Barche

Pubblicato: 30 gennaio 2014 in mEEtale

Su Meetale trovate una piccola raccolta di racconti che sono accomunati dalle barche. Potete scaricare l’ebook nel formato a voi piu’ congeniale a questo link:

Barche di Marco Camalleri

Questo e’ il racconto nuovo che si chiama appunto Barche:

A 46 anni, 7 mesi e tre giorni Matteo Castellazzi si arrese. È difficile da spiegare oggi, ma noi lo capimmo subito quel giorno; entrò nell’ufficio, nel quale lavorava da anni, salutando con la sua usuale voce cortese, si portò alla sua scrivania compiendo gesti semplici e controllati, accese il suo computer attendendo paziente il completamento delle normali routine informatiche, poggiò la schiena sulla spalliera della poltroncina girevole e si mise a guardare. Cosa, ovviamente chiederete; ecco, lui iniziò a guardare un punto nella stanza, giusto tra me e Luigi Piluso. Lo ricordate Luigi vero? Ai tempi era seduto proprio accanto a me, e Matteo guardava in mezzo a noi. Poi Luigi fu trasferito in un altro dipartimento, ma per tutto il tempo che Matteo rimase in quel posto il suo sguardo si diresse lì, in quel punto fatto di nulla.
Dicevo che quel giorno capimmo, ci guardammo in faccia con la certezza che quell’uomo si era arreso proprio quella mattina. Si era svegliato, guardato allo specchio e si era arreso. Aveva accompagnato come al solito la moglie al lavoro ed i figli a scuola pensando e ripensando che alla fine l’unica cosa che aveva un senso era entrare in ufficio con il solito cortese modo di fare, sedersi e annunciare la sua resa guardando esattamente nel punto tra me e Luigi.
La storia si ripeté ogni giorno dei successivi sei mesi. Per la verità questa almeno fu la mia sensazione poiché dopo quei sei lunghi mesi trascorsi nel comprendere dove fosse diretto quello sguardo realmente e quali pensieri volteggiassero nella mente di Matteo, la nostra vita ricominciò a trascurarne gli atteggiamenti. E forse questo era proprio il suo scopo, sparire da quel posto definitivamente, nonostante il suo badge ogni giorno testimoniasse la sua persistenza in quel luogo ai fini monetari. In quei sei mesi però lo osservammo in tanti: all’inizio pochissimi notarono la trasformazione. Poi piano piano tutti iniziarono a chiedersi cosa realmente stesse accadendo. Matteo, ogni giorno arrivava e sedeva alla sua scrivania quasi senza produrre rumore. La sua presenza sembrava sempre più eterea, lo stesso direttore che per anni lo aveva incomprensibilmente contrastato ebbe a notare quella situazione. Dopo qualche settimana prese uno dei fascicoli che attendevano l’inserimento nel sistema informatico e lo depose fintamente distratto sulla scrivania di Matteo. Il moto della palpebra ad umettare l’occhio seguì con una certa lentezza l’apparire del plico nel suo campo visivo. Matteo aprì la busta, estrasse i quattro fogli dattiloscritti ed iniziò a digitare qualcosa sulla tastiera. Con l’ultima scorsa ai documenti controllò l’esattezza del lavoro. Prese uno dei fogli, annotò qualcosa, lo piegò e lo mise nella vaschetta delle pratiche evase, gli altri tre opportunamente strappati a mano finirono in un affare cubico che li ridusse a coriandoli di un carnevale incolore. Sedette e placidamente recuperò la vista sul punto incognito tra me ed il mio vicino di scrivania. Se qualcuno di noi aveva ancora qualche dubbio, quello fu il segnale inequivocabile che la resa era avvenuta, magari non incondizionata: per quella ci sarebbe stata necessità di tempo.
Fu così che nei mesi successivi le pratiche per lui iniziarono a crescere in numero. Io e gli altri lo guardavamo arrivare nel suo sempre ordinato completo da lavoro, salutare cortese augurando il buon giorno, sedersi avviando con calma il computer e completare con sontuosa lentezza il compito. Ogni gesto mostrava una cura a minimizzare qualunque spostamento d’aria, riducendo progressivamente qualunque segnale di azione che potesse stimolare i nostri sensi. Eppure in quel forse artificioso muoversi, notavamo una teatralità sublime. Mi sono chiesto per anni se tutti non avessimo avuto una responsabilità precisa in quella sconfitta. Stavamo intorno a sbirciare curiosi quella pantomima, attendendo tutti indistintamente l’esplosione, assolutamente ovvia per chi aveva imparato a conoscerlo, aspettavamo il momento della fine del gioco: quello era un lavoro destinato al personale del secondo piano preso a contratto ogni sei mesi, mentre Matteo da una vita creava e costruiva su scale ben più ariose. Le nostre previsioni però venivano ogni giorno smentite puntualmente, i gesti si reiteravano uguali e tremendamente lenti e avulsi dal nostro frenetico panorama, ma soprattutto il punto, quel punto perso nel nulla, che il suo sguardo cercava e trovava in un inesistente qualcosa, rimaneva lì a tenergli compagnia nei tanti momenti di pausa.
Il direttore non celava la sua contrarietà, si vedeva che era furibondo, transitava oramai dalle tre alle quattro volte al giorno scaraventando sulla scrivania di Matteo cumuli di fascicoli. Transitava forse sperando di trovarne di inevasi, ma solo una volta ciò sembrò avvenire: soddisfatto con un ghigno stava quasi per caricare il colpo che, nella sua testa avrebbe messo al tappeto Matteo, ma dietro di lui comparve un inserviente del secondo piano con la busta. Per errore due dei fogli non erano stati stampati. Matteo la prese, il direttore scaraventò sulla scrivania una nuova pila di fascicoli, Matteo digitò qualcosa, controllò l’esattezza dell’immissione, annotò qualcosa su uno dei fogli, il direttore girò la schiena alquanto contrariato dall’enorme quantità di coriandoli stipati nel sacco di plastica trasparente sotto il cubo ed uscì, mentre Matteo meccanicamente completava l’immissione di quella montagna di dati, per poi pacificamente riprendere l’osservazione del nulla nel punto tra me e la scrivania vicina.
Dopo quell’episodio il direttore non si vide più; di tanto in tanto un’inserviente arrivava dal secondo piano con i fascicoli, li poggiava silenziosa sulla scrivania, Matteo le tributava il grazie necessario, e lentamente, ma inesorabilmente, evadeva pratiche e produceva sacchi zeppi di coriandoli bianchi, vidimava fogli che piegati in quattro certificavano l’avvenuto inserimento. Tutto senza una qualche alterazione delle traiettorie degli eventi in quello speciale spazio che la sua postazione era diventata. Sembrava più che un uomo, la periferica stupida di quel computer, dove finivano digeriti centinaia di dati di persone che nessuno di noi avrebbe mai conosciuto.
Nonostante quella strana cappa di angoscia che la resa generava ogni giorno, Matteo spesso sorrideva, guardava quel punto incognito e sorrideva. Aveva preso l’abitudine di tenere a portata di mano un quadernetto azzurro ed una matita. Quando non evadeva pratiche, quando non guardava il punto nel nulla, allora tirava fuori dal primo cassetto a destra sotto la scrivania il quadernetto, impugnava la matita e iniziava a fare degli schizzi. Un giorno, non visto, girai apposta dietro la sua postazione per curiosare mentre concentrato disegnava; sul foglio impregnato di chiaroscuri di grafite, riuscii a percepire la chiglia di una barca rovesciata su un arenile sabbioso. La mia sortita fu però bruscamente interrotta dall’arrivo della solita inserviente con la pila di fascicoli per Matteo e così il quaderno fu riposto nel primo cassetto della scrivania tornando a celare quelle figure sino alla nuova pausa.
I mesi passavano intanto, ed anche le movenze rallentate di Matteo iniziavano ad assumere un concetto di normalità: tutto intorno ruotava velocemente, il suo legame con il nostro mondo transitava per i plichi su cui erano annotati, nomi, cognomi, fatti e date connesse con quei fatti. Eravamo sempre meno stupiti di quella resa, Matteo lentamente dissolveva la sua esistenza nelle nostre menti impegnate a scrutare il presente, anche il punto famoso e incognito probabilmente si annichilava nello spazio tra me ed il mio vicino di scrivania. L’ultima volta che ho un ricordo della sua presenza fu a causa di una delle rare visite del direttore. Gli si fece appresso, svolgendo il ritaglio di un giornaletto locale, esordendo con una domanda secca: “è suo?”. Incuriosito, focalizzai la mia attenzione su quel pezzo di carta spiegazzato, un uomo ritratto di spalle ed una chiglia di una barca di fronte ad un mare cupo invernale; lo stesso tratto pulito che avevo visto quella volta sulla pagina del quadernetto. Matteo rispose con un impercettibile segno della testa, sicuramente un sì. Poi ricordo solo le spalle leggermente curve del direttore che andava via, una pila colossale di fascicoli ed un sorriso stranamente felice di Matteo. Quell’ultimo suo manifestarsi nella mia vita mi rimase mente perché quella sera uscimmo entrambi tardi per finire il lavoro. Lo ricordo perché mi avvicinai a chiedere di quel ritaglio, non feci giri inutili di parole, andai diritto a chiedergli se quel ritaglio parlava di lui. Sì, mi rispose: qualcuno di una piccola galleria d’arte aveva mandato in giro una sua tela e gli avevano dato un premio, niente d’importante, ma c’avevano riempito mezza paginetta di uno di quei giornaletti che regalavano in metropolitana.
Quelle furono le ultime parole che ricordo di lui, insieme al termine metropolitana. Incredibile davvero, dopo quella discussione lui per me svanì; lo fece proprio insieme all’arrivo della piccola promozione che quel lavoro extra di quella sera aveva contribuito a sollecitare. Sicuramente ne vedevo l’ombra lievissima arrivare al mattino, sentivo un cordiale suono di saluto disperdersi veloce nel ticchettio sommesso e nel sussurrare composto di quel luogo. Avvertivo la sua presenza e la davo per scontato, ma anch’io da quel momento avevo perso la cognizione del suo esistere. Oggi credo che se lo avessi guardato in quei giorni avrebbe avuto un viso radioso ed io sicuramente non ne avrei capito il motivo. Stava, infatti, lì – almeno così immagino – come l’abitante di una nuova dimensione, un ectoplasma fragile attorno al quale si muovevano esseri sfuocati e opachi, immersi in suoni ovattati. Viaggiavano veloci mentre il suo sguardo lentamente si muoveva sul monitor, sul punto nel nulla, sulla pagina nitida del quadernetto azzurro e, forse, chissà, qualche volta anche sulla mia figura stancamente piegata sulla mia sedia girevole.
Probabilmente tutto questo andò avanti per anni, inconsapevolmente tutti, me compreso, operammo quel dimenticare estremo, quell’allontanarsi voluto da una realtà per noi incomprensibile. Matteo era stato per anni uno dei più combattivi in quel posto, aveva stretto spesso i denti e pensato sempre alla soluzione, alla via d’uscita. Poi di colpo si era fermato, si era guardato dentro quell’autobus che per troppo tempo lo aveva portato in giro su quella strada apparentemente anche sua, aveva aperto lo sportello con su scritto ‘uscita d’emergenza’ e si era precipitato fuori. L’autobus era quindi ripartito e per un po’ lo avevamo visto dai nostri finestrini fermo alla fermata guardare il nostro allontanarci, lo avevo anche salutato con la mano, invitandolo mentalmente a raggiungerci, magari arrivando alla successiva fermata con il fiatone ed il petto in fiamme per la corsa. Solo che lui era rimasto fermo immobile con il suo quaderno azzurro in mano a disegnare le barche che intorno a lui vedeva numerose. Era via via diventato più piccolo sino a scomparire definitivamente dal nostro orizzonte, ma non era rimasto fermo sul posto come pensavamo, ad un certo punto si sarà guardato in giro e si era mosso verso una direzione per noi ignota. Noi eravamo troppo lontani e nulla potevamo vedere di quel momento nel quale lui decise di muoversi, ma la nostra convinzione circa la sua stasi era falsa e dettata solo dalla nostra ignoranza e scarsa capacità visiva.
Per mia fortuna anche la nostra terra era tonda e dopo tutti quegli anni il nostro autobus aveva fatto il giro completo ed era trascorso abbastanza tempo per tornare nuovamente a quella fermata. Incredibilmente, il primo ad accorgersene fu il direttore. Lo fece arrivando un giorno davanti alla sua scrivania carica di pile inevase di fascicoli chiusi e chiedendo a noi vicini come mai da giorni Matteo non si fosse più presentato al lavoro. Solo che noi avevamo cancellato quell’esistenza da anni, viaggiavamo su quell’autobus troppo intenti al nostro piccolo gioco di parole incrociate, ognuno al suo posto numerato, la cintura allacciata più per accentuare la mancanza di volontà di spostarsi che per sicurezza effettiva. Guardammo in molti fuori dal finestrino riconoscendo in quella scrivania vuota quella vecchia fermata, deserta appunto! Noi eravamo fermi immobili su quel mezzo da non saprei dire quanto tempo, pensavamo vedendo scorrere il paesaggio dietro i vetri che fossimo noi in folle corsa verso qualcosa. Pensavamo di essere in corsa sull’unica strada possibile. Invece adesso quella scrivania deserta certificava che chi pensavamo fermo a quella fermata, in attesa del nostro passaggio, si era invece mosso, percorrendo una direzione diversa e molto lontana dalla nostra. Nessuno ad esempio ipotizzò che l’assenza di Matteo fosse dovuta ad una sciagura, alla morte. Sentivamo tutti che la sua esistenza continuava al di fuori del nostro scialbo autobus, anche se che nessuno riusciva più ad immaginare come potesse essere fatta una direzione diversa dalla nostra, una realtà mobile al di fuori del nostro angusto autobus dove tutti eravamo staticamente fermi, bloccati al nostro posto liso nella tappezzeria in maniera evidente.
Istintivamente compresi che una delle chiavi era nel quaderno azzurro. Mi alzai dalla poltroncina girevole, osservando il profilo del direttore allontanarsi dall’ufficio senza risposta. Notai nel suo viso un velo di tristezza mista ad una vena di ritrovata serenità: giuro che anche a me è difficile riportare la sensazione che provai guardando quel viso, sembrava come se un peso enorme si fosse spostato quel tanto che bastava per farlo tornare a respirare. Due minuti prima sul limitare della cianosi, due dopo riacquistando colore e fiato, anche se a dire il vero mai ho creduto che in quella mutazione ci fosse la consapevolezza di essersi finalmente liberato di una persona mal sopportata; credo invece che guardasse quell’evento con quel punto d’invidia e di ritrovata fiducia, che quella fermata vuota testimoniasse a lui, a me ed a tanti altri che da quell’autobus si poteva scendere, perché fuori esistevano direzioni e strade ancora percorribili e seppur saldamente tenendosi ad uno dei passamano aveva avuto in dono qualcosa di simile ad una speranza appunto. Io guardai quella scena scorrere e sedetti al posto che era stato di Matteo, la mano si posò sul primo dei cassetti di destra: aprendolo la copertina azzurra inizio a mostrarsi. Il quadernetto era per metà pieno di disegni: barche soprattutto, ma anche scogliere, spiagge, stelle marine, un volto di donna più volte ripetuto e…
L’ultimo disegno riproduceva un ufficio, con i suoi divisori blu, coperti di foto, disegni di bambini, cartoline. Scrivanie e computer con i loro cavi, fogli, libri, penne. Tutto riprodotto con una cura maniaca, giravo l’occhio impressionato riconoscendo una ad una le singole postazioni intorno al mio punto di vista. Ma anche dietro ed in punti lontani si sprecavano particolari di ogni tipo: una borsa dimenticata a destra, un berretto a quadri accanto ad una giacca, sull’attaccapanni di sinistra. Quella che avevo davanti era una fotografia precisa del panorama visibile da quella postazione, in quel preciso momento, non il giorno prima o il giorno dopo, e neanche nell’ora passata o in quella da venire ancora, ma nell’esatto istante che il mio sguardo esplorava quel mondo paradossalmente noto, da quella postazione completamente sconosciuta. In fondo allo stanzone, proprio sulla porta d’ingresso la figura del direttore che guardava nella mia direzione leggermente ridendo era incisa sulla carta. Alzai lo sguardo ed incontrai quel volto nella stessa esatta posizione. Una sola cosa non corrispondeva al vero, a parte il direttore nessun altro popolava la stanza, che risultava un deserto privo di vita, una natura morta, e questo nonostante la folla di uomini e donne usualmente presente in quell’ambiente familiare fosse tutta affaccendata nella sua tragicomica routine giornaliera.
Ero spiazzato mentalmente, una curiosità portò il mio sguardo verso lo spazio tra la mia scrivania e quella del mio vicino. Il punto del nulla famoso era un complesso susseguirsi di bordi di paratia, angoli di scrivanie e bastoni di attaccapanni celati dietro giacche e borse appese. In fondo però a quella fessura strutturata, dietro la vetrata lontana nel fondo della stanza, compresso tra un costone di roccia lontana ed una costruzione voluminosa sormontata da una selva di antenne, si percepiva uno striminzito pezzo di mare. Quello era il punto che per tanto tempo Matteo aveva guardato in mezzo a quel deserto che eravamo diventati noi in quell’incongruo stanzone. Per questo nel disegno ci aveva rimosso lasciando solo i nostri effetti personali; solo il direttore era invece ritratto, forse perché lui era il rappresentante ufficiale del male, necessario in quello spazio proprio per costringerlo a ricercare in quello sterile deserto il piccolo orizzonte di mare lontano, a farlo prepotentemente entrare nel suo campo visivo.
Compresi allora che Matteo non si era mai arreso, aveva invece iniziato la lotta più dura e cattiva che avesse mai concepito, era sceso alla fermata ora deserta, forse era stato quel male consapevole a precipitarlo giù o lui a buttarsi di sotto, poco importava adesso perché da quel punto di osservazione aveva iniziato a percorrere la sua propria direzione e più i plichi e le pratiche seppellivano il suo essere, più la sua piccola bussola segregata in quel quaderno azzurro manteneva la rotta del suo procedere. Ogni tanto la sua barca sprofondava in quel mare orrendo, ma sempre i suoi polmoni ricevevano ossigeno direttamente da quel pezzettino di mare lontano, più la bruttezza dei fogli bianchi e dei coriandoli pallidi lo sopraffaceva, maggiore era la bellezza dei colori che popolavano le sue tele, dipinte in qualche punto lontano di quell’universo assolutamente invisibile da quel povero autobus dentro il quale tutti noi, pensando di muoverci velocemente, rimanevano fermi immobili odorando oramai di morte.
Richiusi il quadernetto e lo riposi nella tracolla che usavo portare con me. Afferrai la pila di fascicoli sulla scrivania ed iniziai con diligenza, e ripetendo uguali i movimenti che ricordavo di Matteo, ad inserire nomi, cognomi, date e fatti, vidimando il foglio apposito e riducendo in coriandoli i restanti tre. Gli altri piano piano abbandonavano l’ufficio, osservando perplessi questo folle che continuava la sua assurda fatica. Il vigilantes notturno passò tre volte a chiedermi se fosse tutto a posto, se avessi bisogno di qualcosa. L’ultimo plico svanì in coriandoli che era l’alba. Ricordo che dal mio punto di osservazione si vedeva il sole lontano sorgere su quel pezzettino di mare lievemente increspato. Guardai la scrivania vuota con disgusto, presi giacca e tracolla e mi avviai all’uscita. Al distributore del caffè presi una cioccolata calda insieme al vigilantes che chiese più volte se fosse tutto a posto. Arrivai a casa stremato. Mi misi a letto e credo che lì trascorsi un intero giorno in un dormiveglia lisergico, spezzato di tanto in tanto dal ringhiare del telefono e da almeno una feroce scampanellata. Ripresi conoscenza che il sole era alto e la giornata tersa. Della data non avevo cognizione e neanche volevo averne. Sciacquai il viso e feci una doccia eterna. Poi uscii di casa con la mia tracolla ed il quaderno azzurro dentro. Presi la macchina e guidai come se non avessi meta. Invece l’avevo eccome! Arrivai al mare: il tempo già tiepido contrastava con il grigiore dello stanzone e già quello mi rivelò tante cose. Portai la mano, automaticamente, sul quaderno azzurro che stava ancora nella tracolla. Sulla spiaggia tre barche di pescatori rovesciate stavano chiglia all’insù, erano le stesse che avevo intravisto nei disegni di Matteo: posai la mia persona su una di esse, con il quaderno in mano, sfogliando lentamente le pagine. Un anziano signore camminò verso di me sulla sabbia umida della notte, mentre cercavo di associare particolari dei disegni al panorama che mi circondava. Il signore anziano sedette accanto attirando finalmente la mia attenzione, lo salutai con un cenno. Mi chiese se ero lì di passaggio o se cercavo qualcuno. Chiesi di Matteo. Il tipo guardò il mare, poi accarezzò il legno ruvido della chiglia e mi spiegò che Matteo aveva due figli ed una moglie. I figli erano andati via qualche anno prima per cercare il loro futuro altrove. Lui in quei due anni aveva trovato un gruppetto di pazzi che avevano sborsato un sacco di quattrini per le barche che dipingeva. Così aveva comprato un buon numero di tele bianche e passava il suo tempo libero su quella spiaggia a ritrarle. Batté con il palmo sul legno della barca su cui era seduto il vecchio, batté e mi disse che quelle imbarcazioni le aveva restaurate Matteo, lavorando per anni con i suoi colori. Qualche giorno prima era arrivato come al solito con la sua scorta di tele in macchina, lo aveva avvicinato e gli aveva raccontato che presto sarebbe partito con la moglie per un paese caldo. Aveva un panama bianco in testa Matteo quando raccontò al vecchio tutte queste cose. Le tre barche le lasciava a lui, ma una sarebbe dovuta andare ad un tizio, che sarebbe venuto a cercarlo prima o poi con un quadernetto azzurro in mano. Non gli aveva dato un nome o una descrizione, ma io avevo il quadernetto azzurro. Allora non sapevo che farmene di una barca di legno, ma lo stesso ne indicai una lì accanto che aveva una prevalenza di azzurro sul fasciame.
Il vecchio mi sembrò approvare la scelta e mi chiese come avrei voluto chiamarla quella barca, perché un nome ci voleva se volevo renderla mia. Pensai un attimo, guardai la spiaggia, il cielo e la battezzai ‘Vita’. Anche su questo il vecchio annuì, prese una piccola latta arrugginita che aveva con sé, un pennello che aveva in una busta e con una maestria non comune scrisse quel nome su entrambi i lati della barca. Lo scrisse quel nome con un rosso vivo, di sangue appena stillato da una qualche ferita che sentii aprirsi di colpo e richiudersi dolcemente cauterizzata dal calore improvviso di quella semplice parola: vita. Poi così com’era apparso, l’anziano signore si allontanò con un passo stanco che sapeva di saggezza e di orgoglio. In mano teneva la busta con dentro il vecchio barattolo arrugginito ed il pennello sporco di sangue ancora fresco. Io lo guardai ancora per alcuni minuti andare via, poi tornai a sfogliare le pagine del piccolo quaderno. In una delle prime notai che la barca capovolta aveva su un lato qualcosa scritto, girando il foglio distintamente leggibile come ‘vita’. Quell’immagine più delle altre mi tenne compagnia in tutto il tragitto di ritorno a casa, mi sembrò di vedere tutto intorno sbiadito ed ovattato, cambiato completamente sotto il tiepido sole inatteso in quella stagione.
Ne è passato tempo da allora ed adesso io sono sopra questa barca chiamata Vita che remo verso la piccola isola di fronte alla spiaggia. Non ricordo di avere visto più il vecchio né tanto meno Matteo. Di fronte a me c’è una donna, che mi accompagna da anni. In testa ho un panama bianco che mi ripara dal sole e che sta fermo per miracolo percosso dalla brezza da terra. Al lavoro continuo il mestiere di Matteo e quando i fascicoli finiscono sulla mia scrivania, apro il piccolo quaderno azzurro e guardo i disegni a matita di allora. L’altra metà dei fogli inutilizzati è adesso piena di parole, comprese queste che state leggendo adesso, che non so se valgono e quanto, ma mi ricordano incessantemente che la bellezza è sempre lì e accessibile, due passi appena dalla fermata ancora adesso deserta.

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