Le soluzioni – Una soluzione

Pubblicato: 22 dicembre 2013 in Le soluzioni
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Una soluzione

Eccolo! Il belvedere.
Si affaccia sulla città bassa, maestosa urbanistica umana sull’orografia antica della collina che degrada al mare. Lontano, blu, in pacifica contiguità con il cielo.
Il dottore la conosce la paura e la vertigine della ringhiera, del burrone sottostante, dell’albero perfettamente conficcato nel pendio scosceso. Di tanto in tanto una bottiglia lasciata sui bordi dall’incuria cittadina precipita verso valle. S’infrange sulla corteccia dura dell’albero. Esplode in milioni di schegge di vetro. Si dissolve sulle rocce circostanti, ricoperte negli anni da un mosaico prodotto dal caso e dall’inciviltà. Esplodono le bottiglie, come le vite, nello scontro con gli alberi conficcati nei pendii. Sono lì nella prossimità della ringhiera, le bottiglie e le vite, vuote. Ed entrambe accettano il caso o la volontà che le precipita contro l’albero, intimamente fissato e solidale a tutta la terra.
Il dottore guarda tutto questo con il senso di stupore tipico del sé che guarda il precipizio. Ha in mano un leggero involto con qualcosa di rettangolare dentro. Prismatico direbbe Riccati, perché il qualcosa è solido, duro, tridimensionale. Prismatico, appunto. Accanto a lui la portinaia guarda tutto questo, ed è felice. È giorno festivo oggi e lei è libera. E felice. Il dottore adesso la ascolta, ha imparato nuovamente le sillabe, le parole, i sensi. Parla poco è vero, ma ascolta e impara. È bellissimo quel posto, pensa la donna. Si vedono la città vecchia e il mare. Alle loro spalle, appollaiate sulla collina, le costruzioni nuove brillano. Alcune in vetro e acciaio tradiscono le attività umane che si svolgono dentro. Tutti i giorni, tranne oggi che è festa. Le sarebbe piaciuto lavorare in un condominio del genere. Dentro il grande brillante di vetro e acciaio da dove si vede il mare. E la gente sarebbe passata veloce dicendo buongiorno e buonasera, con la testa alla trimestrale ed al fine settimana in montagna, prenotato last minute due ore prima.
«Dottore, cosa ha in quel pacco?»
Lui la guarda. Con lentezza infinita inizia a svolgere la carta velina che copre l’oggetto prismatico. Una procedura eterna. Si ha la sensazione che passino addirittura giorni. Il sole sorge e tramonta più volte, la donna guarda tutto questo inconsapevole. Il giorno arriva, finisce, ricomincia. La carta velina si svolge, lentissima, ma per fortuna ogni alba che arriva è festiva e lei è libera. Finalmente la cornice. Un legno chiaro, un po’ grezzo. E dentro la cornice, la foto. Della donna sulla ringhiera. È giovane. Quel giorno era festa. Si vede dal sole, dal viso, dal sorriso. Il dottore la osserva. La carezza con tenerezza infinita. Poi, come colto da un raptus di follia, con un gesto violento, la lancia nel vuoto, oltre la ringhiera. La vedono volare la cornice, rovinare sulle rocce del pendio, devastarsi in pezzi minuti di legno, cartone e vetro frantumato in piccole schegge traslucide. Diretti tutti in direzioni apparentemente casuali, seppur scelte dalla fisica della distruzione. La foto, liberata dalla prigione che l’aveva confinata per anni, plana seguendo correnti d’aria ascensionali. Sembra per un attimo incastrarsi nella chioma di un albero, poi crolla a terra, per l’assenza momentanea del vento. Incontra il pendio ed inizia, saltellando sui bordi e sui vertici, a rotolare. L’andatura zigzagante, barcollante, la avvia verso il torrente che scende a valle. C’è un rigagnolo d’acqua superstite, che lambisce faticosamente i sassi asciutti del suo letto. L’ultimo balzo e la foto s’immerge nella lenta corrente liquida. Dal belvedere il dottore e la portinaia ne vedono il dorso, sul quale è annotata una data lontana. Ne osservano il roteare stanco, il suo urtare i sassi e rimbalzare indietro, nel flusso in fin dei conti ordinato dell’acqua verso valle.
Quell’acqua arriverà al mare e con lei la foto, che proseguirà il suo viaggio senza meta. Le correnti, i vortici, le scie delle navi, le tempeste. Tutto subirà, inglobando acqua, sale e catrame. Finché troppo pesante anche per l’acqua, inizierà il suo lento e progressivo affondare. Girerà tante volte su se stessa la figura della ragazza, oramai corrosa dalla salsedine. Arrugginita come il ferro della ringhiera sulla quale è appoggiata. Dal fondo su cui si adagerà, vedrà per anni arrivare la luce bluastra del sole, mentre lentamente la chimica del mare la trasformerà in sabbia minuta. In questa forma sarà trascinata abulica, sino alla spiaggia, dove adesso passeggia tranquillo Riccati. Lui con il piede sposta sabbia, nella quale intravede il flusso delle cose che in qualche modo cambia. Che una nuova trasformazione ha eliminato una delle variabili più ostiche. Tira fuori il taccuino ed annota qualcosa. Poi guarda il risultato e comprende che è ora di tornare velocemente a casa. Correndo, prima che la soluzione evapori da quel tempo per nulla lineare. Entra trafelato nella portineria deserta di quel giorno di festa, sale in fretta le scale. La porta, appena socchiusa, trapela luce sul piccolo pianerottolo. Aprire, precipitarsi, analizzare con trepidazione la scena! Tutte azioni sequenziali, non intervallate da pause.
Lo studio è lì. Piccolo, la scrivania è carica di volumi di matematica, filosofia, medicina, storia. La foto manca. Lo spazio che occupava è vuoto. Lasciato libero per assecondare l’opportuna transizione. Riccati annuisce in silenzio.
Il campanello della porta suona, per un attimo, poi la moglie entra con un tintinnare di chiavi. Il suo saluto si propaga nel corridoio. Ha la voce stanca dell’insonnia. Appena entrata nello studio guarda il marito e la sua faccia ancora paonazza della corsa.
«Ma cosa… Che cosa accade?»
E quello che accade è che Riccati la abbraccia, e nello stesso tempo osserva tranquillo dalla finestra il belvedere sulla collina. Alla ringhiera si distinguono due puntini, che forse si tengono per mano.
La moglie ora è seduta sulla poltrona e guarda la nuca del marito di spalle. Domani è festa. Dice che le andrebbe di prendere un po’ d’aria. Riccati si gira e la guarda.
«Sì, dopo le dieci. Prima ho da finire un lavoro. »
Poi si gira e guardando l’orizzonte lontano dietro i vetri, pensa alle clessidre ed alla sabbia fine su cui si basa il loro tempo finito tra due capovolgimenti successivi.
E ride.

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