Arcadia – Extra – Con Pasquale il bot

Pubblicato: 23 dicembre 2013 in Arcadia, The Incipit

Nel sottosuolo panormita c’è agitazione. In superficie non si nota, tutti impazziti tra negozi e regali affrettati, ma nei Qanat la voce si è sparsa velocemente: è in città.
È per questo che San Matteo è ancora aperta a tarda ora. Si attende una visita imminente ed il bot al telefono è stato telegrafico: entra e stai su uno dei banchi vicino al reliquiario di destra, zitto e aspetta. Arriverà. Chi arriverà, avrei voluto chiedere, ma il telefono era già muto.
Ed eccomi qui, zitto a rimirare le ossa antiche del reliquiario, alla luce tremolante di finte candele elettriche e veri lumini. Aria lugubre da catacomba dovrei avvertire; ed invece i teschi che intravedo dai vetri antichi della teca mi appaiono rassicuranti. Quasi mi tengono compagnia e mi parlano di qualcosa. Io, le parole esatte non le colgo, ma riempiono l’attesa amichevolmente. Dietro, ad un tratto, si sente un rumore di persone che attraversano veloci la navata di sinistra ed una figura sedersi poco distante da me. Deve essere il bot della telefonata di stamattina. Preferivo Catherine, ma questo mi tocca oggi. Ha le sembianze di un omino trasandato un po’ paffutello, in un giubbino similpelle testa di moro liso in più punti. Fortemente stempiato, ha la finta aria perplessa di chi è stato mandato controvoglia in quel posto. Sì, dà l’idea di chi sino a dieci minuti prima era davanti ad un piatto fumante di minestra di scarola. Con il cucchiaio girando il poco spaghetto sminuzzato ed il goccio di olio da poco versato sopra. Il viso già preso dal calore emanato dal fumo copioso della brodaglia vegetale ed il trillo indisponente del segnale di allerta diramato dal sistema di controllo. Ovvio che ho chiaro che questo scenario ha dell’improbabile e mi fermo scettico sulla domanda che sto proferendo in questo istante.
“Ehm! Sì, come ti chiami?”
Capisco che un bot – seppur conosca di cosa si tratti – ha reazioni praticamente indistinguibili dall’umano, ma lo stesso percepisco una sensazione simile ad un dialogo con una lavatrice o con una utilitaria parcheggiata in doppia fila.
Si direbbe che il viso del bot esprima ora contrarietà, ma è solo tattica elettronica nell’attesa della nuova configurazione dal sistema di controllo. Evidente la mancanza di previsione della mia domanda. Dura tutto attimi comunque; la fioca luce tremolante della chiesa ed i rumori ovattati del Cassaro, compongono un tempo apparentemente dilatato, ma di istanti si tratta.
“Pasquale. Pasquale Vella! Le serve qualcosa?”
Finanche il cognome, penso stizzito. Ma che bisogno c’era dico io.
“Pasquale!? Quello che è passato chi è?”
“Chi, quello che è andato in sagrestia?”
“Pasqua’ io solo quello ho visto”
Dietro le mie spalle una voce nota si sovrappone.
“Perché lei non guarda mai dove dovrebbe!” – tuona il suono rauco del Lo Cascio – “Pasquale chiudi la porta, meglio evitare ficcanaso a quest’ora”
Il bot si alza per completare l’ordine, mentre la mano del dottore ai poggia sulla mia spalla.
“Quello era l’autore! Colui che costruisce le storie”
“L’autore! E che ci fa a quest’ora nella sagrestia di una chiesa?”
Il dottore si alza e mi incita a seguirlo. Varchiamo la porta accanto all’altare e superiamo l’accesso della cripta. Dentro lo stanzone tanta confusione, ma di autori o altri esseri umani o antropomorfi nulla. Io lo guardo interrogativo.
“Stupito?”
“Magari è giù nella cripta” – cerco di usare la logica in fondo.
Il dottore scuote la testa.
“Se vuole andiamo giù a veder le file di loculi vuoti, ma la risposta è banale addirittura. Ovviamente conoscendo la storia di questo posto. Si ricorda il San Salvatore?”
“Intende la madre?”
“Qualcosa di simile. Se lei sapesse dove siamo, non avrebbe dubbi sul dove è andato l’autore”
“Certo non è qui ora.”
“Ecco, in effetti non è qui. Ma inizi a farci l’abitudine con quello che sto per dirle. Se fosse necessario potrei farle vedere e ricordare qualsiasi cosa. Facciamo un esempio semplice.”
Di colpo dalle pareti inizia a scorrere acqua, ad invadere l’intera stanza. Bagna tutto, anche le mie scarpe. E sale, lentamente sale, sino alla caviglia, sino a fermarsi. Anguille colorate di tutte le tonalità dell’arcobaleno invadono ora lo specchio d’acqua e mi girano intorno ai piedi. Si mangiano a vicenda ed ogni volta mescolano il loro colore ed aumentano di dimensioni. L’ultima è enorme e tutta bianca e mi si avvicina minacciosa. Io non ho alcuna facoltà di fuga. Lei spalanca le fauci. Io urlo qualcosa di gutturale, porto le mani al volto in cerca di uno schermo. Chiudo gli occhi e quando li riapro mi ritrovo in piedi di fronte al dottore che mi guarda compiaciuto.
“Era tutto finto! Un’allucinazione!”
“Dice? Pensa davvero che era tutto falso?” – il dottore mi fa segno di seguirlo fuori.
“Ma sicuramente non era vero!”
“Per questo ha le scarpe zuppe di acqua?”
Solo ora mi rendo conto che sto lasciando una scia bagnata dietro i miei passi.
“Ma come, come diavolo ha fatto!?”
Il dottore si ferma un attimo, si gira e mi guarda.
“Si è mai chiesto a che servono le zanzare?”
“Le zanzare? Ma che razza di domanda è!?”
Il dottore con noncuranza è oramai al portone di ingresso.
“Pasquale io con il signore vado a cena a San Francesco, quando torniamo lo portiamo a vedere dove sta l’autore. Asciuga un po’ tu e togli quel mostriciattolo bianco dalla sagrestia che mi fa impressione”
Io ho i piedi asciutti e cammino confuso accanto al Lo Cascio. La serata è fresca. Di zanzare nemmeno l’ombra.

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