La sventurata rispose – parte prima

Pubblicato: 24 gennaio 2014 in Palindromi

Superato il grande serbatoio d’acqua appollaiato sull’altissimo pilone bianco e rosso, il treno entrò faticosamente frenando nella piccola stazione di S.
Non era una bella giornata; nuvole cupe nel cielo della mattina rendevano grigia la luce del giorno. Uomini e donne ancora sonnolenti dal viaggio, raccolte le loro cose, povere o ricche che fossero, scendevano i ripidi gradini delle vetture, rischiando continuamente di cadere, attenti come erano a cercare un volto conosciuto o un segnale di parentela tra la piccola folla in attesa sulla banchina.
Lei invece stava attenta al bimbo, che accompagnava per mano: inutile cercare volti o personaggi noti. Nessuno di loro due era atteso, da nessuno; inutile guardarsi intorno.
Il piccolo si stiracchiava trotterellando trascinato al guinzaglio della mano affusolata e pallida della donna. Lei guardava fuori da quel posto. Intendiamoci, le strutture murarie della stazione erano lì, tutte integre e funzionali alla persistente presenza di tutta quella inconsistente umanità. Ma lei guardava attraverso: vedeva la piazza assolata e polverosa piena di voci e carri e bimbi, davanti la stazione. E poi lo stradone un po’ fangoso. Il muro grezzo del monastero: aveva passato l’infanzia in quel posto, con la cura di suor Maria a farle da sostegno. Era lì che aveva deciso…

Nello stesso medesimo istante lui usciva dal portone bruno del carcere. Percorreva la piccola spianata guardando le nuvole cupe. Non sapeva, non poteva sapere. Eppure camminava verso la pesante costruzione barocca. Bianco candido di biacca e azzurro delle cornici delle grandi finestre. Lui non sapeva, non poteva sapere, che dal portone appena spalancato, lei con la manina piccola stretta alle dita affusolate era già entrata, e seduta su una panca di legno con il bambino accanto, guardava spaesata e fissa lo stesso pezzo di legno antico della croce su un altare semispoglio. Lui non sapeva eppure lì dentro la trovò, sedendo sulla stessa panca accanto al bambino che non girò il capo. Neanche lei lo girò eppure sapeva che era accanto, al bambino era accanto.
Lui sporse un tanto il capo.
– Ciao, sei tornata?
– Dovevo!
– Sono uscito oggi!
– Coincidenza!?
– Sei dovuta andare via? Dico, sei andata via tu o ti hanno cacciata!
– Ha importanza?
– No, era per sentirti parlare.
– Oliver?
– Cammina, cammina di nuovo, anche se male!
– Non avresti dovuto…
– … lasciarlo vivo? Dopo quello che ti ha fatto?
Lei abbassò la testa.
– Ed ora?
– Non ho idea, so solo che in quel posto non potevo più stare. Troppo odio, rancore…
Lui si alzò, stese la mano verso il bambino che depose nel palmo ruvido la sua manina destra. La piccola sinistra agganciata alle dita affusolate di lei stringeva, stringeva forte.
– Andiamo a casa!
– Quale casa?
– La nostra! Abbiamo un figlio da crescere.
– Ma non credo sia tuo?
Lui guardò un attimo il bambino e le mani di uomo e bambino strette.
– Tu pensi?
Lei scosse la testa, guardò il chiodo confitto nei piedi di legno e sorrise.
– No! Credo sia nostro. Andiamo a casa?

Loro si incamminarono fuori. Lei pensò a suor Maria ed al suo viso raggiante quando le disse che avrebbe preso i voti. Pensò ad Oliver ubriaco ed alle sue orrende mani unte. E poi pensò al mare. Alla spiaggia la sera. Lui aveva le mani grandi, ruvide, ma su quella spiaggia lei le ricordava gentili sulla sua pelle tremante. Calde, tenere, come la manina piccola stretta sulle dita affusolate pallide. La proteggevano utilizzando la cura previdente.
E pensò che era felice. Girò lo sguardo indietro, laggiù in fondo allo stradone, dal portone aperto vedeva un viso chinato di legno. Sussurrò qualcosa. Anni dopo il ragazzo parlando della madre sostenne fosse un grazie! Pensando che anche lui era stato felice, con Manuel.

Esercizio: quali sono i fatti di questa storia. Cosa pensate di lei. E di lui? E del bambino? E di Manuel?

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