Uno

Pubblicato: 8 gennaio 2014 in Delirii

Venti non sono dieci più dieci, ma venti, che è di più e anche di meno: non uguale!
Dieci più dieci implica il confine tra due pezzi di mondo, ciascuno con il loro piccolo metodo particolare di esistere.
Venti invece ha un suo suono che spiega un intero universo di senso. Sconfina di suo e non usa metodi, li definisce.
Dieci è un IO urlato. Capisci bene che due IO, seppur urlati, mai comporranno un nuovo numero. I numeri sono roba seria, erano nel logos, descrivono il tempo, la probabile posizione degli astri, la complicazione, il pathos.
Venti è la rosa che urla la tempesta. È la sera d’inverno, il vino rosso vivace. È la storia, la geografia, la conoscenza delle cose. Ha la costruzione e la sorpresa, la fatica, il lavoro strenuo che misura cardinalità per l’infinito. Non classifica, ordina. Non sceglie, adopera.
Dieci è solo su un foglio di bella, superbo di boria, pieno di sé. Ha la stasi della meta, dell’arrivo. Della fine. È sterile se non sommato ad altro. È gelido se non intiepidito da un grazie.
Venti è un passaggio radente su una scogliera magnifica. La concezione stessa del moto. La perifrasi eccelsa del sole che, atteso, sfoggia luce sull’orlo lontano del mare all’alba. È prolifico, ché è madre e padre istantaneamente mentre lo penso. È il grazie, il prego, il non c’è di che.
Venti è me: te! Poche altre cose. È venti!

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