottiglia al numero 43 del viale. Al terzo giorno trovò finalmente il coraggio e le si accostò con noncuranza dal giornalaio: lei aveva per le mani due riviste, indecisa sulla scelta, lui si sporse per chiedere qualcosa al negoziante. Con la voce incerta la salutò e per un attimo lei lo guardò, non rintracciandone il nome, poi con un sorriso ricordò di suo padre e della visita al direttore. Girandosi verso di lui il leggero soprabito si era aperto, attirando l’occhio del ragazzo sul ciondolo famoso in bella vista su una camicia bianca leggera: i piccoli bottoni di madreperla a stento riuscivano a contenerla, lasciando intravedere tra i lembi il pizzo di una lingerie rosa.
Quel primo incontro terminò lì e lo turbò per l’intero fine settimana, giacché adesso che il ghiaccio era rotto, il difficile diventava il trovare l’attimo giusto per… Un brivi-do saliva dal basso ventre per tutto il corpo, pensando a quell’oggetto assurdo del suo spasmodico desiderio; lui voleva assolutamente fosse suo, voleva che la sua prima volta fosse con quella donna, lo bramava con tutte le sue forze, ma sapeva che mai e poi mai avrebbe potuto e dovuto utilizzare un atto di forza. Suo padre per anni era stato un esempio di questo, lo aveva introdotto alla storia gloriosa della sua antica famiglia, nella quale nessuno aveva mai adoperato la forza con una donna. Per questo la Francia in fondo li aveva sempre ammirati, avevano sempre ammaliato e ottenuto, lasciando però dietro di loro solo il ricordo della carezza.
Il lunedì successivo la attese all’uscita con il cuore in subbuglio. La accompagnò per quasi tutta la strada facendo finta che quello fosse il suo solito percorso. Parlarono di tante cose futili, ma poco della vita della donna. In tutto ciò, un leggero ritorno del fresco lasciò chiuso il soprabito e nascosto ciò che realmente copriva: l’ossessione diuturna del ragazzo. L’assenza di quella visione non ebbe un effetto positivo e tutta la notte lui si ritrovò a sognare quel maledetto soprabito aprirsi lentamente e svelare il corpo forse maturo della donna, sul quale adagiato come su un soffice cuscino di piume il ciondolo, unica presenza a lui visibile su quelle forme giunoniche.
Quella della passeggiata al ritorno divenne una costante delle giornate ed ogni volta il desiderio del ragazzo, invece di regredire verso la consapevolezza della puerile follia, lo assaliva maggiormente. Il rito non s’interruppe neanche con la fine delle scuole; con un motivo inventato, ogni giorno, continuava infatti a passare dalla banca, sempre alla solita ora e con il medesimo scopo. La volta che aveva dovuto accompagnare il padre per una visita, la incrociò deluso di non poterla vedere; fu invece lei che con un grande sorriso si avvicinò a salutarlo, invitandoli entrambi a pranzo. Quello fu un momento speciale, perché il padre non potendo accettare, gli permise comunque di andare lui con la donna, in quella bella giornata. Il ragazzo tremò all’idea che qualcosa lui avesse compreso, cercando di interpretare gli sguardi, a suo verso maliziosi, che l’uomo aveva rivolto salutandolo. Con Beatrice, che nel frattempo lo aveva obbligato ad un più confidenziale tu, sedettero ad uno dei tavolini del Cafè de la paix, spalle al muro a guardare la gente passare. Languidamente, intorno a loro, coppie variegate per età e razza, assaporavano quel caldo sole estivo, sussurrando tra un’oliva ed un canapè. Il cameriere evidentemente conosceva la signora e la salutò con calore, consigliandole una qualche pietanza del giorno. In quel posto, il ragazzo si sentiva protetto e nascosto dalla gente che transitava inconsapevole del suo travaglio. Sentiva ogni tanto il braccio nudo di lei sfiorarlo e poco nascosta dal tavolino, ingombro di piccoli piatti e bicchiere, la gonna di organza leggera scopriva maliziosa la gamba accavallata. Era forse la prima volta che aveva così vicino la pelle dorata di una donna e ne osservava curioso il leggero incresparsi, quasi un brivido impercettibile suscitato dall’aria fresca, che ogni tanto s’insinuava tra quelle forme scoperte. Quasi per caso portò la mano sinistra, contratta in un pugno nervoso, vicino alla gamba: il contatto con le sue nocche gli parlò di un mondo soffice, appena appena striato da una leggera, invisibile all’occhio, peluria. Quella mano avrebbe voluto stenderla e cercare il contatto con il palmo, stringerlo su quel muscolo per tastarne la consistenza e sentire l’effetto della carezza. Ma un movimento brusco di Beatrice interruppe quei pen-sieri: un qualche buffo conoscente stava infatti transitando sulla destra e lei si era sporta verso il ragazzo, avvolgendolo con il braccio ed indicandogli il tipo. Nel movimento aveva allontanato le gambe, ma adesso il seno era schiacciato sulla sua scapola, lasciando percepire il turgore di un qualcosa in rilievo sotto gli indumenti e soprattutto, il ciondolo rimasto incastrato nell’incavo del petto. Lui iniziò quasi a tremare, tradendo quasi la voglia di liberare quel pendente che guardava imprigionato tra le carni. Provvidenzialmente però il cameriere arrivò con il conto, evitando un gesto probabilmente inutile e facilmente mal interpretabile.
Da quel giorno l’estate per il ragazzo fu un inferno, perché la donna per tutto agosto partì in vacanza con il marito e lui rimase ingabbiato dal suo folle progetto. La pensava e ripensava in quel giorno, rievocando le sensazioni del contatto, ma inutilmente: lei era lontana e soprattutto lui non aveva alcuna idea di come fare il passo successivo. Più volte ebbe l’idea di chiedere al padre, ma ogni volta desisteva per paura di essere considerato solo uno stupido ragazzetto. Eppure moriva dalla voglia di tornare da lui raggiante e raccontargli di come avesse onorato la tradizione familiare: soddisfare quel suo desiderio, lasciando a quella donna solo il ricordo di una carezza.
Non sapeva ancora che inconsapevolmente il padre lo avrebbe comunque aiutato nel suo intento. Permettetemi una digressione adesso: si può avere su questo tema qua-lunque falso atteggiamento morale, ma io sono convinto che quell’uomo non pensasse a tutto ciò come ad un peccato o, peggio, ad un reato contro la nostra, fatemelo dire, insulsa alle volte morale. Per lui era invece un amabile gioco, alle volte perverso lo ammetto, ma cosa c’è di più gratificante per un padre il condividere con il proprio figliolo il gioco? Non ditemi adesso che dipende dal genere e che questo a tanti non può non crear fastidio. In molto del vostro giudizio è nascosta l’invidia per chi mai come spregevole ladro aveva sì rubato, e per generazioni addirittura, ma trasmettendo bellezza di un gesto che, seppur anche per me abbia un retrogusto sgradevole, molte carezze regalò. Concedetemi quindi di non avere il cuore di pensar male di quel padre, e delle attenzioni che il figlio ricevette da lui, inconsapevolmente in questa vicenda, ma dopo questi fatti, mirate a far del bambino, l’uomo che divenne in futuro.
Quell’aiuto, dicevamo, arrivò insperato una sera di Gennaio, mentre il ragazzo cenava con la famiglia, pensando costantemente a Beatrice. L’estate era per fortuna passata, ma il marito di lei, quasi sino a Novembre, aveva preso ad accompagnarla a casa; e così a parte qualche fugace incontro, i contatti con la donna si erano di molto diradati. Ancora una volta questo invece di calmarlo e ristabilire in lui pensieri più adatti alla sua adolescenza, lo aveva reso alquanto intrattabile. In casa notarono questi cambiamenti, ma pensarono che in quel periodo di trasformazioni anche improvvise, doveva pur essere tollerata qualche stramberia. Quella sera il ragazzo se ne stava zitto sul suo piatto di zuppa, a rigirare con il cucchiaio senza decidersi a finirne il contenuto. Suo padre intanto descriveva alla madre l’ultima delle sue imprese. Nonostante il cattivo umore a lui piaceva sempre ascoltarlo raccontare, lo faceva sentire partecipe di quella storia familiare, diversamente dai due fratellini più piccoli messi a letto prima di iniziare quel discorso. Di lui invece si fidavano, potevano rivelare i loro segreti, magari non tutti va bene, ma certamente con la tranquillità che mai e poi mai quel figlio li avrebbe traditi, rivelando particolari importanti degli affari del padre. Il finale lo colpì quella sera: era una frase che spesso gli aveva sentito dire, ma che quella volta cadde provvidenzialmente sulla sua testa, intenta ad elaborare scenari con al centro Beatrice, squarciando quel velo nero di tristezza e mostrando l’agognata via di uscita.

«Se si vuol entrare nelle camere segrete delle donne maritate bisogna farle raccontare del marito.»

Quella frase rimbombò nella testa del ragazzo, prima facendo pulizia di ogni pensiero ingombrante e poi affievolendosi, come un’eco in un posto oramai vuoto, ma finalmente pulito. E mentre il suono di quelle parole lentamente si spegneva, il ragazzo guardava la madre ridere di gusto. Il padre la abbracciava teneramente e lei continuava a dirgli che anche per questo lei evitava di parlare con alcuno del consorte, ché nelle sue stanze segrete c’era lui ed era meglio per tutti che nessuno dei mariti cornuti lo trovasse. La madre rideva ed era felice, perché sapeva che il suo uomo non l’avrebbe mai tradita, ed esattamente così, in quegli anni, il ragazzo immaginava la sua vita futura, accanto ad una donna come la madre, felice della sua vita e dei racconti che le avrebbe fatto la sera a tavola. E pensò come in qualche modo dovesse iniziare a scriverle quelle storie, entrando nelle camere segrete di Beatrice, come diceva il padre e prendendo quello che oramai riteneva addirittura un diritto.
Quella fu la svolta, perché quando la sua mente fu sgombra del tutto, il suo piano iniziò ad avere una sua logica complessiva, abbandonando l’improvvisazione del ragazzino inesperto, ed anche gli eventi iniziarono a volgere a suo favore. A cominciare dal giorno successivo che vide la almeno temporanea scomparsa del marito della donna dalla scena. Faceva freddo ed infagottata in un bel cappotto bordeaux, Beatrice come al solito si avviò verso casa per il pranzo. Ad attenderla fuori il ragazzo, che la salutò con una certa freddezza: in effetti lui esplorava ogni centimetro di quell’indumento, cercando un varco, una fessura che gli permettesse di osservare quel che nascondeva, ma invano. Beatrice lo salutò a sua volta, incamminandosi insieme a lui verso casa. La sua voce tradì un attimo l’esitazione quando il ragazzo le chiese dov’era il marito.

«L’ho visto ogni giorno aspettarti all’uscita, ma non ho voluto avvicinarmi per non disturbare.»
«Ma hai fatto male, gli avrebbe fatto piacere conoscerti. Sai gli ho molto parlato di te in questi giorni»
«Di me? E di cosa?»
«Del fatto che quando è lontano, mi tieni compagnia ogni giorno per strada!»
«Lontano! Mi parli di lui?»

Mentre pronunciava quella frase sentì rimbombare nuovamente in testa la voce del padre e le risa fresche della madre. Beatrice si fermò un attimo a guardarlo stupita, poi annuì sorridendo ed iniziò, il suo racconto. Parlò di tutto, per giorni: il ragazzo arrivava, si salutavano e poi lei iniziava sino a casa. Ogni giorno una nuova puntata, una nuova versione della sempre uguale realtà: si erano conosciuti in quella banca, erano stati colleghi per anni, poi la carriera aveva presentato il suo conto e li aveva allontanati. Lui adesso viveva in giro per il mondo, curava le nuove filiali che aprivano come funghi in oriente. Ogni anno per due mesi tornava alla base, ma non era più nulla come prima. Una volta Beatrice si fermò proprio su quelle ultime parole. Si fermò a guardarlo negli occhi, mentre un freddo gelido sferzava i loro volti.

«Se un giorno avrai una donna, non lasciarla mai sola. Si soffre a star soli, anche i figli alla fine vanno via. Ricordalo sempre questo.»
«Ma tuo marito è una brava persona, rispettato, dovresti essere felice invece.»
«Alle volte preferirei avere sposato un malvivente, un ladro, ma che mi accompagnasse in questa breve passeggiata ogni giorno.»
«Lo so che non è lo stesso, ma ci sono io qui.»

La donna lo guardò e rise, era triste ma rise. Il ragazzo capì che a breve il momento sarebbe arrivato, la guardò entrare con quel cappotto intriso di neve, immaginando ancora una volta quello che sotto sembrava nascosto e che con la pazienza ed il metodo che a casa stava apprendendo, presto sarebbe stato suo. A questo pensava, disteso sul letto a guardare il soffitto. Doveva pensare, pianificare e portare l’affondo decisivo, e per fare questo necessitava di un argomento, di un gancio che gli permettesse l’ingresso in quelle stanze segrete. E quell’ingresso, come aveva raccomandato il padre, doveva aprirsi con una chiave plasmata con la storia del marito, che Beatrice in quelle settimane gli aveva narrato.
A questo pensava il ragazzo guardando il soffitto, ma la risposta arrivò solo quando, stanco di riflettere inutilmente ed udendo l’invito della madre ad andare a tavola, per alzarsi dal letto, guardò la parete di fronte. E lì trovò la chiave di volta; controllò più volte il calendario nella paura di avere sbagliato e poi, soddisfatto, si avviò alla stanza da pranzo.
Il giorno dopo, nascosto, osservò la donna uscire come sempre dalla banca. Lei si guardò alcuni minuti intorno, poi con il solito passo, si avviò verso casa. La vide svoltare su Rue de la Harpe, aspettò ancora un attimo, poi uscì dal suo nascondiglio e con passo veloce raggiunse casa, dove la madre lo attendeva per il pranzo. Il pomeriggio fece un bel bagno caldo, tolse con cura qualche leggerissimo inizio di peluria sulle guance e spruzzò sulla pelle un poco del profumo al sandalo, che il padre teneva sulla mensolina del bagno. Prese dalla scatola del primo cassetto del suo comodino alcuni franchi ed uscì, salutando la madre con un bacio.

«Mmm, che buon odore di ometto! Vai per caso a festeggiare San Valentino?»

Il ragazzo avrebbe voluto dire di sì, ma preferì far finta di essere profondamente contrariato ed imbarazzato. Le strade erano spazzate da un freddo tagliente che sapeva di neve, ma lui avrebbe tremato in quel modo, anche se fosse stato luglio inoltrato. Entrò in un fioraio per farsi confezionare una rosa, rossa, in una scatola azzurra. Alle sette in punto si trovò davanti al portone verde bottiglia, al numero 43 di quel viale lungo e alberato che costeggiava il fiume. Era un’acqua limacciosa quella che ci scorreva dentro, gonfia di fango e di piena imminente, mulinava investendo i piloni in maniera cattiva, come se volesse spazzare via tutta la città con la sua furia e non solo quel ponte che aveva attraversato tremante da qualche minuto. Con una delle ultime dosi di coraggio, suonò il campanello con accanto il cognome del marito di Beatrice. Mentre aspettava, rifletté che non aveva idea di quello della donna, come se quel dettaglio non le appartenesse più, diluita com’era nell’esistenza del marito lontano, vittima di una carriera brillante ma arida di vita.
Beatrice rispose stupita, poi uno scatto metallico liberò il portone d’ingresso; oltre quella porta, qualche metro oltre c’erano le stanze segrete che attendeva. Ascoltò mentalmente ancora una volta quella frase del padre, varcando il portone: l’atrio, scarsamente illuminato, terminava su due gradini che immettevano alla tromba delle scale. Stupidamente non aveva chiesto il piano, Beatrice era però affacciata dal pianerottolo, cercando di comprendere la scena. Il ragazzo la salutò con la mano e lentamente salì le scale, contando uno ad uno i gradini. Il suo cuore sembrava un tamburo impazzito ed ogni nuova rampa ne aumentava il ritmo caotico, vuoi per la fatica della salita, vuoi perché dalla ringhiera la figura della donna diveniva sempre più nitida, mostrando all’occhio del ragazzo le gambe, libere dalle doppie calze dell’inverno, sotto la gonna al ginocchio color crema.
All’ultimo gradino gli sembrò non avere più fiato, pensò che la figura della donna avvolta nel suo scialle di lana écru non l’avrebbe mai potuta dimenticare, pensava che quella più che la sua prima volta sarebbe stata la sua ultima ora di vita, per quanto il cuore sembrava fuori da ogni controllo. Tremava, ma l’ultima cosa che avrebbe fatto quella sera sarebbe stata tornare a casa, senza quello che aveva sognato e agognato tutte le sere da quel fortuito incontro in banca. Piuttosto si sarebbe lanciato nel vortice violento del fiume in piena, si sarebbe lasciato tirare giù ingollando acqua e melma, fino a lasciare quella vita che in quel momento significava solo ed esclusivamente il suo sogno avverato.

«Come mai, questa visita serale?»
«Oggi… oggi non ho fatto in tempo e così ho pensato… spero di non essere di disturbo…»
«No, che disturbo, ero sola, i miei figli sono già fuori per festeggiare… Ero sola…»

Il velo di tristezza era lì sul suo volto, solo un’ombra veloce che divenne sorriso quando il ragazzo disse di avere pensato che le avrebbe fatto piacere ricevere questo. Lo disse porgendo la scatola azzurra con dentro la rosa. Lo disse con la voce incerta della sua età ancora acerba, guardando là dove aveva sempre visto incunearsi il ciondolo e trovando solo una maglia aderente e lo scialle morbido.
La casa era accogliente, con il camino acceso che illuminava il salotto. Il divano di broccato blu notte, proprio davanti, ricordò la scena del sogno che a lungo lo aveva tormentato la notte. Il fuoco danzando, dava riflessi dorati a quelle gambe leggermente scoperte su cui la donna stava scartando l’involucro azzurro per estrarne la rosa. Al ragazzo ricordò quella scena del Cafè de la paix in estate: le nocche del suo pugno contratto sfiorarono nuovamente quella pelle liscia, che al contatto ebbe un brivido impercettibile. E questa volta, il pugno si schiuse ed il palmo provò quel contatto delicato che quella volta aveva evitato. La consistenza al tocco era quella immaginata, morbida e vellutata e l’impercettibile peluria solleticava la leggera carezza. La donna guardava con calma la rosa e la mano non più bambina arrivare al bordo sporgente della sottoveste di seta. Era un tessuto magnifico quello, che aveva la stessa consistenza della pelle della donna; il ragazzo indugiò alcuni istanti tra la sottoveste e la gamba. Pensava che un giorno la sua donna avrebbe indossato solo abiti di seta. E lui tornando a casa l’avrebbe accarezzata come stava facendo ora, ma con più forza nelle mani ed avrebbero riso, esattamente come il padre e la madre in quel preciso momento. Lui avrebbe raccontato le sue imprese e lei avrebbe messo il broncio, come se delle donne di cui parlava il marito fosse davvero gelosa.
Beatrice guardava quella mano sulla sua sottoveste e sentiva il fuoco del camino ustionare il suo volto. Con un movimento discreto, si alzò in piedi per adagiare la rosa dentro un vaso lì accanto. Era scalza sul parquet, e muo-vendosi la sua figura passò vicinissima al viso del ragazzo che percepì dentro la maglia aderente, il respiro tenue muoversi dentro l’incavo, dove in estate aveva visto imprigionato il ciondolo.

«È bella la tua casa Beatrice, mi piacerebbe vedere le altre stanze»

Lei annuì con la testa, stranamente poco loquace in piedi di fronte al camino. La luce tremolante le spandeva intorno un’aura perfetta, disegnando precisi i contorni della figura. Anche le gambe, che aveva da poco imparato ad aver carezzate, risaltavano in trasparenza nonostante il tessuto della gonna e la sottoveste.
Lo prese per mano ed entrambi notarono che non lo aveva mai fatto: quella di lei era liscia come seta, mentre il ragazzo l’aveva ossuta e fragile, sebbene stretta in quella morsa delicata sembrò anch’essa trasformata e tiepida.
Il salotto si apriva su un corridoio lungo, una ad una le porte vennero aperte, le stanze raccontate e richiuse. Una ad una le porte si aprirono al suo sguardo e si richiusero con la loro storia dentro, ordinatamente curata dalle mani di Beatrice, lisce come la seta della sottoveste. Sulla soglia di uno dei bagni indugiarono un attimo in più: da uno dei ganci pendeva un accappatoio azzurro con un bordo leg-germente dorato. Il vezzo dell’arredamento e la natura di quel capo, parlavano della presenza della donna in quello spazio. Entrambi, ma con prospettive diverse, immaginarono l’accappatoio sulla pelle bagnata ed i capelli umidi scendere sulle spalle all’uscita dalla vasca. Il ragazzo guardava la scena svolgersi nella sua immaginazione, mentre Beatrice arrossiva sentendosi spiata in quella posa intima. Strinse ancora la mano tirandolo via da quel luogo.
Ogni tanto durante il percorso nel corridoio, le nocche trovavano la cerniera laterale della gonna, graffiandone un po’ la superficie e rimbalzando sul morbido sporgersi del fianco. A mano a mano che procedevano quel tocco casuale, divenne ritmico e voluto, uno scandire i passi e le porte. Tutte riaperte e richiuse. Tutte sino all’ultima, che con un leggero imbarazzo svelò l’alcova, dove Beatrice usava dormire, spesso sola o, tranne che in quei pochi mesi l’anno, con il marito in carriera. Anche la stanza l’aveva immaginata in quel modo; il letto, l’armadio, i comodini ingombri di foto e di libri e il comò con lo specchio basculante. In quella posa, per mano, riflesse le loro immagini: il ragazzo nella sua magra figura sembrava cresciuto, in quel breve tragitto nel corridoio appariva come se gli anni in lui fossero cresciuti prepotenti, porta dopo porta. Aveva gli occhi dell’uomo, del predatore pronto a spiccare il salto verso la sua vittima, l’aveva rincorsa senza sosta per giorni, aveva ignorato la fame, la sete, il sonno sino a sfiancarla, a costringerla in quell’angolo, vinta ed in attesa del colpo ferale. Beatrice, a piedi nudi sul parquet adesso sembrava indifesa, di uguale altezza del ragazzo, lo guardava negli occhi impaurita. Li osservava quegli occhi riflessi nello specchio, perché non aveva il coraggio di girarsi verso di lui. Sul piano di fronte a loro il ciondolo risplendeva quasi di luce propria. Era lì, ed il ragazzo comprese che il momento era adesso. Trattenendo quasi il fiato girò lo sguardo e la persona verso di lei; adesso i loro occhi si guardavano fissi, la morsa della mano si allentò e ascoltando il respiro scomposto dei loro due corpi, il ragazzo sfilò la maglia aderente dal busto di Beatrice. I capelli scuri, fluendo dalla stretta apertura del collo, le ricaddero disordinati sulle spalle; la sottoveste azzurra apparve, una spallina caduta su un lato, il morbido adagiarsi della seta sui seni. Il ragazzo con calma, prese la collana con il ciondolo e la chiuse su quel collo, con uno scatto leggero della fibbia. Adesso il ciondolo nell’incavo di quella pelle dorata, si muoveva al ritmo di un respiro caotico. Il ragazzo lo guardò, lo prese entrando delicatamente in quell’anfratto: per la prima volta sentiva sotto le mani quel cuore sepolto nel torace della donna, pulsare scandendo quel tempo finito. La mossa scostò ancora un poco la seta, e dall’azzurro un’areola bruna sorse, salutata dallo sfiorare leggero delle dita del ragazzo.
Poi le chiese di chiudere gli occhi e di regalargli un ba-cio; la donna fece entrambe le cose. Fuori un filo di nebbia scendeva sulle coppie che sul lungofiume, nonostante il tempaccio, camminavano radenti la balaustra e guardavano l’acqua limacciosa minacciarli di morte. Beatrice invece era lì, imprigionata in quel momento con gli occhi socchiusi, in bocca il sapore gianduia del cremino che aveva offerto al ragazzo in cucina. Per ore rimase così, cieca, distesa sul letto, la sottoveste sulla pelle, discinta, ricordando in sequenza i loro due fiati ed i due leggeri scatti metallici della fibbia riaperta e della porta d’ingresso che si richiudeva. Per giorni conservò in viso il calore cocente di quella carezza sulla guancia sinistra e quel sapore di nocciola dolciastro.
Il ragazzo, dalla strada, guardò ancora per un attimo la finestra accesa della camera da letto e quell’ombra di donna dietro il vetro; la mano dentro la tasca del cappotto racchiudeva stretto il calore di quella prima volta, la sensazione umida di quell’areola bruna. Lo teneva serrato quel pugno per paura che dalla sua mano volasse via; non doveva, non poteva, non prima di arrivare a casa, andare dal padre e distendendo quel pugno, raccontargli finalmente di quei mesi e di quella serata, della sua prima volta.
Con Beatrice s’incontrarono ancora per strada, ed ogni volta lei lo guardò con un sorriso, stretta al braccio del marito, che dopo quella sera lei aveva implorato, finalmente, di rientrare in città. Sulla guancia, a ben osservare in quei casi, si notava ancora un asimmetrico rossore, segno ancora evidente di quell’ultima carezza. Aveva perso per sempre quel ciondolo, ma recuperato una vita e l’unico uomo che mai aveva amato e mai avrebbe tradito. Del furto però non aveva mai fatto denuncia. E neanche il padre del ragazzo aveva avuto il cuore di dire nulla al figlio, dopo il racconto di quella sera. Lo aveva solo abbracciato, riconsegnando nelle sue mani quel ciondolo che tanto lo aveva fatto penare in quei mesi. Gli aveva taciuto come fosse solo una copia di poco valore, fatta realizzare dalla donna, dopo il furto dell’originale.
Questo è il racconto di quegli eventi. Ed era questo che l’uomo ricordava della sua adolescenza, mentre sulla scrivania dello studio ammirava i due ciondoli uguali risplendere di luce quasi propria. Solo il suo occhio esperto poteva distinguere quello falso dall’originale trovato nella cassaforte del padre defunto. Li guardava e sentiva sulle mani la sensazione della seta e di quella sera lontana, la sua prima volta. Dall’altra stanza una voce di donna lo chiamò.

«Arsène, a tavola! È pronto!»

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