S – su Meetale

Pubblicato: 9 febbraio 2014 in mEEtale

Ciao su Meetale il mio nuovo racconto breve.
Lo trovate a questo link nei formati pdf, epub e mobi: S – su Meetale

E lo trovate anche di seguito:

Sebbene nella sua condizione specifica il signor S non dovesse uscire di casa, imbacuccato nel suo cappottino testa di moro, lui percorse velocemente il non breve tratto di marciapiede, alquanto sconnesso, che lo separava dalla grande farmacia di fronte la villa comunale. Faceva quel freddo che solo dopo alcuni minuti senti entrare nelle ossa, e rende gelidi i tuoi stessi pensieri. Pur tuttavia l’uomo traballando resse il tremore delle sue membra e rapidamente arrivò alla meta.
Il signor S frenò appena il passo, per consentire alla fotocellula di comandare lo scorrimento delle due ante di vetro, varcò la porta e si pose pazientemente in attesa che il suo numero, diligentemente prelevato dal distributore all’ingresso, fosse chiamato dalla voce sintetica del dispositivo elimina-code.
S guardava ora le pappe per i neonati, ora i dentifrici e, solo con fugaci sguardi imbarazzati, l’assortimento di profilattici nel dispenser accanto alla cassa, dove una anziana signora era intenta a contare le singole banconote del suo non esiguo conto. Davanti a lui un’appariscente signora drappeggiata di rosso, seguiva distratta la fila armeggiando sul touch del suo smartphone voluminoso. Di tanto in tanto un risolino succedeva al leggero trillo che l’app di messaggistica generava. Con probabile sicurezza un qualche galante ammiratore spediva al suo terminale ammiccanti messaggi, per dimostrare interesse a quella donna e suscitarne il desiderio.
Dopo quasi dieci minuti S depositò il frammento di carta, con stampigliato il numerino annunciato dalla gentile voce di donna registrata, nel piccolo cestino appoggiato sul bancone. Il commesso – probabilmente un farmacista laureato – con un cenno iniziò il saluto: «posso esserle utile?»
«Sì certo, ecco, io stamane mi sono svegliato, ho fatto colazione come al solito, mi sono lavato, poi proprio nel momento nel quale ho visto poggiata sul tavolo dell’ingresso la busta gialla, sì di quelle che hanno il tuo nome stampato al computer e non fanno vedere nulla del loro contenuto, ecco, di colpo, ho avuto paura.»
«Ehm, signore, ma lei soffre di crisi di panico?»
«Io? No, non direi! Ma perché questa domanda?»
«Perché questa è una farmacia, e se lei è qui devo supporre voglia curare un suo malessere con una qualche preparazione galenica. E dalla sua descrizione ho impressione che si tratti di panico. Sì, credo proprio sia panico.»
«Per la busta? No, è che mi chiedevo, ma se nella busta ci fosse stato antrace, ecco, in una tale evenienza, quale sarebbe stato l’antidoto?»
«Mi spieghi signore caro, ma lei ha motivo di temere questa possibilità? Se così fosse il mio consiglio è di chiamare subito la polizia!»
«No! Io chiedevo così per sapere, per avere informazioni, nel caso di una tale sfortunata evenienza! Lei non sente i telegiornali? Non è informato dei casi strani della vita? Suvvia, perché pensare subito a crisi improvvise, ad ogni modo…»
La signora S entrata nella stanza, dove da giorni il marito trascorreva le poche ore di serenità, si rese subito conto dell’assenza. Trafelata, indossò uno dei primi cappotti disposti nell’armadio del corridoio con la cura estrema che la donna metteva in tutto, toccandolo però con le mani un po’ bagnate, che la preparazione del pranzo unita alla trepidazione della scomparsa del coniuge le aveva procurato. Ignorò, non senza fatica, l’alone umido che questo produsse sulla delicata trama chiara dell’indumento, coperse il capo con il berretto di lana grigia, la mani con i guanti di pelle scura, calzandoli non senza difficoltà ché l’umido residuo sulla pelle non agevolava certamente e scese precipitosamente le due rampe di scale, raggiungendo la guardiola del fido portiere, che discreto aveva da poco incontrato proprio per strada il marito e compreso la sua destinazione finale, così rientrato al suo posto, stava chiamando al citofono lei, proprio ora comparsa trafelata dietro il vetro scorrevole della guardiola.
La signora S così protetta da quelle fastidiose intemperie del clima invernale, percorse il non breve tratto di marciapiede, attenta al terreno sconnesso. Gli alberi, infatti, avevano ripreso possesso del terreno strappando il pavimento in più punti con le possenti radici. Spesso, passeggiando a braccetto con il consorte, avevano inveito contro l’amministrazione che non affrontava il problema, lasciando così pericoloso e sgradevole il percorso sino alla villa comunale di fronte alla quale la signora S, adesso, stava per arrivare. Anche lei, come il consorte poco tempo prima, frenò un istante la sua corsa per consentire alla fotocellula di registrare la sua presenza e comandare l’apertura delle ante scorrevoli. Come il consorte varcò quell’ingresso, ma scusandosi con gli astanti in coda che lei mai avrebbe di sua intenzione scavalcato, raggiunse il marito, evidentemente in difficoltà nel discorrere di qualcosa con il commesso al bancone, toccandolo sulla spalla e pronunziando il suo nome.
Vogliate a questo punto scusare se proprio per salvaguardare l’uomo eviterò di annotare nello scritto il suo nome. Già l’averne svelato il cognome è affare che mi ha provocato dubbi infiniti, ma anche di questo è opportuno parlare, giacché la lettera S che ho usato nel testo, non ha funzione d’iniziale, non cela l’identità, bensì la esprime esattamente essendo quell’unica lettera il cognome dell’uomo. Se cercate sulle pagine dell’elenco telefonico della nostra graziosa cittadina adagiata sul fiume, troverete una decina di questi signori S in alfabetica sequenza, tutti uomini ed anche di un certo lignaggio, probabilmente tutti parenti tra loro. Il nostro uomo è uno di loro e come narravo, discuteva nervosamente in cerca di aiuto con il farmacista probabilmente laureato al bancone, nell’esatto momento del tocco sulla spalla della moglie.
Trascurerò ovviamente i casi che portarono alla nascita di questo strambo cognome. Sappiate solo che dopo la guerra, per un errore delle trascrizioni dei vecchi documenti cartacei, il nonno del signor S si ritrovò privato delle altre trentasette lettere del suo spaventoso cognome tedesco. Esatto, avete capito bene, che a quanto narrava quest’avo glorioso per la nostra ben piccola e graziosa cittadina, l’originaria lunghezza era di ben trentotto lettere, che producevano, se declamate, una serie complicatissima di suoni gutturali germanici. Tacerò, le molte argomentazioni logiche e burocratiche che costrinsero i novelli S a desistere, in un primo tempo, dalla richiesta di avere indietro le lettere mancanti, diciamo solo che la possibilità di tornare in fretta in possesso del grande patrimonio di famiglia, fu un deterrente che li aiutò a convincersi del tutto. E la nostra cittadina dovrebbe essere a lungo grata di quella rinunzia dolorosa seppur necessaria, giacché nelle aziende degli S, nelle banche degli S, dei negozi degli S lavorano ed hanno lavorato molti degli uomini che popolano le sponde del nostro splendido fiume e che queste parole leggono oggi dalla mia umile penna.
Dette queste che mi sembravano utili e doverose puntualizzazioni, possiamo rientrare anche noi nella farmacia, ritrovando i nostri signori S ed il commesso discutere sempre più animatamente, mentre la non breve fila di gente in attesa, iniziava progressivamente a perdere la calma, cercando di comprendere il motivo del blocco.

«…ad ogni modo dicevo, seppur avessi una crisi, come lei sostiene, di panico, quale sarebbe il giusto rimedio. Mi dica, anzi mi procuri subito alcune dosi, potendo manifestarsi, come lei sostiene, anche senza la mia consapevolezza, potrebbe essere utile averne a casa. Tu cara che ne pensi? Non ti sembra a questo punto utile?»

La donna scosse il capo, prendendo tra le sue le mani del consorte.

«Caro, andiamo. Rientriamo a casa. Lì abbiamo tutto quello che ci serve per tranquillizzarti. Tuo figlio Wolfgang ci ha dato tutto il necessario per evitare che tu soffra. Andiamo…»
«Ma quale sofferenza! Io non ho alcuna sofferenza, ho solo visto oggi la busta chiusa con il mio nome sopra ed allora ho pensato alle cose che dicono in TV. Ho pensato che se c’era dell’antrace dentro… ho pensato che…»

La donna prese dalla tasca una busta leggermente spiegazzata, il cui bordo lacerato indicava la sua apertura, dalla quale i fogli contenuti facevano capolino tra i lembi martoriati.

«Eccola! È questa, non c’è da avere paura, nessuna traccia di veleni o di altro.»
L’uomo guardando quel plico lacerato, strabuzzò ulteriormente gli occhi. Il viso assunse una smorfia ancora più iniettata di terrore. Nel muoversi, la mano della moglie aveva, infatti, spostato i fogli di quel che bastava a fare intravedere il simbolo di un qualche ministero. Con voce rotta il signor S iniziò a lamentarsi di come nei giorni nostri la burocrazia avesse distrutto le vite degli uomini, che in quei fogli poteva esserci scritta la sua condanna, magari per quella volta che, inavvertitamente, aveva esposto senza alcuna autorizzazione il cartello fuori dalla porta dello studio per ricercare un inserviente. O sì, magari era proprio qualcosa di errato nelle pratiche della pensione dell’inserviente, ed ora come avrebbe fatto a dimostrare che lui non avrebbe voluto commettere quell’errore, che era disposto a pagare tutto, ma quanto? E se l’errore fosse stato enorme, smisurato, da dovere vendere la casa per rimediare, dove sarebbero andati, lui e la moglie e la vergogna nei confronti dei parenti, dei suoceri, anche se quelli buonanime erano volati via, morti, defunti. Ed anche lui da un momento all’altro poteva seguirli, il che non sarebbe stato il problema, bensì che tutto quel tragico quiproquo sarebbe ricaduto sulle spalle della povera moglie. Ma perché l’aveva aperta quella lettera, perché?! Poteva contenere antrace, avrebbero detto di non averla mai ricevuta, magari i tempi si sarebbero allungati a tal punto da non trovarli più in vita. E così nessuno avrebbe mai saputo nulla, nessuna vergogna, nessuna…
Il signor S completò il suo delirante soliloquio seduto sulla seggiola del banchetto per misurare la pressione, perché lì lo portarono la moglie ed il farmacista. La donna prese i fogli e carezzando la testa del marito li spiegò davanti a quegli occhi spiritati.
«Guarda, al ministero hanno finalmente accettato il ricorso di tuo padre! Non siamo più i signori S, ma ci hanno ridato il cognome vero, potremo firmarci S., non sei contento?»
Il signor S. – e chiedo ancora venia se per rispetto ai familiari continuerò a non manifestare il cognome da adesso celato realmente dietro il punto seguente l’iniziale – guardava quelle trentotto lettere, in un bel carattere tipografico, che da adesso in poi avrebbero nuovamente accompagnato la sua famiglia nella vita sociale. Le guardava senza avvertire alcun sentimento, senza dare alcuna trasparenza del suo pensiero in forma di smorfia o espressione. Lui guardava più che altro i piccoli spazi intercalare ognuno dei trentotto caratteri, e ascoltava il suono ovattato degli astanti adesso compiaciuti di quel lieto concludersi per la secolare diatriba tra la famiglia S. e la burocrazia statale. Le guardava quelle figure scorrere davanti ai suoi occhi e pensava alla strada verso casa, così dilaniata da quelle radici che oramai da anni invadevano il marciapiede, rifletteva su come le radici siano una bella ed utile parte dell’albero, ma solo se nascoste dentro la terra a nutrire la pianta, a darle stabilità e fondamenta. Così affiorate in superficie erano solo d’impaccio per i passanti, obbligati all’attenzione per evitare una caduta. Esattamente come il suo interminabile cognome, riaffiorato per produrre in lui solo fastidio; che strano pensava, guardando le fessurazioni sul terreno, esatta replica degli spazi intercalati alle trentotto lettere, che strano questo modo preoccupante di procedere della vita umana, minacciata da veleni peggiori dell’antrace, e per questo privi di antidoto efficace, veleni che lui aveva in corpo da anni, forse da sempre, iniettati da un qualche parassita ignoto, per privarlo delle lettere con le quali aveva scritto la sua vita, incurante di quel morbo viscido e oscuro dentro di lui. A cosa serviva adesso quella paradossale restituzione del suo orrendo cognome, a cosa, se non a ricordare che quelli erano gli unici, pochi e maledetti caratteri sui quali poteva ancora fare affidamento per scrivere il finale del suo racconto di vita? A questo pensava in silenzio mentre a braccetto con la moglie rientrava verso casa, salutando il portiere nella sua guardiola tranquillo e ignaro che l’ultima cosa solida in suo possesso, il cognome, di colpo si fosse ricoperta di fessure prodotte dal riaffiorare di radici dal mondo ipogeo e soprattutto ignoto. Questo era l’ultimo atto di quel percorso, pensava salendo le scale reggendosi al passamano in ferro battuto scurito dal tempo, perché lui di ignoto non avrebbe più accettato nulla, essendo il non risolto il suo carnefice: lo vedeva ogni ora di ogni giorno, fermo davanti a lui con le mani sui fianchi, a rimirare i fiumi di lettere e parole, ignote e insulse, scorrere tra le pieghe leggere del suo incedere incerto sulle fessurazioni del manto del marciapiede dilaniato.
Per questo quando il figlio, contate le numerose gocce di qualcosa di amarognolo che lui bevve disciolte nel poco liguido, lo lasciò sulla poltrona di pelle dello studio, in viso lui era sereno: l’ignoto non era compreso nel gesto incombente, ed il fumo dei comignoli e l’immagine del fiume placido sulle anse lontane, non parlavano di errori possibili, a lui che fermo dietro i gerani sul balcone guardava pacifico il vuoto dei due piani sotto.
Il signor S. adesso dopo anni riposa tranquillo nella cappella di famiglia. Il complicato cognome ricorda ancora le sue origini, scolpite nelle trentotto lettere sulla pietra. L’altra sera però, scrivendo questo piccolo appunto, per lasciare memoria negli annali della nostra graziosa comunità cittadina dei fatti legati all’illustre famiglia S., ripensavo a quel giorno ed immaginavo il signor S. mentre guardava quel vuoto. Chissà se in quei pochi istanti ebbe modo di prevedere, che lo scalpellino per errore, sulla fredda lastra di marmo, avrebbe sbagliato due delle lettere del suo interminabile cognome. E che magari per questo preoccupato presagio avesse preferito tornare lentamente alla poltrona di pelle e chiudere gli occhi per un breve sonno, prima di chiamare personalmente il marmista suo amico.

A Vito
ed a tutti quelli che non ce l’hanno fatta.

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