Due

Pubblicato: 7 febbraio 2014 in Delirii

Lui e lei sono nella sala d’aspetto.
Fermi.
Non sono seduti accanto, perché non hanno spazio per farlo. Il loro è un ingombro sterico prodotto della loro persona e dei loro pensieri, il vuoto che sembra separarli è invece pieno zeppo di immagini accatastate anche disordinatamente. Un etere grazie al quale entrambi scambiano informazioni preziosissime tra di loro e con me.
Sì forse si amano e comunque sicuramente più d’una volta si sono amati.
Ma ora sono fermi e isolati apparentemente nel bianco accecante della sala d’aspetto.
Le porte assenti – così come per qualsiasi altra apertura – rendono ipotetica una collocazione reale; da qualche parte saranno pur dovuti entrare, si chiedono gli spettatori che insieme a me guardano la scena. Se lo chiedono seppur anche loro nella scena non hanno una possibile collocazione: dentro la sala d’aspetto solo lui e lei, fuori probabilmente tanti, ma nessuna apertura da cui vedere qualcosa. Io, ovviamente, osservo la scena da una posizione inesistente che chiamerei durante o nel mentre.
Eppure non ho intenzione di operare inserimenti postumi di aperture. Decido che loro due sono dentro da sempre. Generati, non creati, con la sala stessa. Bianca e accecante.
Addirittura funerea se collocata nella giusta prospettiva di segregazione eterna. Quasi una bara? Può essere, potrebbe essere somigliante. E bianchi accecanti le loro – come dire – vesti. Ché tale nome mal si addice alla materia che ricopre la loro figura per non mostrarli nudi. Sebbene qualcosa di male o inadeguato alla circostanza non ci sia nel loro stare nudi a rimirarsi in quello spazio confinato. No! È che forse una tal evenienza ha da non essere considerata per via del passato.
E sì. Loro hanno un passato, ma non su questo stanno silenziosamente meditando nella sala d’attesa. Probabilmente ad un tratto qualcuno chiamerà il loro nome.
Sì, certo che accadrà, e così anche noi, io e voi, li conosceremo i loro nomi; ma ditemi, questa informazione ha una qualche importanza? Oppure fa solo parte di una prassi, di un uso quotidiano che definisce il nostro esistere. Il ritenere normale l’attendere, ognuno con il suo nome ben fissato in testa, l’evento che ci estragga da questo confinamento bianco e accecante. Forse per questo pensiamo che non sarà differente né per lui né per lei, e che così sentiremo i loro nomi.
Eppure non mi sembrano in attesa di qualcosa. Hanno il volto di chi è arrivato e riposa dopo il viaggio dispendioso di energie destinate al moto. Perché è evidente che vengono a piedi e da lontano. Con il loro carico di roba da poggiare esattamente nel punto dove confluiscono i ricordi del lungo tragitto. Hanno preso un souvenir in ogni piccolo paese in cui si sono fermati, ed ora sono stracolmi di oggetti e piccoli pensieri delicati adesi ad ognuno di essi. E questo cumulo sta proprio al centro della sala d’attesa. Lei e lui lo osservano ed ammirano ogni singolo oggetto, registrando il residuo di gioia o di paura che ogni pensiero connesso suscita ancora in loro.
Ed è così che passano questo tipo di tempo che osservo. Ascoltando i racconti della versione bella del loro viaggio. Il buio e le nuvole le hanno lasciate fuori dalla stanza. Per questo ho evitate le aperture ed i punti di contatto con la fredda aria esterna della notte. E ne godono di questa assenza. Sì, sì! Ne godono, ogni tanto guardandosi timidamente negli occhi ed arrossendo di tutta quella delicata assenza di senso che li permea. Bianchi e accecanti sino al prossimo viaggio.

Ad un tratto uno di loro si alza. Non starò qui adesso a dare notizia di chi. Lui o lei nell’azione che segue hanno uguale valenza. Dicevo che qualcuno si alza e si sposta vicino al cumulo di oggetti e ricordi di viaggio. Guarda le forme, ogni tanto sposta un cosa, la ritorna dov’era. Poi sceglie un piccolo oggetto di plexiglas con dentro una minuscola immagine incisa al laser. Lo guarda attraversato dalla luce bianca e accecante che invade la stanza. Una piccola figura di gabbiano con le ali spiegate, si forma dentro l’oggetto. Questo qualcuno lo estrae con cura, attento a non frantumarlo, perché ha la fragilità dell’aria e della luce. La tecnica è semplice quasi banale, lo tira fuori pian piano descrivendolo, oserei dire con amore. La piccola figura dal palmo delicato del qualcuno che l’ha estratta ad un tratto si anima e vola, stranamente riprendendo densità di materia consistente e di piume di uccello, e da uno dei punti di fuga – che evidentemente mentendovi devo avere inserito nella stanza d’aspetto – esce e ci viene incontro, polarizzando la nostra attenzione, la mia e la vostra, e nascondendo la dissoluzione della stanza d’aspetto, del cumulo dei souvenir al suo centro, di lui, di lei, della luce bianca e accecante.

A terra il piccolo oggetto di plexiglas giace, vuoto di immagine. Lo raccolgo, allontanandomi provvisoriamente dal mio durante e lo guardo. Ne farò un ricordo, non ho idea se bello o se brutto; lo farò incidendolo, ma non con un laser. Lo farò usando con la mia di luce: bianca e accecante.

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